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La collezione dei Rosari in edicola

Forse così il nostro mondo vuole il cristianesimo: non coi grani consunti da un uso silenzioso, ma da comprare a puntate e «conservare in eleganti custodie»

Una appesa allo specchietto dell'auto. Un'altra in tasca o nella borsetta. La terza attorno alla cornice del quadro della Madonna in camera da letto, e magari l'ultima appesa al calendario della cucina... Ma dove accidenti le metto, le mie altre 56 corone del Rosario?!?

Di perle o di legno, tutte colorate o sobriamente trasparenti, dedicate a Madre Teresa piuttosto che all'Arcangelo Michele... Come ogni fine estate, siamo sommersi dalle pubblicità stagionali delle raccolte a fascicoli che tradizionalmente troveremo in edicola a partire dall'autunno e così - insieme alla collezione di trattori d'epoca e a quella di riproduzioni di orologi di lusso, alla casa di bambola vittoriana da costruire a puntate e alle penne stilografiche storiche - ecco quest'anno «I Gioielli della Fede»: 60 (sì, sessanta: ma l'edizione precedente arrivava addirittura a 120!) rosari «da raccogliere e conservare in eleganti custodie», «preziosi strumenti di preghiera in una collezione unica» al prezzo di circa 9 euro l'uno, comprensivo peraltro di fascicoli sulla storia e i fenomeni del culto mariano e di un libretto sui santi.

Il Rosario missionario, il sedicente rosario di Papa Giovanni (con le decine alternate gialle e bianche, come la bandiera vaticana), la Corona del Bambin Gesù e quella della Sacra Famiglia, la Tredicina di sant'Antonio... Del resto - visto che si colleziona di tutto, compresi i tappi di birra - si possono accumulare pure le corone del rosario, no? Non per niente il medesimo editore, leader del settore delle raccolte a fascicoli, ha in catalogo anche altre opere dedicate alla Madonna e a Medjugorie.

Certo non posso fare a meno di chiedermi quale sia l'identikit di chi arriva ad investire oltre 500 (ovvero mille) euro per avere in casa 60 (o addirittura 120) corone, che difficilmente gli serviranno a pregare e poi non sono nemmeno «vere», cioè frutto di una paziente e lenta ricerca personale nei mercatini delle cianfrusaglie piuttosto che nei santuari mariani, bensì semplici riproduzioni senza valore storico. Sarà un devoto baciapile che non si perde manco un pellegrinaggio, oppure una nonnetta che risparmia sulla pensione pur di non rinunciare al «Rosario della serva di Dio Luisa Piccarreta» (sic)?

Ne dubito: quando un imprenditore non certo sprovveduto decide di lanciare un'iniziativa del genere anche con spot televisivi, vuol dire che il mercato è ben altro. Dunque se il rosario, dopo decenni in cui sembrava finito a chili nella discarica degli oggetti obsoleti, ritorna scintillante quale prodotto di massa, dobbiamo interpretarlo con attenzione come un piccolo, eloquente «segno dei tempi»: forse proprio così il nostro mondo intende e vuole il cristianesimo, non coi grani consunti da un uso silenzioso e coerente, ma da comprare a puntate e «conservare in eleganti custodie». Passeremo anche noi in edicola?

Roberto Beretta

© www.vinonuovo.it, 31 agosto 2011

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