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Ricominciare a guardarsi

​«Prestiamo attenzione gli uni agli altri»: sono le prime parole della frase di san Paolo che Benedetto XVI pone come chiave del suo Messaggio per la Quaresima.

«Prestiamo attenzione gli uni agli altri per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone», scriveva Paolo nella Lettera agli Ebrei. Ma subito il Papa si sofferma su quel verbo, «prestare attenzione», che traduce il greco katanoein. Significa, spiega, un osservare bene, uno stare molto attenti – un vedere oltre all’immediata apparenza. In questo modo i cristiani devono guardarsi fra loro. (Con quello sguardo sul prossimo capace di cercare negli occhi altrui, magari nelle pieghe di una espressione, le domande che spesso, per orgoglio o per pudore, fra noi non si pronunciano).

Guardarci bene, essere attenti all’altro, caro, o perfino sconosciuto. Vengono in mente certe facce sul metrò, la sera, pallide nella luce giallastra, vicine nella calca che stringe; ma a volte così sideralmente lontane, o impietrite in una educata solitudine; quelle facce che fecero scrivere a Eliot: «Il deserto è pressato nel cuore della metropolitana». Ricominciare a guardarci, è la prima parola del Papa per la Quaresima, e sembra detta per i condominii delle nostre città dove ciascuno è un numero su un citofono; per le folle che riempiono di sabato i centri commerciali, come fossero le nuove cattedrali; dove però tutti gli occhi sono sulle vetrine, e nessuno, nell’ansia di «roba», fa caso a chi gli passa accanto. Ricominciare a guardarci, oltre l’indifferenza; ma anche, dice il Papa, oltre «l’anteporre a tutto il nostro interesse e le nostre preoccupazioni». Come a dire che anche interessi giusti possono fare chiudere gli occhi su quell’«altro» che ci è stato comandato di amare. Sembra una parola, quasi un avvertimento, dato ai più onesti: che le nostre giornate non si risolvano in un laborioso, retto, volenteroso occuparci, alla fine, solo di noi stessi.

L’altro, è la parola su cui si sviluppa tutto il messaggio del Papa. L’altro, che nella comunione in Cristo, ricorda, ci appartiene e ci riguarda, così che la vita di ognuno è profondamente misteriosamente correlata a quella di tutti. Capiamo ancora noi questo linguaggio, o l’idea della Chiesa come corpo mistico di Cristo ci sembra un’astrusa astrattezza? L’urgenza della «custodia dell’altro», usa questa espressione Benedetto. «Custodia» che è prima sguardo, e poi affezione e passione all’altrui destino; come scriveva Paolo ai Romani, quando li esortava a giovare al prossimo nel bene senza cercare l’utile proprio, «ma quello di molti, perché giungano alla salvezza».

E qui chi legge forse si ferma, come se queste parole gli ricordassero qualcosa che lo riguarda. Sembra evocare, quel richiamo alla Lettera ai Romani, un’assenza che vediamo bene fra noi, oggi: come la perdita di un bene comune che viene trascurato per mille privati interessi; come la smemoratezza di qualcosa di più grande che ci tiene insieme, per cui tanti, dimentichi, inseguono solo il proprio tornaconto. Così che, arrivando alle ultime righe di questo messaggio di Quaresima, può accadere di sentirci interrogati proprio noi, gente di Occidente, noi, popoli di antica eredità cristiana. Come se ci venisse suggerita una domanda: quella capacità di bene comune che sembra mancarci, quella strana inettitudine a costruire, ad avere fiducia, a continuare nei figli, che oggi ci segna, che abbia forse a che fare con una perduta memoria, con una radice negletta? Con la custodia dell’altro, l’affezione all’altrui destino, che non ci è estraneo. Forse è questa, la sorgente che alimentava il nostro stare insieme, forse è lei che nell’affermazione di un individualismo sovrano è stata soffocata.

Singolare, come parole dette duemila anni fa siano oggi così vere; come il tempo non le logori, e nel febbraio 2012 chi le legge possa fermarsi, e riflettere; e poi, magari, riconoscere; e poi, ancora, ricominciare, e sperare.

Marina Corradi
 
© Avvenire, 8 febbraio 2012