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Relazioni in Rete: quale umanesimo nella cultura digitale?

S. E. Mons. Claudio Giuliodori, Vescovo di Macerata-Tolentino-Recanati-Cingoli-TreiaPresidente Commissione Episcopale per la Cultura e le Comunicazioni Sociali della Conferenza Episcopale Italiana 23 aprile 2010

 

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1. Intagliatori di sicomori: l’arte di coniugare fede e cultura
           
            Quando nella relazione al Convegno Parabole Mediatiche, l’allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede usò l’immagine patristica degli intagliatori di sicomoro per spiegare il rapporto tra fede e cultura, tutti restarono profondamente colpiti. L’assemblea riunita nell’aula Paolo VI fu toccata certamente dall’efficacia dell’esempio ma ancor più dalla riflessione acutissima che il Card. Ratzinger offrì sulla necessità che la cultura sia incisa in profondità dalla fede per portare frutti saporiti. “Il Vangelo non sta accanto alla cultura - affermava il Card. Ratzinger -. No il Vangelo è un taglio, una purificazione che diviene maturazione e risanamento. È un taglio, che esige paziente approfondimento e comprensione, cosicché esso sia fatto nel momento giusto, nella fattispecie giusta e nel modo giusto, che esige quindi sensibilità, comprensione della cultura dal suo interno, dei suoi rischi e delle sue possibilità nascoste o palesi”.[1]
            Dal 2002 ad oggi questa immagine è ritornata spesso nelle nostre riflessioni e continua ancora ad interpellarci. Non possiamo fare a meno, infatti, di chiederci se come testimoni della fede stiamo incidendo sulla cultura del nostro tempo, se stiamo attuando il duplice dinamismo della “inculturazione del Vangelo” e “dell’evangelizzazione della cultura” nella rete e nel nuovo ambiente digitale.[2] Concretamente ci domandiamo se siamo capaci di intagliare, ossia interagire in modo organico con la nuova cultura digitale per aprirla alla fecondità del Vangelo. Questo Convegno è un passo importante in questa direzione che conferma, a distanza di otto anni da “Parabole mediatiche” l’impegno della comunità ecclesiale ad essere attenta e a prendersi cura di questo frutto dello sviluppo tecnologico, sociale e culturale che è rappresentato oggi dal “nuovo continente digitale”.
            L’indiscutibile interessamento dimostrato dalla Chiesa italiana per i nuovi fenomeni culturali scaturiti dai processi mediatici risale ormai agli anni Novanta, al Convegno di Palermo e all’avvio del Progetto culturale[3], ed è ben visibile negli orientamenti pastorali per il decennio che si va chiudendo e che ci ha visto camminare insieme con il desiderio di “Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia[4], nel documento “Comunicazione e missione. Direttorio sulle comunicazioni sociali nella missione della Chiesa[5] che rappresenta ancor oggi la magna carta delle linee pastorali nel campo della comunicazione, e dalle prospettive del Convegno Ecclesiale Nazionale di Verona, così come emergono dalla nota conclusiva.[6] Sono stati momenti di intensa riflessione e di attenta elaborazione che hanno offerto alla Chiesa italiana accurate analisi e preziose indicazioni operative. Le riflessioni poi hanno ispirato, accompagnato e sostenuto un grande investimento nel campo dei media in tutti i settori e vari livelli.
            Ma l’aver prestato attenzione al fenomeno mediatico non ci garantisce una effettiva compenetrazione o, se vogliamo restare nella metafora, un incidere della fede all’interno di questo “sicomoro digitale” del nostro tempo. Quella dell’incisione del sicomoro è un’arte e anche l’evangelizzazione della nuova cultura digitale è quindi un arte che scaturisce dalla missione stessa affidata dal Signore Gesù alla sua Chiesa. È pertanto compito fondamentale e permanente della Chiesa portare in ogni contesto, e quindi anche nel nuovo orizzonte digitale, una visione piena e integrale dell’uomo secondo la sua identità di essere chiamato alla comunione con Dio e con i fratelli.
            Che cosa significa per la Chiesa italiana oggi rendere umanamente e spiritualmente gustoso, e cioè autentico e significativo per l’uomo contemporaneo, il vivere in questo nuovo ambiente digitale? Per tentare di rispondere a questa domanda è necessario da una parte conoscere il fenomeno della nuova cultura digitale in tutte le sue dinamiche e implicazioni e dall’altra capire come essere testimoni autentici e credibili della fede in questo nuovo contesto esistenziale. È questo l’obiettivo ambizioso del Convegno che fa tesoro del ricco cammino fatto fino ad oggi dalla Chiesa italiana per proiettarsi con coraggio e rinnovato slancio nelle nuove sfide poste dalla cultura digitale che si innesta nel complesso scenario della globalizzazione, già oggetto di attente analisi.[7]
           
