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Quella radice che dà forza

I cristiani non devono avere paura, ha detto il Papa parlando alle Pontificie Opere Missionarie. Non devono avere paura di proclamare il Vangelo, anche se «sono attualmente il gruppo religioso che soffre il maggior numero di persecuzioni», ha ricordato.

E basta pensare alle cronache dall’Iraq all’Egitto, al Pakistan, all’Orissa, al Sudan, e avere anche una vaga memoria della ferocia subita, per domandarsi istintivamente: non aver paura? E come si fa, in certi posti, a non avere paura? Perfino lontano dagli scenari sanguinosi, nel civile sicuro orizzonte occidentale, non ci vuole un po’ di coraggio forse semplicemente per palesarsi cristiani in un mondo secolarizzato? (Nelle scuole, nei luoghi di lavoro, quella tacita pressione a richiudere la fede in una camera privata, interiore, a non portarla nell’arena del vivere comune).

Non dobbiamo avere paura, dice Benedetto XVI, e le sue parole riecheggiano quel "non abbiate paura" di Giovanni Paolo II la cui eco è risonata il primo maggio in una piazza San Pietro gremita e commossa. Già, non dobbiamo; ma, come si fa a non avere paura? Come fanno i cristiani in vaste zone del mondo a vivere, e a restare e a testimoniare il Vangelo, nella minaccia che incombe? E come facciamo più modestamente noi, a non trovare più comodo e conveniente allinearci, omologarci al conformismo della cultura dominante?

Non bisogna avere paura, già; ma, come diceva Manzoni, il coraggio uno non se lo può dare. E allora un ascoltatore distratto potrebbe pensare a un imperativo morale che ci venga comandato, cui con le nostre forze dobbiamo aderire; come soldati, ai quali sia stato inculcato un senso militare dell’onore, e non ne possano venire meno.

Ma c’è un passaggio nel discorso di Benedetto XVI che di quel "non abbiate paura" è la chiave di volta, e che nella sintesi dei titoli dei giornali rischia forse di non essere abbastanza notato. «Condizione fondamentale per l’annuncio è lasciarsi afferrare completamente da Cristo», dice il Papa: in questo essere afferrati è la "linfa vitale" del cristiano e dell’annuncio cristiano. Affermazione che, a guardarla dalla platea di un cristianesimo formalmente e distrattamente ereditato – come è per non pochi in Occidente – è un capovolgimento radicale della questione. Perché la vulgata appresa da molti della nostra generazione – forse per colpa anche nostra, noi alunni svogliati – sembrava insistere sul cristianesimo come un "dover essere", un dovere aderire a una morale, uno sforzarci di virtù.

E invece la condizione fondamentale per vivere la fede e annunciarla, ricorda Benedetto, è «lasciarsi afferrare completamente da Cristo». Un essere presi, conquistati, abitati; non un doverismo, un ferreo imporsi una legge da osservare. Come Benedetto XVI ha scritto nell’incipit della Deus caritas est, «all’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona». E dunque quel "non abbiate paura" che da Giovanni Paolo II a Benedetto ci viene ripetuto non è l’ordine di aderire a un imperativo sia pure superiore, ma è l’esortazione a lasciarsi semplicemente afferrare da Cristo.

Certo, anche questo comporta una paura, in uomini educati al culto di sé stessi, e di sé padroni; è un abbandonarsi, e anche questo richiede coraggio. Certo, ognuno può obiettare di essere inadeguato e incapace, non assolutamente all’altezza di quel compagno. Ma il nostro Dio, ricorda il Papa, è uso a mettere il suo tesoro in "vasi di creta". E la creta è terra, comune, e fragile. Però nella forma del vaso è fatta per accogliere. «L’anima non è che una cavità che egli riempie», ha scritto Clive Staples Lewis – l’autore di Cronache di Narnia – con l’intuizione folgorante del poeta. E dunque noi vasi di creta, materia da poco; ma, colmati, capaci anche di un’appartenenza più grande della paura.

Marina Corradi

© Avvenire, 15 maggio 2011

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