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La tentazione del tergicristallo. Le domande che dovremmo porci

L’insegnamento di un prete sul rispetto dovuto agli immigrati ai semafori

Difficile dare torto a padre Giovanni. Le sue parole, pronunciate senza un filo di condanna o di facile moralismo, ci tornano alla mente mentre siamo in coda al solito semaforo che tutti i santi giorni ci infligge un’attesa a volte interminabile, prima di raggiungere l’ufficio che è lì, a soli duecento metri. La giornata è di quelle afose e al semaforo si alternano i soliti immigrati: c’è quello che vende fazzolettini (d’inverno e d’estate) perché il raffreddore è sempre in agguato e non conosce stagione; quello che cerca di convincerti che non puoi fare a meno della finta pelle di daino per lucidare la tua auto; e infine quello "armato" di spugna che vuole pulirti a tutti i costi il parabrezza, anche se sei appena uscito dall’autolavaggio.

Ecco, don Giovanni non fa sconti e ti costringe ad arrossire, ricordandoti quella volta, magari una sola, nella quale infastidito hai fatto partire i tergicristalli per far capire all’immigrato di turno che «no, il lavaggio istantaneo proprio no». E don Giovanni non usa mezze misure: quel gesto davvero non va. È un diniego a dir poco scortese. È un modo inelegante per mandare a quel paese un uomo che cerca di arrabattarsi in terra straniera. Don Giovanni, sempre lui, suggerisce di abbassare il finestrino sino a poco prima ermeticamente chiuso per preservare il microclima interno conquistato con l’aria condizionata a palla, per spiegare con gentilezza che «grazie, no, per oggi non ho bisogno che lei mi lavi il vetro».

Ecco, pure il lei. Non sarà troppo? Padre Giovanni La Manna è il direttore del Centro Astalli di Roma. Un gesuita che ogni giorno deve fare i salti mortali per dare un alloggio e un pasto caldo a centinaia di rifugiati e di poveri che bussano alla sua porta. Ma soprattutto non ci sta ad accettare le nostre inutili scortesie quotidiane verso queste persone. Discorso duro da mandar giù per chi si sente quasi perseguitato da tutte quelle mani tese che incontra per le strade della capitale. Ma le sue parole hanno tutto, tranne il sapore del politically correct.

Non c’è perbenismo nelle sue parole, come pure c’è dietro tanta beneficenza fatta sotto i riflettori e tanta "carità pelosa" come si sarebbe detto all’ombra del Sessantotto (anche cattolico). Non è una categoria politica quella che invoca padre Giovanni, a cui pure di certo non sfuggono le responsabilità dei politici e degli amministratori locali. No, il suo ragionamento è di puro, semplice rispetto della persona che ti incrocia e che ti tende la mano, magari anche con l’offerta di un piccolo gesto come quello di lavare il parabrezza.

Quell’uomo che si affanna in pochi secondi a lavarti il vetro chissà quanto avrebbe da raccontare... Ha una famiglia da qualche parte, forse dei figli lontani? E poi perché è qui? Da dove è scappato? Lo ha spinto la fame o la guerra? Non c’è tempo per farti queste domande mentre aspetti impaziente che scatti il verde, ma forse ha ragione padre Giovanni quando ti suggerisce di non offenderlo mettendo in moto le spazzole e piuttosto ti chiede di scambiare qualche parola con lui. Talvolta possono bastare davvero poche parole per prenderti in carico il mondo e non chiudere occhi e cuore. E per riconoscere che quell’uomo già offeso dalla vita, non merita di essere offeso anche da te.

Domenico Delle Foglie
© Avvenire, 2 luglio 2011
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