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Pro-memoria famiglia

Di fronte alla crisi che scuote la nostra società, l’economia e la politica, manca al Paese una visione, mancano idee forti di sviluppo, manca un’idea che ci consenta di dire quale Italia vogliamo tra cinque o dieci anni, e soprattutto cosa dobbiamo fare oggi per diventare quell’Italia

Non è questione delle ultime settimane, è problema di anni. E vogliamo ripeterlo mentre una fase si chiude, con le dimissioni da capo del governo dell’uomo politico che ha impresso una impronta indelebile alla cosiddetta Seconda Repubblica, e un tempo nuovo si accenna.

Continuiamo purtroppo a navigare a vista, tra lettere, decreti, annunci e “liste di priorità” a cui facciamo ormai fatica a credere. Le famiglie nel nostro Paese – il Paese stesso! – non possono permettersi più questo piccolo cabotaggio, questo “vivere alla giornata” che peggiora sempre di più la situazione: una famiglia quando decide di mettere al mondo un figlio deve poter pensare al proprio futuro e alla propria responsabilità per almeno 25-30 anni, e deve pensarci da subito.

Altrimenti, se il futuro è un buco nero, senza possibilità di controllo, allora è meglio pensare solo al presente, bruciando subito ogni risorsa possibile, in una tragica rilettura del sonetto di Lorenzo il Magnifico, per cui «chi vuol essere lieto sia, del doman non v’è certezza».

Purtroppo è quanto il nostro Paese ha fatto, consumando irresponsabilmente per decenni ben più di quello che produceva, e scaricando sulle generazioni future i consumi di oggi, lasciando in eredità non un patrimonio, ma un debito: un debito che è soprattutto pubblico, perché il nostro Paese sopravvive e resiste, paradosso tutto italiano, tra “vizi pubblici e private virtù”. Il sistema pubblico brucia a favore di adulti e anziani anche le risorse che non produce, e non investe su famiglia, figli e giovani. In famiglia, invece, i genitori e gli stessi anziani/nonni, in casa propria, regalano la propria liquidazione a figli e nipoti, proteggono i giovani dalla disoccupazione e dalla precarietà con il proprio reddito. Altro che familismo amorale! “Amorale”, anzi addirittura immorale, è chi ha lasciato consumare le risorse delle generazioni future.

Nessun Paese potrà mai uscire dalla crisi senza investire sul futuro, in ambito economico, politico o strutturale. E i Paesi più accorti hanno capito che il futuro lo costruiscono le nuove generazioni, che solo nelle famiglie vengono protette e valorizzate: quindi occorre investire prioritariamente in capitale umano e sociale, nei giovani, nei sistemi formativi, nell’equità fiscale per la famiglia, in un nuovo welfare sussidiario, nei legami familiari di cura, sostegno e solidarietà, spostando quote significative di Pil dalle generazioni adulte e anziane a quelle giovani.

La media europea di spesa pubblica per famiglia e minori è al 2,2% del Pil, ma l’Italia non supera l’1,4%; eppure le famiglie italiane, pur provate dalla crisi, rimangono custodi e protagoniste di una grande capacità di risparmio, mentre il debito pubblico rimane un macigno che rischia di schiacciarci.

Sogniamo, perciò, e ormai pretendiamo una classe dirigente capace di capire quello che ogni famiglia nel nostro Paese ha ben chiaro nella propria fatica quotidiana. E in particolare, di fronte alle leggi delega per la riforma fiscale e per la spesa sociale all’esame del Parlamento, richiamiamo nuovamente l’urgenza di costruire una riforma del fisco a misura di famiglia, per restituire giustizia e speranza ai nuclei con carichi familiari, innescare la ripresa dei consumi e proteggere le famiglie dal rischio di povertà, troppo spesso legato alla presenza di figli. Il Fattore Famiglia, proposto dal Forum e approvato già nella Conferenza sulla Famiglia di Milano del novembre 2010, deve diventare una delle priorità dell’agenda del Paese.

Ripartire dalla famiglia, primo e più importante generatore di solidarietà tra le generazioni, si può e si deve, quale che sia il respiro e l’orizzonte del governo che sta per nascere: non c’è più tempo per aspettare, il futuro è adesso.

Francesco Belletti
 
© Avvenire, 14 novembre 2011
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