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Ridare mani all'Italia

Impegno sociale e politiche attese

L'Italia vive settimane dense e, per certi versi, cruciali con l’elezione del presidente della Repubblica, la riforma della giustizia e il varo della nuova legge elettorale. Passaggi significativi nel processo di cambiamento che la triplice crisi – politica, economica e sociale – ha imposto. Quei nodi da sciogliere, tuttavia, non possono mettere in ombra, neppure per un poco, la necessità di affrontare con lucidità e forza la «lama del disagio» che in Italia «continua a tormentare moltissime famiglie». È il richiamo con cui il cardinale Angelo Bagnasco ha aperto ieri i lavori del Consiglio permanente Cei. La priorità assoluta, dal punto di vista pastorale dei vescovi, si conferma perciò la necessità di creare e preservare il lavoro degli italiani, perché c’è da occuparsi e preoccuparsi di una condizione di disagio che taglia trasversalmente il tessuto sociale del Paese, aprendo ampi squarci di povertà, di discriminazione e solitudine. Un aumento della diseguaglianza che – lo sottolineava uno studio dell’Ocse dello scorso dicembre – frena la stessa crescita economica, facendoci avviluppare nella spirale negativa.

La prima urgenza è ridare mani all’Italia, cioè restare concentrati sulla creazione di occupazione, dice l’arcivescovo di Genova che conosce bene le ferite umane aperte nelle nostre città. Da tempo, infatti, Bagnasco mette in guardia sul rischio di «restare con niente in mano», magari dopo aver (s)venduto «il nostro patrimonio» di imprese e professionalità per «coprire i debiti». Sarebbe illusorio pensare che la riforma del lavoro appena varata – e ancora quasi tutta da implementare – sia di per sé garanzia di sviluppo. Al contrario, essa rappresenta nella migliore delle ipotesi solo un primo passaggio verso «una nuova cultura» che cerca di sposare in maniera più equilibrata «diritti e doveri». Manca ancora, poi, un’analisi seria sulla grande trasformazione del lavoro. Che in parte non sappiamo nemmeno immaginare, a causa della velocità stessa del cambiamento in atto. Ma che avrà un impatto immediato, violento e spiazzante sulle nostre società, e non siamo ancora attrezzati. Non abbiamo saputo disegnare infatti un nuovo modello sociale, non solo più efficiente ma soprattutto più equo che, cancellando i vecchi schemi, non tornasse a dividere i cittadini, lasciasse alcuni senza protezione, garantendo invece iper-tutele ad altri. È accaduto così per le pensioni, dove resistono (veri, non solo mediatici) assegni d’oro mentre molti anziani, nota Bagnasco, «mangiano pane e solitudine». Accade pure per il sussidio di disoccupazione: siamo nel 2015 e la "Nuova Aspi", pur ampliando il suo raggio d’azione, ancora non copre tutti coloro che perdono un’occupazione, con i «giovani che hanno paura del futuro» e gli «adulti» che non sanno come «onorare gli impegni».

E peggio: a cosa serve semplificare gli adempimenti del fisco se questo resta scandalosamente iniquo per le famiglie con figli? Pensare che sia sufficiente qualche bonus – a una parte dei lavoratori dipendenti o ai nuovi nati – per ritrovare la via della crescita rappresenta un’illusione, quando manca un sostegno strutturale per l’inclusione dei più poveri. Senza adeguati supporti a chi ha bisogno si finisce solo per riprodurre le cause di esclusione e di impoverimento. Dei singoli e insieme dell’intera società. Così infatti, sottolinea il cardinale Bagnasco, «la forbice si allarga pericolosamente anche per la tenuta sociale».
Il «popolo degli onesti», che è la maggioranza del nostro Paese, «non deve però lasciarsi demoralizzare». Perciò il presidente della Cei chiama tutti – non solo i politici – a un impegno sociale rinnovato in idee e sforzi. D’altro canto, se c’è un messaggio chiaro emerso domenica dal voto in Grecia è che – al di là degli schieramenti politici – il progresso di una nazione si misura con la dignità che è in grado di assicurare alle persone. In termini di libertà, di tutele sociali e di opportunità di lavoro. Costruirne le condizioni è compito di ognuno: investendo quel che ha e soprattutto se stesso.

Francesco Riccardi

© Avvenire, 27 gennaio 2015

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