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Non abbiate paura, il miracolo più difficile

Sono le parole di Wojtyla che abbiamo ascoltato tante volte e a cui ormai non facciamo neanche caso. Senza capire che sono la profezia di cui oggi abbiamo più bisogno

Lo stiamo rivedendo in mille immagini. E ciascuno di noi - su papa Wojtyla - sta tirando fuori dal cassetto il ricordo più caro. Ovviamente è giusto che sia così. Però... Ho l'impressione che questa beatificazione che ci apprestiamo a celebrare domenica si stia trasformando un po' troppo in un'operazione nostalgia. È come se tutti volessimo riportare il calendario indietro a quell'inizio di aprile 2005 e alle sicurezze di quei giorni: al mondo che si ritrovava unito intorno al feretro del Papa, alla Chiesa riconosciuta da tutti come punto di riferimento, alla standing ovation mediatica per lui (e in fondo almeno un po' anche per noi).

Se la beatificazione di Giovanni Paolo II fosse solo questo sarebbe davvero poca cosa. E soprattutto non avrebbe nulla a che fare con ciò che per la Chiesa cattolica è il rapporto con i santi, che sono modelli da imitare e intercessori da invocare, non immagini di repertorio buone per tutte le stagioni.

Per questo credo che dopo tante cronologie su di lui, dopo tanti ricordi, dopo tanti aggettivi anche un po' abusati, in questa vigilia sarebbe bene se ripartissimo da quel suo richiamo con cui iniziò il suo cammino come successore di Pietro. Se ci lasciassimo di nuovo scuotere da quelle parole che pronunciò il 22 ottobre 1978 e che la Congregazione per il culto divino ha scelto non a caso di proporre nell'Ufficio delle letture del nuovo beato: «Non abbiate paura! Aprite le porte a Cristo!». Una coppia di frasi che abbiamo ascoltato tante volte e a cui ormai non facciamo neanche caso. Senza capire - invece - che sono la profezia di cui oggi abbiamo più bisogno.

«Non abbiate paura», diceva Karol Wojtyla diventato Papa. Ma noi non ci crediamo più: quale tempo più del nostro ruota intorno alle paure? Vediamo insidie dappertutto: dal terrorismo islamico alla sindrome della quarta settimana, dalle compagnie che frequentano i nostri figli ai laicisti che tramano per ridurci all'irrilevanza. Sicurezza è il mantra dei nostri giorni. Dobbiamo difenderci da tutto: da quelli che ci invadono, da quelli che approfittano di noi, persino da quelli che potrebbero confonderci.

«Non abbiate paura» ha detto l'angelo alle donne davanti al sepolcro vuoto. E Giovanni Paolo II con lui. Sì, ma quando lui diceva queste parole non c'era ancora stato l'11 settembre o la crisi della finanza. È vero: nel 1978 avevamo «solo» lo spettro di una guerra nucleare sopra la testa, le Brigate Rosse (quelle vere) uccidevano per le strade, l'eroina imperversava... «Non abbiate paura».

Certo, è un invito che bisogna leggere insieme all'altra frase: «Aprite le porte a Cristo». Perché è rimanendo radicati in Lui che possiamo permetterci di non temere nulla. Però dobbiamo fare attenzione a non dimenticarci che è vero anche il contrario: solo chi guarda al mondo intorno a sé senza lasciarsi chiudere lo sguardo dalla paura può scorgere i passi del Signore che viene. E aprirgli davvero la porta del proprio cuore.

«Non abbiate paura», viene a dirci di nuovo il 1° maggio 2011 il beato Giovanni Paolo II. Non è più il Papa venuto da un Paese lontano, il Papa del muro di Berlino, il Papa delle Gmg, eccetera eccetera. È un testimone della fede che ci rivolge una parola impegnativa per questo nostro tempo: non adeguatevi alla mentalità corrente, non chiudetevi nelle vostre case o nelle vostre chiese, non guardate a chiunque vi passi accanto come a una minaccia. Quanto abbiamo bisogno oggi per vivere il Vangelo dell'intercessione di un beato così.

Giorgio Bernardelli

© www.vinonuovo.it, 29 aprile 2011

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