 
2. Essere testimoni nel mondo digitale
           
            Una corretta messa a fuoco della realtà digitale e della testimonianza cristiana è la condizione imprescindibile per raggiungere l’obiettivo di creare un dialogo fecondo e costruttivo tra la nuova realtà mediatica e l’esperienza di fede evitando chiusure pregiudiziali o ingenue esaltazioni. Il tema, o meglio lo slogan, del Convegno “Testimoni digitali”, esprime in forma sintetica ed evocativa il legame tra i due elementi su cui deve svilupparsi il nostro discernimento e, a seguire, la nostra azione pastorale. Siamo tutti consapevoli, del resto, che il comunicare nella prospettiva della fede implica questioni di primaria rilevanza teologica.[8]
            Non ci si può accontentare, pertanto, di dare una verniciatura digitale alla testimonianza cristiana illudendosi che sia sufficiente adottare qualche nuovo strumento di comunicazione per rendere l’azione pastorale più accattivante e accettata. La questione è ben più seria perché rimanda alla responsabilità del cristiano chiamato a dare ragione della sua fede e ad essere testimone del Risorto non in astratto, ma nelle reali situazioni di vita delle persone e concretamente, oggi, in questo nuovo habitat digitale.[9] L’essere testimoni è legato al rapporto con Cristo e con la sua Chiesa e nel contempo al contesto in cui si vive la fede e se ne dà testimonianza, contesto che oggi risulta essere sostanzialmente nuovo e inedito.
            Così la seconda parte del titolo ci ricorda che la testimonianza passa attraverso il volto e il linguaggio dei credenti che annunciano la buona novella, in modo comprensibile e credibile nella nuova era crossmediale. Si tratta di abitare il nuovo territorio o ambiente digitale, di camminare sulle vie digitali, di pensare attraverso le sequenze digitali senza perdere di vista la natura propria della testimonianza cristiana che non può in alcun modo prescindere dalla peculiarità dell’incontro e della sequela di Gesù Cristo e da una concreta esperienza di vita nella fraternità del suo corpo ecclesiale. Anche l’uomo digitale, nativo e non, porta comunque con sé le domande sul senso e sulla verità dell’esistenza umana. Il nuovo contesto può modificare l’approccio a queste domande, può mascherarle, amplificarle o distorcerle, tentare di rimuoverle, ma esse sono costitutive dell’esistenza umana per cui prima o poi escono fuori e si ripropongono inesorabilmente. Non dobbiamo mai dimenticare quanto diceva Giovanni Paolo II nel suo ultimo documento, dedicato proprio agli operatori della comunicazione: “Anche il mondo dei media abbisogna della redenzione di Cristo”.[10]
            L’essere testimoni della fede in questo nuovo contesto comporta, quindi, una comprensione puntuale di come la realtà digitale modifica la vita dell’uomo, la percezione di sé, le relazioni e i rapporti sociali, l’emergere delle stesse domande esistenziali. Senza questa conoscenza approfondita, senza una frequentazione dell’ambiente digitale fatta di simpatia ma anche di attenta valutazione critica, fra ambiente digitale e testimonianza cristiana potrebbe verificarsi una divaricazione o una estraneità che andrebbe a discapito sia dell’esistenza umana che dell’annuncio del Vangelo.
           
