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Non per convenienza ma per coscienza

Fisco giusto ed evasione: i doveri di chi fa le leggi e quelli del cittadino

Il decreto anti-crisi varato dal governo in questi giorni e l’ampia discussione che s’è aperta hanno riacceso il dibattito sulle tasse in Italia. A innescarlo sono stati i nuovi prelievi tributari previsti dal decreto, la cui onerosità ripropone – come sempre in questi casi – il problema della grande evasione fiscale nel nostro Paese, che vanta peraltro uno dei tassi impositivi più elevati. Piuttosto che pagare di più la gente s’aspetta di pagare meno, facendo pagare tutti.

In questo contesto ha suscitato ampia risonanza sui media l’intervento del presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco, che ha stigmatizzato «le cifre impressionanti» dell’evasione fiscale, richiamando «il dovere di tutti di contribuire attraverso le tasse alla vita pubblica e sociale». In merito. l’insegnamento della Chiesa è chiaro: pagare le tasse è moralmente doveroso. È un obbligo di giustizia contributiva, che esige la cooperazione economica di tutti i cittadini al bene comune. Per esso persone, famiglie e gruppi intermedi mirano oltre i loro interessi privati: si prendono cura di quel noi-tutti che essi formano unendosi in comunità sociale e politica.

La nobiltà del fine (il bene comune) fa la nobiltà dell’atto (il tributo). Il che dà dignità e valore prima di tutto etico all’azione contributiva: essa s’iscrive nell’ordine morale del bene da promuovere, dell’I care (il farsi carico) suscitato dal con-vivere sociale e politico. Questo occorre dirlo con convinzione e decisione, per l’imporsi di persuasioni d’altro segno. Nell’immaginario prevalente della gente pagare le tasse ha valenza legale e non morale: pago le tasse non perché è bene, ma perché è prescritto. L’atto s’iscrive nell’ordine giuridico dell’ingiunzione di legge: non del bene da amare, ma di una legalità impositiva esterna e della pena comminata ai trasgressori. Così i doveri tributari non sono percepiti come obblighi di coscienza, ma di convenienza. Sottrarsi ad essi non è un male morale, cioè un peccato (che rende ingiusti e disonesti), ma una mera omissione, un non-luogo. Resterebbe il reato, ma solo nel caso (calcolato) in cui l’omissione venisse rilevata e sancita. Altrimenti nulla: non è successo nulla. Anzi s’arriva a compiacersi delle abilità evasive, fino ad esaltare la furbizia e commiserare gli onesti. Il che è sintomo di un vuoto di coscienza etica, incapace d’intercettare il bene e farlo valere attraverso la legge e oltre la legge.

Ma la questione tributaria non va vista solo dalla parte dei contribuenti. Occorre considerarla anche dalla parte dei legislatori e dei garanti della legge. I primi – coloro che fanno le regole – chiamati ad elaborare leggi giuste di imposizione tributaria. Leggi rispondenti a criteri di proporzionalità (in rapporto alle potenzialità contributive di persone, famiglie, associazioni e imprese) e di differenziazione dei beni tassabili (secondo parametri di necessità/lusso, produzione/svago, beneficio/nocività, profit/no profit). Leggi altresì semplici, coerenti e bilanciate.

Leggi fiscali ingiuste, parziali e vessatorie, da una parte, confuse, incongrue e farraginose, dall’altra, non favoriscono il cordiale approccio dei cittadini a esse e la coscienza morale del loro valore e della loro esigibilità. I secondi – i garanti della legalità – chiamati, a loro volta, a favorire il rispetto delle leggi e vigilare su di esso. Perché l’inosservanza diffusa porta al discredito delle leggi, scoraggia i virtuosi e asseconda l’evasione. Tutto questo vincola moralmente i politici, nella consapevolezza che una politica fiscale equa, convincente e vigile favorisce il consenso morale delle coscienze.

I politici non sono meri soggetti d’imposizione fiscale, al bisogno. Essi sono soggetti di onestà legislativa, che li impegna a promulgare e far rispettare leggi fiscali giuste e plausibili. Altrimenti la gente si disimpegna nell’osservanza. E, per l’ignavia dei politici, potrebbe tornare d’attualità il principio delle leggi meramente penali in campo tributario, con cui i saggi moralisti del Settecento liberavano le coscienze degl’indifesi dagli obblighi vessatori di leggi fiscali inique.

Mauro Cozzoli
© Avvenire, 26 agosto 2011
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