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I programmi di inizio anno in parrocchia

Mi chiedo, francamente, a che cosa serva ancora un modello così strutturato, quando poi i numeri sono piccoli e chi è lontano si allontana sempre di più

Le ansie di inizio anno pastorale sono arcinote a chi frequenta abitualmente una parrocchia o comunità pastorale. In questo ultimo caso poi, i problemi si moltiplicano perché il modello è nuovo e preti, laici e religiosi non sono abituati spesso a "pensare in grande". Ad avere uno sguardo lungo sulla vita delle comunità, spesso e volentieri imprigionate dentro una burocratizzazione che poco giova all'incontro tra chi chiede di essere accolto nel popolo di Dio. Tra chi ci vive già e magari avrebbe bisogno di ricordarselo.

I programmi, i programmi, i programmi, organizzare la catechesi, stabilire date, luoghi, orari, appuntamenti, scadenze. Preti che sembrano manager con il portatile sempre appresso per non dimenticare mai nulla. Salvo poi non accorgersi dei volti che hanno di fronte.

Ognuno potrebbe raccontare la sua storia, vicina o lontana, piccola o grande, ma così è. C'é chi comincia in tempo e chi in affanno, ma non si parla d'altro in questi giorni.

E mi chiedo, francamente a che cosa serva ancora un modello così strutturato, quando poi i numeri sono piccoli e chi è lontano si allontana sempre di più.

Banale? Non troppo. Difficile da capire? Certo, quando la logica, classica, è "si è sempre fatto così".

Ma quello che manca, davvero, in molti casi è la possibilità di fermarsi. Di chiedersi davvero dove si sta andando a parare. Che il Centro, quel Centro lo si trascura.

"Chi prega lo riconosci" mi dice sempre il mio parroco.

Di qui la mia provocazione: facciamo che sospendiamo tutto. Al diavolo le programmazioni. Apriamo le porte delle chiese e lasciamo entrare l'umanità che incontriamo ogni giorno nella vita ordinaria. Andando al lavoro, sui mezzi di trasporto, a scuola, al calcetto dei figli, alla pallavolo delle figlie, dal parrucchiere, come nei luoghi anonimi e di solitudine tipo centri commerciali.

Facciamolo senza l'ansia di dover proporre dei modelli che possano essere attraenti e accattivanti.

Un sacerdote qualche tempo fa mi ha detto "io li capisco i ragazzi perché sono stato come loro". Ma forse non pensa che spesso i più piccoli hanno nel cuore delle domande di senso che vorrebbero vedere accolte in un modo altro da quello in cui sono imprigionati dal grande teatrino in cui siamo immersi nello svilimento generale.

Rimettiamo al centro la Parola. Che è per tutti: giovani e vecchi, da duemila anni, perché non dovrebbe esserlo anche ora? Perché non ce ne vogliamo più accorgere?

Ci siamo lasciati alle spalle un'estate di campi scuola con i temi più improbabili: sono volate canzoni di Ligabue e libri della Giungla. Un giovane sacerdote che conosco ne ha organizzato uno sulla Bibbia. Ha preparato le attività per spiegare ai piccoli i passaggi più importanti dei testi, dando loro dei segni che potessero restare. I bambini hanno capito, i genitori un po' meno.

Avevano l'ansia di qualcosa da fare a tutti i costi.

Francesca Lozito

© www.vinonuovo.it, 20 settembre 2011

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