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La domanda di Lutero interroga ancora i cristiani

I significati dell’atto ecumenico del Papa a Erfurt. All’inizio del suo pontificato, Benedetto XVI ha annunciato che l’impegno prioritario e irreversibile, che la Chiesa cattolica ha assunto nei confronti del movimento ecumenico, si sarebbe qualificato con gesti concreti e non affidato a semplici sentimenti e buone intenzioni

In Germania, nella visita alla sua patria, là dove è sorta la riforma protestante, che porta la firma originaria di Lutero, mi pare che abbia fatto un gesto nuovo e concreto e detto parole intrecciate di realismo e profezia. Il realismo, prima di tutto, del discorso rivolto al Consiglio della "Chiesa evangelica in Germania", in cui ha spazzato via, senza nominarli, gli equivoci e i fraintendimenti secondo i quali l’ecumenismo sarebbe finito e morto o in una fase di inverno.

O ancora, il pregiudizio che sarebbe uno scambio di favori o un compromesso tra Chiese. Le incomprensioni tra noi, dice il Papa, rischiano di farci perdere, magari inavvertitamente, «le grandi cose che abbiamo in comune, che di per sé ci rendono cristiani e che ci sono restate come dono e compito». Interpretare l’ecumenismo come uno scambio di favori o di vantaggi è un «fraintendimento politico della fede e dell’ecumenismo», come ha affermato nell’omelia pronunciata durante l’"Atto ecumenico" nella Chiesa dell’ex convento degli agostiniani di Erfurt.

Con la sua presenza e le sue parole a Erfurt, Benedetto XVI ha fugato anche la prevalente interpretazione negativa della storia della riforma e dell’autore che l’ha segnata con il suo nome notando che al suo nascere, la Riforma sia sgorgata da una domanda sincera e profonda del monaco agostiniano, il quale, pur avendo condotto una vita disciplinata e corretta nel monastero, si sentiva angosciato per la sua indegnità e si domandava: «Come posso avere un Dio misericordioso?». «Che questa domanda del giovane monaco agostiniano sia stata la forza motrice di tutto il suo cammino mi colpisce sempre nuovamente», afferma il Papa. E lamenta che moltissimi cristiani di ogni confessione oggi siano ben lontani dal preoccuparsi per il male compiuto, che ordinariamente si ritiene di poco conto. «Ma sono veramente così piccole le nostre mancanze?», si chiede Benedetto XVI. Certo, si potrebbe dire, non dobbiamo seguire Lutero che – trovandosi a tu per tu, davanti a Dio, durante la consacrazione nella prima messa – raccontano alcuni storici, si sentì così peccatore che preso dallo spavento fuggì interrompendo la celebrazione. Ma le mancanze dei grandi e dei piccoli – nota il Papa facendo esempi efficaci – finiscono per devastare il mondo. «No, il male non è un’inezia!», esclama. Pertanto, la «scottante domanda di Martin Lutero – come mi trovo io davanti a Dio? – deve diventare di nuovo, e certamente in forma nuova, anche la nostra domanda».

Il discorso di Benedetto XVI si conclude con due sfide anch’esse forti e concrete, quasi una provocazione a tutto il mondo evangelico. La prima: cosa hanno da dirci, di positivo e di negativo, le nuove forme di cristianesimo che stanno nascendo, caratterizzate da «scarsa densità istituzionale, con poco bagaglio razionale e meno ancora bagaglio dogmatico e poca stabilità», che, nello stesso tempo, sono animate da grande slancio missionario. La seconda sfida, la più importane per l’intera cristianità: come portare Dio in una società secolarizzata. Dobbiamo aiutarci a vicenda per assolvere questo che è il compito storico che ci interpella, nella prospettiva di un mondo senza Dio. Una prospettiva tragica perché senza Dio anche l’uomo perde di dignità e diventa manipolabile. «Questo è un compito ecumenico centrale. Non saranno le tattiche a salvarci, a salvare il cristianesimo, ma una fede ripensata e vissuta in modo nuovo, mediante la quale Cristo e con Lui il Dio vivente, entri in questo nostro mondo. Come i martiri dell’epoca nazista ci hanno condotti gli uni verso gli altri e hanno suscitato la prima grande apertura ecumenica, così anche oggi, la fede vissuta a partire dall’intimo di se stessi, in un mondo secolarizzato, è la forza ecumenica più forte che ci ricongiunge verso l’unità nell’unico Signore».

 
Elio Bromuri
© Avvenire, 24 settembre 2011
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