 
3. La rete: crocevia di un nuovo umanesimo?
           
            Ci domandiamo allora quale sia il volto dell’uomo digitale, come vive, quali sono la sue attese, le sue speranze, le sue ansie? È certo, e tutte le analisi sociologiche lo dimostrano, che l’avvento della rete internet e delle nuove tecnologie digitali, sta determinando un rapido cambiamento nell’organizzazione della vita personale e sociale, nella modulazione delle relazioni umane, nel rapporto con lo spazio e con il tempo. Anche se può apparire eccessivo parlare di mutazioni antropologiche in senso stretto non possiamo sottovalutare la profonda incidenza di questi nuovi ambienti sulla vita dell’uomo. La ricerca curata dall’Università Cattolica su come le nuove generazioni vivono questi cambiamenti da una parte ci offrirà la conferma di quanto profondi e significativi siano i cambiamenti e dall’altra ci metterà in guardia dal cadere in alcuni luoghi comuni che tendono a generalizzare e ad enfatizzare le trasformazioni in atto.
            È pertanto legittimo e doveroso domandarsi verso quale umanesimo ci spinge la rete e il nuovo ambiente digitale. Mi sembra che questo nuovo ambiente si caratterizzi in primo luogo per la sua capacità di generare un “umanesimo omogeneizzato”. Attraverso il computer, la rete, i sistemi digitali integrati, ma anche il semplice telefono cellulare (in Italia ci sono più cellulari che persone) i diversi momenti della vita si intrecciano e si integrano, a volte si sovrappongono e si confondono. Con il palmare o in nuovi iPad si può lavorare, studiare, gestire la casa, divertirsi, organizzare la vita sociale. Non c’è settore della vita che non si avvalga dell’apporto di questi nuovi strumenti. Se fino a qualche anno fa gli ambiti e gli ambienti del vivere umano erano comunque abbastanza distinti (lavoro, famiglia, hobby…) ora per molti aspetti non lo sono più. Questo fattore non è indifferente per l’esperienza umana perché se da una parte favorisce un fluire più unitario dell’esistenza, dall’altra può comportare l’assorbimento dell’esistenza nell’una o nell’altra dimensione in modo non più equilibrato e dinamico. C’è il rischio di omogeneizzare l’esistenza attorno ad un aspetto che fagocita tutti gli altri o perlomeno li relativizza.
            Un secondo fenomeno su cui porre l’attenzione è dato dalla nuova percezione del rapporto con lo spazio e con il tempo. L’essere ormai quasi totalmente immersi in questo nuovo ambiente digitale, nelle sue diverse forme liquide, come direbbe Zygmunt Barman,[11] determina un “umanesimo ad assetto variabile”. Galleggiare e navigare nella rete offre la possibilità di recuperare il passato, magari senza metabolizzarlo, permette di perdersi in un presente che sembra non avere limiti di spazio e di relazioni, consente di proiettarsi nel futuro con il rischio di fuggire dalla realtà. Tutto è dato in tempo reale. Ma nello stesso tempo tutto è sempre più tremendamente virtuale, ossia relativo e transitorio.[12]
            Questa nuova condizione può favorire un umanesimo poliedrico e quanto mai ricco di conoscenze e competenze, ma anche dissociato e frantumato, destinato a perdere l’ancoraggio gravitazionale e a girare in un orbita non più umanamente significativa. L’ebbrezza del navigare, di conoscere e di aver contatti senza limiti, può far perdere di vista il peso specifico del nostro essere persone che hanno una storia collocata nel tempo e organizzata in relazioni e spazi ben definiti. Questo nuovo ambiente offre straordinarie possibilità all’uomo per essere più uomo e migliorare la qualità della sua vita, superare divisioni e ingiustizie, accrescere la condivisione, globalizzare la solidarietà, ma nello stesso tempo può essere fonte di tremendi inganni e di dissociazioni interiori, nei rapporti con la realtà e nello sviluppo dei processi sociali.
