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Quel ventenne del Web

Nel 1991 l’invenzione che ha trasformato Internet. E l’ha reso simile a noi

Sembra incredibile, ma è così: già vent’anni di World Wide Web. La ragnatela digitale – il "www" che precede ogni indirizzo di sito Internet – sta festeggiando se stessa nel segno del suo fondatore, Tim Berners-Lee: sir Tim (la regina Elisabetta l’ha ringraziato insignendolo del titolo) è stato a Roma in questi giorni nell’ambito di una kermesse celebrativa affollata di filosofi, economisti, esperti tecnologi.

«Let’s web serve humanity», il web al servizio dell’uomo, è stata la frase-simbolo dell’evento. Giorni fa la banca d’affari Morgan Stanley aveva annunciato che quest’anno le vendite di "telefoni intelligenti" – gli smartphones – e dei tablet – vale a dire iPad e affini – supereranno quelle dei personal computer. L’era del pc sarebbe già al tramonto. Possibile? L’era digitale è abbastanza immateriale da macinare uno strumento dopo l’altro: staremo a vedere se le magiche tavolette elettroniche che stanno dilagando soppianteranno davvero desktop e laptop, computer da tavolo e portatili.

È comunque certo che il Web "vuole" essere consultato in maniera sempre più semplice e mobile. Sbaglieremmo, tuttavia, se concentrassimo l’attenzione sugli aspetti materiali. Questi vent’anni di Web mostrano che a essere superato è proprio il "mondo dei tecnologi", composto da quelli che il guru di Internet Jaron Lanier in un libro recente ha definito «gadget»: la galleria infinita di oggetti che si susseguono e si scavalcano a ondate incessanti, appena sfornati e subito vecchi.

«Tu non sei un gadget», è la replica di Lanier (inventore del termine «realtà virtuale»): se l’uomo si affida al ritmo delle macchine, diventa macchina anche lui. Quello che dovrebbe importarci è piuttosto ciò che succede a noi quando usiamo gli strumenti tecnologici. Se un uomo o una donna non può fare a meno di guardare il suo cellulare cento volte al giorno, anche mentre mangia o parla col fidanzato, quella persona ha un problema. Ugualmente, un bambino che passa ore a smanettare con i videogiochi ha un problema. Problemi umani e familiari, non tecnologici. Le tecnologie invecchiano, lasciano il posto ad altre che meglio raggiungono gli scopi prefissati.

Un merito di Steve Jobs – che per questo è compianto da molte persone, e non solo da tecnologi – è stato avere materializzato idee, ovvero immaginato strumenti che risolvevano le attese di tanti. L’iPod è solo uno strumento tecnologico, o piuttosto quel modo per ascoltare musica di cui non vedevamo l’ora? E lo stesso accade con l’iPad, che rende trasportabili e immediati un sacco di gesti umani, dal leggere un libro a prendere un appunto. Certo, tre giorni di blackout europeo del sistema Blackberry – com’è accaduto di recente – hanno insegnato a migliaia di manager che la tecnologia può tradire.

Sembra però preferibile l’idea che se ci abituassimo di tanto in tanto a zittirli volontariamente (magari perché rispettiamo l’interlocutore che, seduto di fronte a noi, ci sta raccontando le sue faccende) peserebbero meno gli inevitabili guasti tecnici. E, forse, coglieremmo con più preoccupazione quei problemi – umani – che sono connessi all’uso scriteriato e passivo della tecnologia: i deficit percettivi e di attenzione, i tic compulsivi, le "evasioni elettroniche" che fanno riscontro all’abbandono affettivo nelle famiglie (ma anche in tanti single).

È pur vero che usare il computer e i suoi derivati ci sta cambiando la testa, e ancor più ai bambini che ci sono nati in mezzo. Resta da dimostrare se in tutto ciò prevalga l’aspetto positivo o quello negativo, ma soprattutto se sia ineluttabile e se sia frutto di nuovi equilibri, piuttosto che di vecchi squilibri. Ma non diamone la colpa alla tecnologia: l’abbiamo fatta noi per noi stessi, e ci assomiglia sempre di più. Buon compleanno, Web.


 
Giuseppe Romano
 
© Avvenire, 15 novembre 2011
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