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Il Papa ai giovani: aiutate a vincere le chiusure, l'odio e il terrore

«Abbiate il coraggio di insegnarci che è più facile costruire ponti che innalzare muri!». Alla periferia di Cracovia nell’incontro con oltre un milione di giovani di tutto il mondo, Papa Francesco si appella alle energie dei giovani per aiutare gli adulti a vincere l’odio e il terrore

«Noi oggi abbiamo bisogno di voi, per insegnarci a convivere nella diversità, nel dialogo, nel condividere la multiculturalità non come una minaccia ma come un’opportunità». E li ha invitati alla fine a darsi la mano per fare ponti umani, perché possano imparare a farlo anche «i grandi di questo mondo!…».

Perché questo «sia un seme di tanti altri, sia un’impronta» ha detto con forza il Papa riscuotendo il consenso della vivace marea colorata di ragazzi convenuti a questo grande raduno. Un appello e un messaggio diretto che sempre più i tempi richiedono stringente affidato soprattutto a coloro che da sempre sono i privilegiati interlocutori di Papa Francesco. E come già all’inizio di queste Giornate mondiali della gioventù, e come sempre ripete, Francesco ha consegnato il mandato dell’accoglienza, del dialogo, dell’apertura: «Noi adesso non ci metteremo a gridare contro qualcuno, non vogliamo distruggere. Noi non vogliamo vincere l’odio con più odio, vincere il terrore con più terrore».

Non è questa la via da percorrere. Francesco chiede di non soggiacere alle logiche del mondo. «La vita di oggi ci dice che è molto facile fissare l’attenzione su quello che ci divide, su quello che ci separa. Vorrebbero farci credere che chiuderci è il miglior modo di proteggerci da ciò che ci fa male. Vorrebbero farci credere che chiuderci è il miglior modo di proteggerci da ciò che ci fa male».

All'inizio Francesco ha attraversato la Porta Santa insieme a cinque giovani. Poi ha ascoltato le testimonianze e le domande di tre ragazzi.

Toccare la realtà e a coinvolgersi per costruire
E mentre la cronaca ha riferito la notizia di un’altro bombardamento in Siria, il Papa ha citato proprio la testimonianza di Rand, il giovane siriano di Aleppo. E parlando al plurale ha detto: «Veniamo da diverse parti del mondo, da continenti, paesi, lingue, culture, popoli differenti. Siamo “figli” di nazioni che forse stanno discutendo per vari conflitti - ha detto il Papa - o sono in guerra. Altri veniamo da paesi che possono essere in pace, che non hanno conflitti bellici, dove molte delle cose dolorose che succedono nel mondo fanno solo parte delle notizie e della stampa. Ma siamo consapevoli di una realtà: per noi, oggi e qui, provenienti da diverse parti del mondo, il dolore, la guerra che vivono tanti giovani, non sono più una cosa anonima, non sono più una notizia della stampa, hanno un nome, un volto, una storia, una vicinanza. Oggi la guerra in Siria - ha aggiunto - è il dolore e la sofferenza di tante persone, di tanti giovani come il coraggioso Rand, che sta qui in mezzo a noi e ci chiede di pregare per il suo amato paese».

Francesco ha osservato che ci sono situazioni che ci appaiono lontane fino a quando, in qualche modo, le tocchiamo. Ci sono realtà che «non comprendiamo perché le vediamo solo attraverso uno schermo, del cellulare o del computer. Ma quando prendiamo contatto con la vita, con quelle vite concrete non più mediatizzate dagli schermi, allora ci succede qualcosa di forte, sentiamo l’invito a coinvolgerci». Basta città dimenticate – ha ripetuto papa Francesco – facendo suo l'invito del giovane siriano. «Mai più deve succedere che dei fratelli siano circondati da morte e da uccisioni sentendo che nessuno li aiuterà». E ha chiesto di pregare condividendo la sofferenza «di tante vittime della guerra, affinché una volta per tutte possiamo capire che niente giustifica il sangue di un fratello, che niente è più prezioso della persona che abbiamo accanto».

No alla paura e ai giovani-divano
La paura – ha spiegato Bergoglio – porta alla chiusura. E quando la paura si rintana nella chiusura, «va sempre in compagnia di sua “sorella gemella”, la paralisi; sentirci paralizzati. Sentire che in questo mondo, nelle nostre città, nelle nostre comunità, non c’è più spazio per crescere, per sognare, per creare, per guardare orizzonti, in definitiva per vivere, è uno dei mali peggiori che ci possono capitare nella vita». Ma nella vita c’è un’altra paralisi, che Francesco definisce "ancora più pericolosa". È quella che nasce «quando si confonde la felicità con un divano» che «ci aiuti a stare comodi, tranquilli, ben sicuri». Un divano, che garantisce «ore di tranquillità per trasferirci nel mondo dei videogiochi» e passare tanto tempo «di fronte al computer».

Un divano «contro ogni tipo di dolore e timore». Il «divano-felicità» che è «probabilmente la paralisi silenziosa che ci può rovinare di più». Perchè dice Francesco –intontisce e addormenta, «mentre altri – forse i più vivi, ma non i più buoni – decidono il futuro per noi». Commenta Franceco,che per molti è sicuramente «più facile e vantaggioso avere dei giovani imbambolati e intontiti che confondono la felicità con un divano». Ma «la verità è un’altra: non siamo venuti al mondo per vegetare». Il tempo che oggi stiamo vivendo non ha bisogno di giovani-divano, młodzi kanapowi (ripete in polacco muóyi-canapóvi), ma di giovani con le scarpe… La storia oggi ci chiede di difendere la nostra dignità e non lasciare che siano altri a decidere il nostro futuro». «Il Signore, come a Pentecoste – conclude Francesco – vuole realizzare uno dei più grandi miracoli che possiamo sperimentare: far sì che le tue mani, le mie mani, le nostre mani si trasformino in segni di riconciliazione, di comunione, di creazione. Egli vuole le tue mani per continuare a costruire il mondo di oggi. Vuole costruirlo con te».

Stefania Falasca

© Avvenire, 30 luglio 2016

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