            Ne deriva una terza caratteristica che ci porta ad intravedere il profilarsi di un “nuovo umanesimo sociale”. Si parla molto dei social network, di queste nuove piazze virtuali dove ci si incontra e si costruiscono relazioni più o meno stabili, dove prendono corpo nuove esperienze di aggregazione e di organizzazione sociale. La rete può certamente esaltare la natura sociale dell’uomo e moltiplicare all’infinito le possibilità di relazione, ma la quantità illimitata di contatti, la molteplicità e diversità dei rapporti, la possibilità di comunicare da un capo all’altro del mondo, non equivalgono alla realizzazione di relazioni qualificate e non garantiscono una reale crescita umana. È sintomatico che attraverso al rete ci si possa isolare o nascondere fino ad alimentare una seconda o doppia vita.
            La vita on line e quella off line chiedono una profonda integrazione anche perché l’una rende autentica l’altra e di fatto, oggi, non si ha più una separazione netta tra l’essere in rete o l’esserne fuori. Si è sempre e comunque parte di questo nuovo mondo digitale il cui reticolato, che sia frequentato o meno consapevolmente, ci avvolge tutti.[13] Certamente anche da questo punto di vista le potenzialità sono straordinarie e fanno auspicare una piena valorizzazione di questo nuovo contesto ad elevata capacità di socializzazione, ma siamo anche ben consapevoli che questo processo richiede un di più di responsabilità etica[14] da parte di ogni singola persona e del corpo sociale nel suo insieme, a partire dalla famiglia e dalla scuola fino allo Stato nelle sue diverse articolazioni legislative e amministrative per arrivare agli organismi internazionali.
            Da questo punto di vista non potrà mancare una attenta gestione di questa nuova realtà. Potremmo parlare della necessità di una “ecologia della rete e dell’ambiente digitale” affinché sia fruibile da tutti, non comporti rischi e pericoli, soprattutto per le categorie più esposte e meno attrezzate ad un uso appropriato e anche critico della rete. Occorre che tutti lavorino consapevolmente per far sì che l’umanesimo plasmato dalla rete sia davvero integrale e integrato. La rete può contribuire a far crescere un umanesimo capace di rafforzare e arricchire le relazioni sociali e nello stesso tempo attento a coltivare la dimensione trascendente dell’esistenza umana, dimensione senza della quale nessuna esperienza può essere e dirsi autenticamente umana.
            “Il senso e la finalizzazione dei media vanno ricercati nel fondamento antropologico - afferma Benedetto XVI nella Caritas in veritate -. Ciò vuol dire che essi possono divenire occasione di umanizzazione non solo quando, grazie allo sviluppo tecnologico, offrono maggiori possibilità di comunicazione e di informazione, ma soprattutto quando sono organizzati e orientati alla luce di un'immagine della persona e del bene comune che ne rispecchi le valenze universali. I mezzi di comunicazione sociale - prosegue il Santo Padre - non favoriscono la libertà né globalizzano lo sviluppo e la democrazia per tutti, semplicemente perché moltiplicano le possibilità di interconnessione e di circolazione delle idee. Per raggiungere simili obiettivi bisogna che essi siano centrati sulla promozione della dignità delle persone e dei popoli, siano espressamente animati dalla carità e siano posti al servizio della verità, del bene e della fraternità naturale e soprannaturale. Infatti, nell'umanità la libertà è intrinsecamente collegata con questi valori superiori”.[15]
 
