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Il silenzio nutre la parola e il legame

Per la giornata mondiale delle comunicazioni sociali, Benedetto XVI ha scelto il tema 'controintuitivo' del silenzio.

 

Giusto parlare di etica della comunicazione, giusto garantire l’alfabetizzazione ai linguaggi e l’accesso alle tecnologie, giusto curare la forma e i contenuti della comunicazione. Ma senza il respiro del silenzio la comunicazione rischia di diventare 'rumore' e di capovolgersi nel suo contrario: l’insignificanza da un lato e la solitudine, o, peggio, l’isolamento, dall’altro. Il 'tutto pieno' è la caratteristica dell’idolo: tutto presente, saturo, capace di attirare in modo totalizzante; senza 'altro', senza 'oltre'. La comunicazione tutta piena, la comunicazione come ossessione si rovescia nel suo contrario: il rumore che non significa più nulla, e diventa un idolo che ci seduce e ci incatena a sé, in un gioco perverso dove si alternano un consumo massiccio e una produzione compulsiva di messaggi. Dove, con buona pace dell’interattività, si diventa 'emittenti' incapaci di ascoltare. Alla fine, autistici.

La parola che significa e che costruisce relazione è invece una parola-simbolo, una parola aperta, una parola incompleta; una parola, quindi, 'striata' di silenzio. Il silenzio è la breccia che apre la parola all’ascolto di ciò che essa non può contenere, e che quindi le consente di accogliere l’altro, di ospitare 'altro'. Due spunti possono aiutare a recuperare il significato profondo del silenzio. Uno tratto dall’esperienza di tutti, l’altro dalla radice etimologica del termine, che ci riporta alla ricchezza dei suoi significati originari. L’esperienza è quella della forma che assumono i legami più intimi, più profondi, più duraturi, più fondamentali per la nostra identità e per le dinamiche di riconoscimento: la tenerezza, l’affetto, il legame di cura, la sollecitudine, il conforto, il sostegno passano molto di più dalla presenza attenta, dalla vicinanza silenziosa, dal linguaggio tacito del corpo che dalla verbalizzazione. La mamma che allatta il suo bambino non ha bisogno di parlargli (Cicerone scriveva «nutrix educat»: dare, con amore, quello di cui l’altro ha bisogno per crescere è il gesto educativo per eccellenza, che non ha bisogno di parole). Le più belle dichiarazioni d’amore non sono quelle fatte con le parole (che ormai si trovano pronte per ogni circostanza in rete) ma con gli sguardi, i gesti, la presenza attenta, la capacità di fare un passo indietro per lasciar essere l’altro.

Chi assiste una persona cara in fin di vita non ha bisogno di parlare del passato, di un presente che è doloroso o di un futuro che non si conosce. Basta esserci, e possibilmente sorridere, o anche piangere quando è il momento. La testimonianza non ha bisogno di discorsi, ma di azioni silenziose e intense. Il perdono, che è ciò che ci fa rinascere e ci libera dalla pesante e mortifera zavorra dei nostri errori, è detto dalla vita, dal modo in cui veniamo ri-accolti, e non dalle parole, sempre facili da pronunciare e molto meno da mantenere. Il legame profondo si esprime soprattutto nell’apertura silenziosa all’altro. Dove il silenzio è prima di tutto il silenzio dell’io, che rinuncia al suo protagonismo e all’espressione di sé, e si apre, e si offre, all’altro. Gli fa spazio. Da questa 'postura' possono scaturire parole dense di significato e capaci di comunicare oltre se stesse. Capaci di far essere e far durare il legame. Difficilmente accade l’inverso. Il silenzio, dunque, è la condizione del significato (come apertura, ascolto dell’essere) e anche il 'collante' del legame (come apertura all’altro). Questo nesso non immediato con la dimensione del legame è ben presente nell’etimologia del termine: che da un lato ha una radice onomatopeica (ssss è il suono che facciamo per creare silenzio; che 'significa' con chiarezza, senza bisogno di parole) e dall’altro una radice indoeuropea, si-, che indica, appunto, il legame.

Forse non è una caso che la 'società della comunicazione' sia anche una società iperindividualistica, dove il tessuto sociale è sempre più fragile, con le conseguenze e i costi dei quali cominciamo forse a renderci conto. E che sia anche fortemente secolarizzata: senza il silenzio mancano le condizioni per ascoltare non solo l’altro vicino, ma anche l’Altro che ci invita con discrezione, perché ci ha creati liberi. Nel rumore questo invito non si può sentire. Nessuno vuole perorare la causa di una 'società del silenzio', ovviamente. Ma è solo ripartendo dal silenzio e 'incorporandolo' che la comunicazione potrà veramente diventare, da emittenza e trasmissione, condivisione e comunione. E rigenerare, insieme, i significati e i legami che ci rendono umani.

Chiara Giaccardi
 
© Avvenire, 20 maggio 2012
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