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Pizzaballa: il 2020 porti dialogo e responsabilità in Medio Oriente

Una Messa per riunire i cristiani dei Territori e parlare della figura di san Giuseppe, uomo e padre. A celebrare oggi nella Festa della Santa Famiglia è l'amministratore apostolico del Patriarcato di Gerusalemme dei Latini l'arcivescovo Pierbattista Pizzaballa. Nella nostra intervista traccia anche un primo bilancio dell'anno trascorso ed esprime il suo auspicio per il 2020

Oggi la Chiesa ricorda la Santa Famiglia di Nazareth, un giorno di festa in cui pregare e affidarsi a Maria, Giuseppe e alla presenza di Gesù appena nato tra loro. E' la festa della loro vita quotidiana e sarà celebrata in modo semplice e gioioso anche in Palestina. Nella parrocchia più grande di Ramallah nei Territori, intitolata proprio alla Santa Famiglia, l'arcivescovo Pierbattista Pizzaballa, Amministratore Apostolico del Patriarcato di Gerusalemme dei Latini, presiede la Messa. Ai nostri microfoni così racconta della giornata e della comunità cristiana di Ramallah:

Ascolta l'intervista a mons. Pierbattista Pizzaballa

R. - Ramallah è la città principale dei Territori palestinesi e la parrocchia più grande è dedicata proprio alla Santa Famiglia quindi ho pensato di essere lì. Sarà una celebrazione con tutta la comunità parrocchiale ed anche l'occasione per benedire le famiglie della comunità e della zona, per ascoltare, incontrare e stare anche con i bambini. E' una celebrazione molto popolare e semplice, festosa. Ci concentreremo quest'anno sulla figura di San Giuseppe visto che è anche nellaliturgia; nella sua figura il ruolo del padre che è un pò in crisi anche qui.

Che caratteristiche ha questa comunità, come vive?

R. - Le nostre parrocchie sono molto diverse tra loro perchè il territorio è molto diversificato. Questa di Ramallah è una parrocchia che si è ingrandita molto negli ultimi anni,  a causa dell'immigrazione interna dalle campagne; è una parrocchia quindi cittadina ma che ha conservato il suo forte carattere di villaggio. Ma anche qui si registrano i problemi degli altri luoghi. Le difficoltà sono soprattutto per le giovani famiglie che faticano ad avviarsi per trovare casa, lavoro, un contesto di vita e di comunità.

Parliamo della situazione generale di questo territorio così delicato. Che Natale è stato per le comunità cristiane e non solo?

R.- Diciamo che soprattutto nella zona di Betlemme, il Natale è sempre un momento di festa. Quest'anno ha avuto un carattere più locale che universale, nel senso che i pellegrini sono pochi perchè di solito vengono dopo, in quanto trascorrono il Natale in famiglia. Ma comunque è stata una festa molto partecipata. Sono arrivati anche alcuni da Gaza: su poco più di 900 richieste sono arrivati circa 300 permessi quindi almeno un terzo dei cristiani di Gaza sono potuti venire a Betlemme. Ma comunque è stato un giorno tranquillo e festoso. Anche noi come tutti, mettiamo tra parentesi tutte le difficoltà, e vogliamo festeggiare.

Lei è stato a Gaza per una visita di qualche giorno in questo mese. Subito dopo ci sono stati scambi di razzi con Israele. Come è ora la situazione?

R.- Gli scambi di razzi non sono una novità purtroppo e dunque non stupiscono, speriamo solo che tutto ciò finisca. La situazione di Gaza resta  - come ho sempre detto -vergognosa: la chiusura ermetica da un lato, la mancanza di lavoro all'interno con circa il 60% di disoccupazione giovanile, e una pressione continua, rendono veramente la vita molto difficile.

Quale il suo auspicio per il nuovo anno per questa terra?

R. - Il mio auspicio è che nel 2020 si possa ricominciare a parlarsi. Il 2019 è stato un anno dove il dialogo è stato molto difficile nella politica e nella vita sociale. Per quanto riguarda la politica da parte israeliana abbiamo visto per tre volte in uno stesso anno le elezioni, segno evidente di mancanza di dialogo, di accordo, di visione e prospettiva; sul fronte palestinese non ricordo quando ci siano state le ultime elezioni, si va indietro di almeno dieci anni. Quindi mi auguro veramente che il 2020 sia l'anno della responsabilità nella vita politica e sociale ma anche nella vita ecclesiale e religiosa, perchè non dobbiamo tirarci fuori. Nel nuovo anno non pretendiamo che arrivi improvvisamente la pace, ma che almeno si possano riprendere i fili del discorso che poi potranno portare ad un rapporto più sereno tra le parti.

Gabriella Ceraso - Città del Vaticano

© www.vaticannews.va, domenica 29 dicembre 2019