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I sacrifici? Ai soliti noti

La manovra finanziaria lascia intatti i privilegi e scarica i costi sugli enti locali e sulle famiglie.

Una delle più ampie manovre finanziariedella storia italiana (47 miliardi di euro, il 3% della ricchezza nazionale) svela il vero volto del Paese e le dichiarazioni propagandistiche, ammettendo che i conti non tornano. Il ministro Tremonti l’ha definita“manovra etica”, che vuol dire giusta, equa. Ma per essere davvero giusta, dovrebbe chiedere a tutti di “tirare la cinghia”. A cominciare dai politici, cui spetta dare l’esempio.

     E invece? I tagli agli scandalosi costi dei politici (tra l’altro “scarsamente produttivi” quanto a decisioni tempestive per la crescita del Paese, come ha denunciato Mario Monti sul Corriere della Sera) vengono rimandati al futuro. E, senza pudore, i nostri parlamentari mettono le mani avanti: guai a toccare i “privilegi” acquisiti. Ci toccherà, poi, fare anche una colletta per un “povero” ministro che piange miseria. Al netto delle spese – dice – gli restano “solo” 4 mila euro al mese per vivere!

     Per essere giusta la manovra dovrebbe far pagare meno tasse alle famiglie con figli, contrastare con più vigore la povertà, affrontare il dramma dei giovani senza lavoro, tassare le transazioni finanziarie, investire su scuola, formazione e ricerca, favorire l’occupazione femminile, conciliando i tempi del lavoro e quelli della famiglia. Così non è. Non ci pare equa. Tanto meno condivisa da tutti (anche nella maggioranza), se necessita di un voto di fiducia nelle aule parlamentari. La manovra è simile alla politica cui siamo abituati da anni: solo parole.

     Di certo ci sono gli “oneri” per i soliti “noti”: famiglie e lavoratori a reddito fisso. Per il resto, solo annunci, promesse e rimandi al futuro. Assieme a tanta ipocrisia e incompetenza nel gestire le sorti del Paese. È come se si dicesse al malato di attendere due o tre anni per la medicina. Ormai i cittadini sono stufi dei “grilli parlanti” che continuano ad annunciare la riduzionedel numero dei parlamentari, le sforbiciate alla casta, l’abolizione di esorbitanti sprechi e privilegi. Soprattutto se il conto è rimandato alla prossima legislatura.

     Da subito, invece, si tagliano i soldi agli enti locali (alla faccia del federalismo!). Con il risultato che, nei Comuni, si pagheranno più tasse e si avranno meno servizi sociali. Nel documento economico di Tremonti brillano per assenza due promesse strombazzate in campagna elettorale: abolizione delle Province e quoziente familiare (ora Fattore famiglia). Anche i proclami del sottosegretario alle politiche familiari sono caduti nel vuoto. Così come le sue annunciate e ripetute dimissioni, se non ci fosse stato qualcosa di concreto per la famiglia.

     Le poche “cose buone” di Tremonti (tra cui gli aiuti per i giovani imprenditori) non bastano a far ripartire l’occupazione. E a sostenere il reddito delle famiglie. Se l’Italia non è finita come la Grecia, e se il malessere sociale è ancora contenuto, bisogna ringraziare chi, in questo Paese, fa ancora il suo dovere con responsabilità. Nonostante questa classe politica. La più “bassa” di tutti i tempi.

© Famiglia Cristiana, 5 luglio 2011

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