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Ingresso solenne al Santo Sepolcro. Patriarca Pizzaballa: “Porterò con me quello che sono, tutti i miei limiti e l’esperienza di 30 anni in Terra Santa”

Il prossimo 4 dicembre mons. Pierbattista Pizzaballa farà il suo ingresso solenne, come nuovo Patriarca, al Santo Sepolcro di Gerusalemme. Qui il giorno dopo celebrerà la messa pontificale. In vista dell'evento il Sir lo ha intervistato

Dal 1990 in Terra Santa, dove arriva un mese dopo la sua ordinazione sacerdotale per mano del card. Biffi; Custode di Terra Santa, per 12 anni, dal 2004 al 2016; dal 2016 al 2020 Amministratore apostolico del Patriarcato latino di Gerusalemme fino alla nomina, da parte di Papa Francesco, lo scorso ottobre, a Patriarca Latino di Gerusalemme: mons. Pierbattista Pizzaballa, il 4 e 5 dicembre farà il suo ingresso solenne, il primo da Patriarca, al Santo Sepolcro. Risale allo scorso 6 novembre, invece, la presa di possesso della sede patriarcale a Gerusalemme, alla presenza, tra gli altri, di mons. Leopoldo Girelli, nunzio apostolico in Israele e delegato apostolico per Gerusalemme e la Palestina.

Trenta anni trascorsi a servizio delle comunità cristiane locali ma anche ad intessere relazioni, costruire legami con israeliani e palestinesi, con ebrei e musulmani…
“Mi verrebbe da dire che non riesco a liberarmi della Terra Santa” sorride dall’altro capo del telefono mons. Pizzaballa, anticipando subito la prima domanda dell’intervista: “Cosa porterò con me in questa nuova missione? “Sono qui da 30 anni e porterò con me tutta l’esperienza, la ricchezza e l’intensità di questo tempo. Qui ho studiato, mi sono formato, muovendo i primi passi allo Studio Biblico, fino ad oggi. Porterò con me quello che sono, tutti i miei limiti e tutto quello che ho appreso vivendo in Terra Santa”.

Come valorizzerà questa esperienza ora che è patriarca?
Ho tratto molto dagli incontri avuti in questi anni con israeliani e palestinesi, con ebrei e musulmani, e in generale direi con i non cattolici. Ma più che da incontri istituzionali ho avuto molto da quelli più personali, con gruppi, movimenti, perché mi ha permesso di conoscere l’umanità che scorre dentro questo mondo che non è fatto solo di istituzioni e protocolli o di un passato faticoso con il quale fare i conti ma anche di tante persone che vogliono mettersi in gioco. Questa conoscenza mi ha insegnato molto, innanzitutto ad aprire gli orizzonti, a non giudicare ma soprattutto a cercare di comprendere tutto e tutti.

Con quale animo si appresta a fare il suo ingresso da patriarca nel Santo Sepolcro?
L’ingresso è una riconferma del mio impegno, della mia obbedienza e del mio desiderio di servire questa chiesa. Il Santo Sepolcro, la cattedrale, non è un luogo qualsiasi, ma è dove si vive la memoria della morte e della resurrezione di Cristo. Entrarvi significa penetrare il mistero della nostra fede che è anche amore e donazione di sé.

Ad attenderla una missione complessa, in un contesto di luci e di ombre, tante, che si allungano sulla già difficile situazione politica, sociale, economica e adesso, a causa del Covid, anche sanitaria, della Terra Santa…
Credo che la prima cosa da fare sia riavviare in tutta la comunità diocesana, molto variegata, il dialogo sulle prospettive pastorali. E in questo senso riuscire anche a dire una parola che rappresenti tutti nel contesto politico perché non possiamo essere esenti da questo. Come Chiesa siamo chiamati a dire una parola di senso dentro questa politica fragile e fluttuante.