 
4. L’integrazione spirituale e l’impegno pastorale
           
            Dove l’uomo vive e vede messa alla prova la sua umanità, la Chiesa non può essere assente. Per questo è doveroso e inevitabile che la comunità ecclesiale abiti coraggiosamente, e con la dovuta saggezza e prudenza, questo nuovo mondo della rete e del digitale.[16] È un nuovo terreno di evangelizzazione e di testimonianza cristiana. Secondo il mandato di Gesù, occorre a farsi prossimi e solidali con ogni uomo, la dove vive e nel modo con cui si esprime. Nella rete e nel nuovo habitat digitale non ci troviamo di fronte ad un umanesimo arido e chiuso ai valori spirituali e religiosi. È un ambiente dove le persone sono in ricerca e manifestano le loro difficoltà e speranze.[17]
            Dio è di casa anche nel web ma non sempre si riesce ad incontralo. Per questo servono testimoni che siano in grado di rendere presente in questo nuovo ambiente il volto di Colui che ci rivela il Padre. Solo incontrando Cristo, anche nella rete e nel mondo digitale, si può scoprire e vivere in pienezza la dignità umana. Come ricorda la Gaudium et spes Egli “rivelando il mistero del Padre e del suo Amore svela anche pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione”.[18] Essere missionari nel web non è una questione riservata ad alcuni più esperti e interessati. Certamente servono persone qualificate e preparate che sappiano operare professionalmente e con competenza anche all’interno dei meccanismi che regolano questo ambiente, ma serve soprattutto una presa di coscienza da parte di tutta la comunità ecclesiale circa le dinamiche e le caratteristiche di questo nuovo contesto affinché tutti offrano la loro testimonianza.[19]
            Una pastorale digitale è già in atto, attraverso un nuovo modo di essere collegati e in comunione (cf l’uso pastorale degli sms), tramite i siti delle diocesi e delle parrocchie, dei gruppi e dei singoli, nelle nuove forme di comunicazione e di evangelizzazione attraverso i media.[20] Ma la sfida più grande non è quella di usare linguaggi e strumenti di questo nuovo ambiente nelle attività pastorali, bensì quella di essere presenti nella vita della società digitale, all’interno dei processi di umanizzazione che emergono dal dilatarsi di tale ambiente per innestare, o meglio “incarnare”, in esso la visione evangelica dell’uomo e del suo destino.
            È questa la vera e fondamentale sfida a cui siamo chiamati anche alla luce di quanto Benedetto XVI dice nella Caritas in veritate parlando del vero umanesimo: “Solo se pensiamo di essere chiamati in quanto singoli e in quanto comunità a far parte della famiglia di Dio come suoi figli, saremo anche capaci di produrre un nuovo pensiero e di esprimere nuove energie a servizio di un vero umanesimo integrale. La maggiore forza a servizio dello sviluppo è quindi un umanesimo cristiano, che ravvivi la carità e si faccia guidare dalla verità, accogliendo l'una e l'altra come dono permanente di Dio […] L'umanesimo che esclude Dio è un umanesimo disumano. Solo un umanesimo aperto all'Assoluto può guidarci nella promozione e realizzazione di forme di vita sociale e civile - nell'ambito delle strutture, delle istituzioni, della cultura, dell'ethos - salvaguardandoci dal rischio di cadere prigionieri delle mode del momento”.[21]
            Con questo Convegno sulla testimonianza cristiana da vivere e offrire nel nuovo mondo digitale la Chiesa italiana non guarda tanto al passato, quanto piuttosto al futuro sapendo che per “intagliare” questa nuova cultura occorre un grande impegno educativo soprattutto nel campo delle comunicazioni sociali, come documentato nel rapporto proposta del Progetto culturale.[22] Ed è ciò che andremo a fare guidati dagli orientamenti pastorali del prossimo decennio.
            Sentiamo ancora vibranti in noi le parole di Giovanni Paolo II al Convegno Parabole mediatiche quando ci esortava a formare “operai che, con il genio della fede sappiano farsi interpreti delle odierne istanze culturali, impegnandosi a vivere questa epoca della comunicazione non come tempo di alienazione e di smarrimento, ma come tempo prezioso per la ricerca della verità e per lo sviluppo della comunione tra le persone e i popoli”.[23] Ci prepariamo ora con queste giornate di riflessione e di confronto ad ascoltare Benedetto XVI che ci aiuterà certamente a capire come essere nell’oggi e nel futuro veri Testimoni di Cristo nel nuovo mondo digitale.

 

