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Il pacchetto di voti del parroco

Don Vincenzo era giovane ma mica fesso e richieste del genere mica ne aveva ricevute poche. Così decise che ne avrebbe parlato domenica alla fine della Messa

Vennero a bussare alla porta della canonica e dissero: "Ah, noi lo sappiamo che il tetto è devastato, piove dentro e lei, padre dorme in mezzo all'umidità. Che il campetto dell'oratorio ha le zolle che saltano e insomma, i bambini meglio che stanno qua che da un'altra parte, no? Cosa ci serve? Cosa vogliamo da lei? Cinquanta voti per il nostro amico che si candida alle comunali, nulla di piu'".

Nulla di piu'?

Don Vincenzo era giovane ma mica fesso e richieste del genere mica ne aveva ricevute poche. Tutte rispedite al mittente.

S'insinua il discorsetto subdolo in molti modi: esplicitamente, nei casi piu' estremi e paradossali. Oppure in modo strisciante: nel piccolo paese la parrocchia alle elezioni come si schiera?

"Don, ma chi devo votare?" chiede non solo la vecchietta, ma anche il ragazzo alla prima croce sulla scheda elettorale. E si fanno le liste, si cerca di pescare nel mondo cattolico, che, quello, in quanto a formazione della coscienza è sempre una sicurezza. Ma non solo: è anche un bel distintivo per i politici piu' furbetti.

I baschi verdi della buonanima di Gedda sono un ricordo lontanissimo, magari molti non sanno nemmeno che cosa furono, la Dc è seppellita da un po', le nostalgie del partito unico nelle piccole realtà sono qualcosa di lontano.

Eppure.

Eppure il cattolico, voto, che si tratti di candidato o nome è una garanzia di successo. La brava persona, quella che dà fiducia alla gente. E i politici più furbetti lo sanno e a volte se ne approfittano per farsi la "maschera" che di questi tempi a destra come a sinistra è proprio una necessità.

"Noi non abbiamo vinto perché l'oratorio non ci ha votato" mugugna il candidato della lista civica, e, ahimè è proprio così.

Fa niente che per anni ci si è battuti per la scelta religiosa, che non era uno star lontani dalla politica, ma ritrovare la giusta misura ed equilibrio tra realtà che ormai andavano mischiandosi troppo spesso. In modo a volte profano.

"Stiamo tornando indietro" pensava amaro don Vincenzo che queste cose, per ragioni anagrafiche le aveva solo studiate, patrimonio associativo impolverato, a tratti svuotato come mero slogan.

Così decise che ne avrebbe parlato con i parrocchiani domenica alla fine della Messa. E lo avrebbe detto al vescovo, che tante volte lo aveva appoggiato.

Che lui non si sentiva un eroe e nemmeno alla frontiera. Retorica facile, per dividere i buoni e i cattivi e dire che in fondo qualcosa si salva sempre anche nel momento piu' sgangherato. Ma se non si comincia a parlare, a dire le cose come stanno, altro che tetto umido. E' la "casa" intera che crolla.

Francesca Lozito

© www.vinonuovo.it, 24 aprile 2012

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