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Le omelie di Papa Francesco nelle Messe a Santa Marta del 2018

Quest'anno il Papa ha pronunciato una novantina di omelie nelle Messe celebrate a Santa Marta: meditazioni intense per vivere una fede cristiana autentica, centrata sull'incontro vivo con Gesù e l'amore concreto per gli altri

Omelie brevi, vive, sempre a braccio: sono le meditazioni mattutine di Francesco nella Cappella di Casa Santa Marta. Quest’anno ne ha pronunciate 89. Sono riflessioni che hanno al centro il primo annuncio, il ‘kerygma’: “Gesù Cristo ti ama, ha dato la sua vita per salvarti, e adesso è vivo al tuo fianco ogni giorno, per illuminarti, per rafforzarti, per liberarti”(Evangelii gaudium, 164).

Francesco sa dire parole che toccano i cuori, con un linguaggio vivace e colorito, a volte sferzante per incoraggiare a maturare nella vita cristiana. Le omelie di Santa Marta contengono tre elementi: un’idea, un sentimento, un’immagine, nel contesto di una predicazione positiva che offre sempre speranza, anche quando i toni si fanno più duri. Quella durezza che usava anche Gesù per scuotere soprattutto chi si riteneva giusto e si chiudeva al suo amore, alla sua salvezza.

L’esame finale è sull’amore

Quest’anno, il Papa ha fatto più volte riferimento a situazioni dell’attualità, del mondo e della Chiesa, ma il messaggio ricorrente è escatologico, l’attesa dell’incontro con Gesù, l’esame finale su quello che Francesco chiama il “protocollo” di Matteo 25: “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi”. Alla sera della nostra vita saremo giudicati sull’amore concreto che abbiamo vissuto in terra. Oggi già conosciamo le domande di quell’esame cruciale.

I cristiani sono quelli che pagano per gli altri, come Gesù

Un’omelia su tutte, esemplificativa, è quella dell’8 ottobre scorso, in cui il Papa ha commentato la parabola del buon samaritano: qui – ha detto – è racchiuso tutto il Vangelo. Un dottore della legge fa una domanda a Gesù: “Chi è il mio prossimo?”. E’ una domanda tranello e autogiustificativa. Il Signore parla dell’uomo ferito dai briganti: un sacerdote e un levita, due uomini stimati per l’amministrazione del culto e la conoscenza della legge, lo incontrano e passano oltre. Sono due “funzionari” della fede, spiega il Papa, che magari dicono: “Per strada pregherò per questo, ma non tocca a me. Anzi, se io andassi lì e toccassi quel sangue, rimarrei impuro”. Un samaritano,  cioè “un peccatore, uno scomunicato”, si ferma, se ne prende cura: era il più peccatore, eppure ha compassione di quell’uomo ferito. Mette da parte i suoi programmi, si sporca le mani e le vesti di sangue, fascia le ferite dell’uomo, versandovi olio e vino, lo porta in un albergo e dà all’albergatore due denari, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Ecco la sintesi del Vangelo, commenta Francesco: i cristiani sono aperti alle sorprese di Dio, sanno cambiare i loro programmi e “come Gesù, pagano per gli altri”.

Peccatori e corrotti

Gesù aveva parole forti contro l’ipocrisia di farisei, scribi e sadducei, persone che si ritenevano migliori, perfetti conoscitori della legge, e giudicavano, mettendo pesi sugli altri senza muovere un dito. Così, il Papa spesso riprende i cosiddetti vicini, quelli che pensano di essere in regola ma sono disinteressati degli altri, e poi quelli che hanno una doppia vita, soprattutto se pastori. Definisce “corrotti” quanti si sentono giusti e non hanno bisogno di convertirsi continuamente. Il cristiano, invece, sa di essere un peccatore bisognoso di conversione e della misericordia di Dio e per questo ha misericordia degli altri.

Il Vangelo scomoda

Gesù ci ammonisce: “Non chiunque mi dice ‘Signore, Signore’ entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre”. Così, il Papa ci invita ad essere cristiani del fare e non del dire e basta: cristiani dai gesti concreti, non cristiani col trucco. Certo, il povero disturba: ci tocca le tasche, il malato ci può contagiare, il forestiero ci costringe ad aprire la mente e il cuore a chi è diverso, il carcerato ci coinvolge in una realtà che non vogliamo sfiorare. Il Vangelo filtrato dal nostro egoismo e dai nostri schemi ideologici ci rasserena, ci lascia comodi nelle nostre posizioni. Il Vangelo vero ci scandalizza, ci mette in crisi, ci scomoda, ci muove dall’io al tu.

Attenti al diavolo

Francesco invita a passare dalla logica del mondo a quella di Dio, perché è facile vivere un cristianesimo tiepido e mondanizzato senza neanche accorgersene. Esorta al coraggio di una preghiera insistente che osa rivolgersi al Signore con fiducia, guardando Cristo crocifisso nei momenti difficili. Lancia appelli a restare uniti a Gesù e ai fratelli per non cadere nelle tentazioni del diavolo che inganna e dice menzogne per dividere, usando gli ipocriti. Il Papa nelle sue omelie mette spesso in guardia da Satana, il Grande Accusatore: la vocazione del demonio - dice - è distruggere l’opera di Dio. 

Innamorati di Gesù

La parola chiave per non sbagliare il nostro cammino di fede - spiega il Papa - è essere "innamorati" del Signore e da Lui prendere ispirazione per le nostre azioni. E’ un equilibrio tra "contemplazione e servizio", l’ora et labora di San Benedetto, rifuggendo dalla religione dell’indaffaratismo, che non sa fermarsi per stare con Gesù, e dall’intimismo che non sfocia mai nel servizio concreto dell’amore. La vera contemplazione non è un dolce far niente ma un soffermarsi a guardare il Signore che tocca il cuore e ispira le nostre azioni.

Negli incontri di ogni giorno, la speranza dell’incontro definitivo

E’ lo Spirito Santo - ricorda Papa Francesco - che ci permette di vivere questa vita con gioia, nella speranza di incontrare il Signore: “La speranza è concreta, è di tutti i giorni perché è un incontro. E ogni volta che incontriamo Gesù nell’Eucaristia, nella preghiera, nel Vangelo, nei poveri, nella vita comunitaria, ogni volta diamo un passo in più verso questo incontro definitivo. La saggezza di saper gioire dei piccoli incontri della vita con Gesù, preparando quell’incontro definitivo”.

Sergio Centofanti - Città del Vaticano

© www.vaticannews.va, lunedì 31 dicembre 2018

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