Lei è sempre stato un uomo di dialogo: lo ricordiamo nel 2014, come Custode di Terra Santa, impegnato nell’incontro di pace nei Giardini Vaticani tra i presidenti Abu Mazen e Shimon Peres promosso da Papa Francesco. E poi, nello stesso anno accanto al Pontefice in visita apostolica in Terra Santa, e ancora protagonista, nel febbraio scorso, all’incontro dei vescovi e patriarchi di Bari, organizzato dalla Cei, “Mediterraneo, frontiera di pace”. Questa capacità di mediazione sarà uno dei tratti caratteristici della sua missione?
Non so se israeliani e palestinesi hanno bisogno della Chiesa, ma certamente dovremo, in questo contesto, far sentire la voce dei cristiani e di tutti coloro che vogliono costruire qualche cosa di positivo per il futuro.

Come Amministratore apostolico lei ha messo mano al risanamento delle finanze del Patriarcato latino che è a buon punto ma non ancora del tutto completato. Ma adesso c’è da fare i conti anche con la parte pastorale del servizio in una realtà ecclesiale mutata anche come presenza: pensiamo ai tanti migranti cristiani presenti. Come pensa di affrontare questa urgenza pastorale?
Ci sono i migranti sia in Israele che in Giordania anche se l’elemento arabo è ancora dominante. Credo sia importante in questa fase avviare il dialogo, ascoltare, tastare il polso della situazione nei vari ambiti della diocesi patriarcale. Si dovranno trovare forme di una certa autonomia delle varie regioni pastorali perché i Paesi che compongono il Patriarcato latino di Gerusalemme, Israele, Palestina, Cipro e Giordania, sono molto diversi tra loro. Dobbiamo pensare anche a rivalutare ciò che ci accomuna.

Che Natale sarà questo che ci apprestiamo a vivere?
Di certo un Natale difficile e inedito soprattutto per la totale assenza di pellegrini causata dalla pandemia da Covid-19. La paura per un futuro ancora tutto da decifrare grava pesantemente sulle popolazioni della Terra Santa. Ad oggi ancora non conosciamo ancora le regole che governeranno questo tempo natalizio. Sappiamo che ci saranno restrizioni e che le feste saranno ridotte anche per la grave crisi economica indotta dalla pandemia specie nei Territori Palestinesi. Non abbiamo celebrato degnamente la Pasqua e adesso vivere in analoghe condizioni anche il Natale è un grave colpo, una ferita, per la vita delle nostre comunità. È una cosa che mi preoccupa molto perché Natale e Pasqua sono i momenti che danno forma e forza alla nostra comunità. Dovremo lavorare molto sul senso di identità e di appartenenza…

Le messe in streaming non possono bastare a dare un senso di appartenenza…
La fede cristiana ha bisogno della presenza fisica. Noi siamo quelli dell’Incarnazione. Le messe in streaming vanno bene e in questo momento è il massimo che si può fare, ma è chiaro non creano comunità. Il Natale ci parla di un Bambino in carne ed ossa. Lo ripeto: noi siamo quelli dell’Incarnazione.

Il Natale ci parla di pace e di speranza: è un messaggio che ha ancora senso in questo tempo così duro?
Quest’anno è stato all’insegna della paura e dell’incertezza. E noi cristiani non siamo esenti perché anche noi siamo fatti di carne e di ossa. Ma dobbiamo riacquisire consapevolezza che non siamo solo corpo ma anche anima, che esiste la vita eterna. Ed è ciò che dobbiamo annunciare andando oltre le nostre paure. Davanti ad una casa distrutta possiamo assumere due atteggiamenti: o dire che è tutto distrutto, che non c’è nulla da fare e andarsene, oppure immaginarla ricostruita e mettersi all’opera. Noi vogliamo appartenere a questa seconda categoria.

La pace: resterà un miraggio per la Terra Santa e il Medio Oriente?
Probabilmente noi non vedremo la pace politica. Non dobbiamo vivere nell’attesa di questi grandi eventi che cambieranno il corso della storia. Questo lo sappiamo e lo diciamo con grande realismo. Dobbiamo riconciliarci con questa idea. Ciò non vuol dire che non si possa lavorare per la pace. Anzi. Dobbiamo farlo nei nostri piccoli contesti, con chi amiamo, con chi conosciamo, di qualsiasi religione e gruppo etnico. Questo è ancora possibile in Terra Santa.

Daniele Rocchi

© www.agensir.it, lunedì 30 novembre 2020