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Quel laido epitaffio e il desiderio di bene

L’altra sera su "Annozero" è passata un’intervista a Lele Mora, manager di artisti o aspiranti tali, che ha spiegato come funziona il mondo di vallette ed escort. Sono ragazze disposte a tutto, ha detto; la tv ha distrutto molte persone, e occorre ammettere che il mondo, ormai, gira così. «E tutto il mondo è paese – ha aggiunto pacatamente l’impresario; dunque – Paese che vai, zoccola che trovi».

Nella sua brutalità è sembrato a chi ascoltava quasi un epitaffio, il motto di Mora. Dopo un’ennesima raffica di prime pagine su sempre nuove escort che affermano di frequentare il presidente del Consiglio, abbiamo incassato la crudezza di quella affermazione come pugili troppo suonati per reagire.

Non stiamo parlando della verità o falsità delle denunce, né dello "stile di vita" di Berlusconi. Stiamo parlando dell’Italia, di ciò che leggiamo e vediamo tutti i giorni; di come viviamo, e di come ci fanno vivere. Di un’Italia in cui tua figlia di tredici anni si sente dire da uno in tv che ormai gira così, tutto si vende, e «Paese che vai…».

È probabile, anzi quasi certo che dalla sua angolazione Mora abbia ragione. Senonché la sua angolazione è limitata. Dubitiamo che Mora prenda i treni dei pendolari alle cinque del mattino, o frequenti le corsie degli ospedali, o entri nelle scuole dove molti insegnanti si ostinano a cercare di educare. Immaginiamo che Mora conosca poco gli oratori, e le fatiche dei parroci; ma anche, laicamente, la vita quotidiana di tanti che studiano, lavorano e fanno andare avanti l’Italia.
C’è un’ampia, oscura parte di questo Paese che non si merita quell’epitaffio. E questo non per dire che esiste una Italia "buona" e "onesta", giacché noi cristiani siamo stati autorevolmente messi in guardia dalla tentazione di dirci "a posto". Esiste, però, ancora, un’Italia diversa.

È vero: già Pasolini aveva profetizzato che la televisione sarebbe passata «come un trattore sulla coscienza degli italiani»; è vero che ignoranza e abbandono educativo alimentano masse di ragazzi che hanno come dio il Grande Fratello – sono il nuovo Lumpenproletariat, i più poveri di tutti. Però, non possiamo non dire che c’è ancora, nelle nostre case, un desiderio di altro. Desiderio di lavorare, di fare, di crescere figli, di continuare in loro, di sperare; un desiderio grande e originario, che non può essere annientato dalla logica dell’apparenza, del successo a ogni costo, che col suo rumore ci domina.

In un’omelia di diversi anni fa l’allora cardinale Ratzinger affrontava la questione. «Abbiamo sempre bisogno del coraggio di denunciare apertamente il male, per promuovere un miglioramento – diceva – ma forse oggi abbiamo ancora più bisogno del coraggio di fare emergere con chiarezza il bene che c’è in ogni persona e nel mondo».

Il coraggio di dire il bene, sembra questo che oggi ci manca. Non nel senso di mostrare con orgoglio mani pulite e coscienze immacolate, in un esercizio da farisei; ma di affermare, almeno, sulla nostra vita un altro desiderio, più bello e umano di quello di entrare, almeno per un attimo, nel cono di luce dei riflettori. Noi, e come noi tanti, vogliamo un Paese diverso da quello raccontato da Lele Mora. Vogliamo che i nostri figli seguano altre speranze, più grandi; che le nostre figlie adolescenti non si aggreghino alle colonne di escort che mendicano un giorno almeno da star. Il fatto è che crediamo in altre cose, in un altro senso e orizzonte; ma è come se in tanto gridare su scandali e menzogne la nostra voce non si sentisse. «Paese che vai…», dicono i maestri del pensiero dominante, compiaciuti del loro crudo realismo. Ma c’è un realismo maggiore, che è affermare un altro sguardo e desiderio sulla vita, che pure abbiamo scritto addosso. («Il coraggio di dire il bene, sembra questo che oggi ci manca»).  

Marina Corradi
© Avvenire, 6 novembre 2010
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