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L'Onu alla Chiesa: lavoriamo insieme contro l'Aids

"L'educazione ad evitare i comportamenti a rischio, quando è basata su solidi principi morali, mostra pienamente la sua efficacia e si traduce in una maggiore apertura all'accoglienza di quanti sono già affetti dal virus. Là dove si va affermando la responsabilità per i propri comportamenti, infatti, aumenta anche la consapevolezza del legame esistente con il resto della comunità e la sensibilità per coloro che soffrono".

Lo ha affermato il segretario di Stato vaticano, cardinale Tarcisio Bertone, introducendo i lavori del convegno internazionale "La centralità della persona nella prevenzione e nel trattamento della malattia da hiv-aids: esplorando le nuove frontiere", promosso dal Pontificio Consiglio per gli operatori sanitari e in corso fino a domani in Vaticano.

Bertone ha spiegato che malattie come l'aids "spesso comportano a tutt'oggi un pesante stigma sociale". Per questo, ha aggiunto "ci rendiamo conto di come la centralità della cura della persona sia un obiettivo ancora lungi dall'essere compiutamente realizzato", mentre, d'altronde, Bertone ha invitato a considerare "quanta importanza rivestano, anche sotto il profilo strettamente sanitario, l'educazione alsupermanto dei pregiudizi, il relazionarsi ai contagiati dal virus come a persone dotate di una dignità inalienabile, la presa di coscienza del contributo che i malati possono e devono continuare a prestare alla propria famiglia e alla società, la possibilità di dare un senso alla loro sofferenza".

ONU, LOTTA NON È FINITA, SI' AD APPROCCIO SOCIALE
Oggi più di 6 milioni di persone ricevono il trattamento con antiretrovirali per l'infezione da Hiv ma "la lotta non è finita, ci sono 10 milioni di persone che sono in attesa del trattamento e la loro vita è appesa ad un filo". È quanto ha affermato Michael Sidibè, segretario generale aggiunto dell'Onu e direttore esecutivo di UnAids, nel corso di un incontro sulla centralità della cura della persona nella prevenzione e nel trattamento della malattia da Hiv/Aids.

"Sono stati fatti dei progressi ma questo non è il momento dell'autocompiacimento - ha aggiunto Sidibè - e se stiamo spezzando la traiettoria dell'epidemia in molti Paesi dove c'è stato un declino nei contagi, lo si deve ad un cambiamento nell'approccio alla diffusione della malattia. Il segretario generale aggiunto delle Nazioni Unite si riferisce al passaggio da "un approccio pragmatico alla valorizzazione delle prassi sociali e al ruolo dei valori e della famiglia". 

I Paesi in cui sono calati i contagi - ha proseguito Sidibè - sono quelli in cui si è riuscito a considerare i giovani come attori del cambiamento e loro sono stati capaci di negoziare la loro sessualità in maniera responsabile". Molto è stato fatto, secondo Sidibè, anche sul piano dell'impegno economico internazionale: "meno di 10 anni fa potevamo contare su 400 milioni di dollari, oggi parliamo di 70 miliardi di dollari" e grazie alla ricerca che, recentemente, ha fatto un passo in avanti nella scoperta di un trattamento che roduce la trasmissione "siamo arrivati ad un punto cruciale". Infine, Sidibè ha rivolto un appello alla Chiesa chiedendo di "lavorare insieme" nella lotta all'Aids. "Ci sono molte aree in cui siamo in disaccordo - ha concluso - ma anche molti ambiti in cui condividiamo posizioni comuni. Dobbiamo trattare l'Aids con un approccio sociale profondo".

MONS. ZIMOWSKI: AIDS MALATTIA ANCHE MORALE, CURE AD OGNI LIVELLO
"L'infezione Hiv/Aids non può essere ridotta solo ad una patologia somatica  immunitaria, da trattare con antiretrovirali. È una malattia sociale e morale che richiede una cura a tutti i livelli". Lo ha affermato monsignor Zygmunt Zimowski, presidente del Pontificio Consiglio per gli operatori sanitari, in occasione della seconda giornata di lavori dell'incontro dedicato alla centralità della cura della persona nella prevenzione e nel trattamento della malattia da Hiv/Aids. 

"L'Aids rivela un disordine profondo - ha aggiunto Zimowski antropologico e morale che riguarda non solo l'atteggiamento sessuale della persona che trasmette il virus ma anche il tipo di relazioni interpersonali coinvolte nella diffusione dell'epidemia".

Secondo Zimowski, ciò che caratterizza l'atteggiamento delle persone che trasmettono l'infezione è "la loro irresponsabilità". "Finché questo disordine non riceve attenzione da parte dei responsabili delle lotte contro l'epidemia di Aids perchè si dice che si tratta d'una scelta privata - ha sottolineato Zimowski - l'epidemia rimarrà nella popolazione. Perciò la prevenzione della trasmissione sessuale dell'Hiv va effettuata nell'ottica e nel contesto di una lotta totale, olistica, contro l'infezione e le sue radici, non solo limitata al pur importante aspetto medico-sanitario".

© Avvenire, 28 maggio 2011

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