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[1] Ratzinger J., Il Logos e l’evangelizzazione della cultura, in C.E.I., Parabole mediatiche. Fare cultura nel tempo della comunicazione, EDB, Bologna 2003, p. 179.
[2] Pontificio Consiglio della Cultura, Per una pastorale della cultura, (23 maggio 1999) nn. 2-6.
[3] Conferenza Episcopale Italiana, Il vangelo della Carità per una nuova società in Italia, Atti del III Convegno Ecclesiale (Palermo, 20-24 novembre 1995), ed. AVE, Roma 1997, pp. 211-220; 531-535; Cf 42a Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana, Collevalenza, 11-14 novembre 1996, Atti a cura della Segreteria Generale della CEI. I lavori sono stati interamente dedicati alle problematiche relative ai media e al progetto culturale.
[4] Conferenza Episcopale Italiana, Orientamenti pastorali Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, (29 giugno 2001), in particolare n. 39.
[5] Conferenza Episcopale Italiana, Comunicazione e missione. Direttorio sulle comunicazioni sociali nella missione della Chiesa, (18 giugno 2004), LEV, Città del Vaticano 2004. Per una presentazione si può vedere Giuliodori C., Direttorio sulle comunicazioni sociali, in D. E. Viganò (a cura di) Dizionario della Comunicazione, Carrocci ed., Roma 2009, pp. 888-898.
[6] Conferenza Episcopale Italiana, Nota pastorale Rigenerati per una speranza viva (1Pt 1,3): testimoni del grande Sì di Dio all’uomo, (27 giugno 2007), in particolare nn. 13-16.
[7] Cf Giuliodori C. - Lorizio G. - Sozzi V. (edd.), Globalizzazione, Comunicazione e Tradizione, San Paolo, Milano 2004. Giuliodori C., Globalizzazione e Comunicazione: aspetti antropologici e teologici, in Archivio Teologico Torinese, 12, (2/2006), pp. 306-319.
[8] Cf Giuliodori G. - Lorizio G. (edd.), Teologia e comunicazione, San Paolo, Milano 2001; Poli G. F. - Cardinali M., La comunicazione in prospettiva teologica, Elle Di Ci Leumann, Torino 1998; Staglianò A., Vangelo e comunicazione, EDB, Bologna 2002; Giuliodori C. voce Comunicazione in Aa.Vv., Dizionario di Ecclesiologia, Città Nuova, Roma 2010, pp. 261-268.
[9] Cf Le riflessioni sul tema della testimonianza cristiana di Angelini G. pubblicate sulla Rivista del Clero Italiano nell’anno 2007: 4/2007, pp. 275-288; 6/2007, pp. 440-453; 12/2007, pp. 822-836.
[10] Giovanni Paolo II, Lettera apostolica Il rapido sviluppo, (24 gennaio 2005), n. 4.
[11] Cf Bauman Z., Modernità liquida, Laterza, Bari 2002, e i successivi approfondimenti sulle diverse forme di società liquida.
[12] Cf Casetti F. - Colombo F. - Fumagalli A., La realtà dell’immaginario. I media tra semiotica e sociologia, Vita e Pensiero, Milano 2003.
[13] Cf 8° Aa.Vv., Rapporto Censis/Ucsi sulla comunicazione, I media tra crisi e metamorfosi, Ed. F. Angeli, Milano 2009.
[14] Fabris A., Guida alle etiche della comunicazione. Ricerche. Documenti. Codici, ETS, Pisa 2004.
[15] Benedetto XVI, Lettera Enciclica Caritas in veritate, (29 giugno 2009) n. 73.
[16] È un cammino già iniziato da tempo e ricco esperienze e presenze significative: cf Arasa D. - Cantoni L. - Ruiz Lucio A. (eds.), Religious Internet Communication. Facts, Trends and Experiences in the Catholic Church,, Edusc, Roma 2010.
[17] Cf Araldi M. - Scifo B., Internet e l’esperienza religiosa in rete, Vita e Pensiero, Milano 2002.
[18] Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione Gaudium et spes, n. 22.
[19] È quanto ci si proponeva con il Direttorio sulle comunicazioni sociali: «si intende proporre alla comunità ecclesiale italiana un quadro strutturato dei contenuti e delle prospettive da cui partire per realizzare una pastorale che consideri le comunicazioni sociali non come un settore, ma come una dimensione essenziale. L’attuazione di una pastorale organica e integrata, che assuma pienamente le opportunità e le sfide della comunicazione sociale, esige un forte impegno educativo e una coerente azione pastorale supportata da competenze e da strumenti adeguati» (op. cit., Comunicazione e missione…,  Presentazione).
[20] Cf  Grienti V., Chiesa e Web 2.0, ed. Effatà, Torino 2009.
[21] Benedetto XVI, Lettera Enciclica Caritas in veritate, (29 giugno 2009) n. 78.
[22] Comitato per il Progetto culturale della C.E.I., La sfida educativa, Editori Laterza, Bari 2009, pp. 144-180
[23] Giovanni Paolo II, discorso ai partecipanti al Convegno Parabole Mediatiche, (9 novembre 2002) n. 2, in C.E.I., Parabole mediatiche. Fare cultura nel tempo della comunicazione, EDB, Bologna 2003, p. 204.

 

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