Arcivescovo

S.E. Francesco

Cacucci

IN AGENDA

Santa Monica donna di preghiera da imitare

La Chiesa ricorda oggi Santa Monica, madre di Sant’Agostino. Papa Francesco l’ha additata più volte come modello da imitare, soprattutto per la preghiera costante rivolta a Dio, dialogo di fede che ha sostenuto il suo cammino cristiano

Donna tenace, amorevole e dalla fede salda: è questo il ritratto di Santa Monica. Moglie virtuosa e madre premurosa, nutriva la sua fede con la preghiera, le pie pratiche e l’ascolto della Parola di Dio. Il suo è quell’esempio di preghiera incessante che dovrebbe alimentare la fede di ogni cristiano. In lei è costante anche attenzione per l’altro, l’anelito ad accompagnare verso il bene il prossimo e soprattutto i propri cari. Monica ebbe a cuore la conversione del marito, che abbracciò la fede cattolica spinto dal suo esempio, e non smise mai di pregare e di restare vicina al figlio Agostino perché trovasse nella Chiesa le risposte alle sue domande e vivesse da cristiano. “Nel nostro cuore dobbiamo sempre avere una “santa inquietudine” nella ricerca del vero bene che è Dio - invita Papa Francesco nel suo tweet di oggi ricordando Santa Monica e il suo anelito ad una vita retta -. Aiutiamo gli altri a sentire la sete di Dio. È Lui che dona pace e felicità al nostro cuore”. È quello che ha fatto Monica, ha sospinto il figlio verso la Verità con le sue preghiere; preoccupata nel saperlo fuori dalla Chiesa cattolica, la sua “santa inquietudine” era il darsi da fare, con suppliche a Dio, con preci ai santi o con il suo affetto materno, perché Agostino trovasse la fede. 

Il "segreto" di Monica

E infatti è la preghiera il “segreto” della vita di Monica, dialogo con Dio mai interrotto. Una preghiera che, nonostante a volte sembrasse inascoltata, era insistente, sorretta dalla ferrea volontà di voler essere una buona moglie e di vedere i propri figli sicuri nel porto di Dio. In una meditazione mattutina proposta nella Cappella della Casa Santa Marta (11 ottobre 2018), il Papa ha definito la preghiera “un lavoro: un lavoro che ci chiede volontà, ci chiede costanza, ci chiede di essere determinati, senza vergogna. (…) Una preghiera costante, invadente. Pensiamo a Santa Monica per esempio, quanti anni ha pregato così, anche con le lacrime, per la conversione del figlio. Il Signore alla fine ha aperto la porta”.

La preghiera scuola di perfezione

Ed è proprio nella preghiera che Monica raggiunge la Sapienza e la perfezione, tanto che un giorno, conversando con il figlio Agostino ormai deciso a donare interamente la sua vita per la Chiesa, sapendolo nella via di Cristo, anelando alla pienezza in Dio e alla beatitudine eterna, disse che la vita non aveva più nessuna attrattiva per lei. E prossima alla morte, trovandosi ad Ostia, lontana dalla Numidia, la regione del nord Africa che le aveva dato i natali, redarguì i suoi familiari che non avrebbero voluto lasciare le sue spoglie in terra straniera si raccomandò: “Seppellite questo corpo dove che sia, senza darvene pena. Di una sola cosa vi prego: ricordatevi di me, dovunque siate, innanzi all’altare del Signore” (Conf. IX, 11.27).

Monica in dialogo con Dio

Senza dubbio Monica non avrebbe raggiunto una tale visione della sua esistenza se non avesse alimentato la sua vita cristiana con la preghiera. Suor Ilaria Magli, monaca agostiniana del Monastero dei Santi Quattro Coronati di Roma, spiega cosa caratterizzava il colloquio di Santa Monica con Dio:

Ascolta l'Intervista a suor Ilaria Magli

R. -Certamente quello che contraddistingue la sua preghiera è la tenacia e l’insistenza nello strappare Agostino sia dalla setta manichea sia da tutti gli errori della sua adolescenza, per poterlo portare a quell’unica felicità certa che è la stabilità con Dio. Questa insistenza, e questa grande libertà, che la donna e madre Monica aveva nei confronti di Dio, mi piace un po’ paragonarla alla donna sirofenicia del Vangelo che per la figlia malata, insiste anche di fronte alle risposte che sembrano brusche di Gesù e vuole a tutti i costi strappare la guarigione della figlia, con quella libertà che non le fa dire: “Ah, guarda, Signore, è vero, hai ragione, non appartengo alla casa d’Israele. Scusami, me ne vado”. No, no, insiste e insiste. Questo ci insegna davvero la perseveranza e la fiducia in un Padre che ci salva. E mi pare, anche che, oltre all’insistenza, ci sia questo dato bello che è fondamentalmente la maternità, cioè pregare in quanto essere grembi che generano continuamente vita. Agostino questo ci dice di Monica, che lei aveva allevato i suoi figli partorendoli tante volte quante li vedeva allontanarsi da Dio. Questo dice che la preghiera parte proprio dall’essenza di una realtà, che per Monica era la maternità, il suo essere appunto donna che desidera la vita dei figli. E questo non ci sgancia, anche noi, da una preghiera che sia ancorata al nostro tessuto vitale, al nostro essere donne o uomini, sacerdoti o consacrati, donne sposate o donne che vivono la castità ma ancorate alla loro realtà. Quindi una donna, madre, Monica, che con insistenza desidera la vita e partorisce e genera, continuamente alla vita, vita concreta, ma anche vita nella fede.

Che cosa ha imparato Santa Monica dalla preghiera?

R.- Mi pare che Monica, intanto, fosse una donna che pregava tanto. Ce lo ricorda Agostino il tempo che passava a Milano ascoltando Ambrogio. E lo spazio che dedicava all’ascolto, alla preghiera, dà a Monica quel sapere, quella Sapienza che è proprio il sapore di una presenza di Dio nella sua vita e nella storia. E forse Monica impara e insegna anche a noi che stare con Dio, ‘perderci tempo’, rende possibile questa acquisizione di un sapore buono della vita che è questa eternità, che poi si incarna nei frammenti della nostra esistenza. É bello quando Agostino, nei dialoghi con i suoi amici in questo cammino di ricerca, ormai vicini alla conversione, vede presente anche Monica che lancia queste perle di saggezza. Ma da dove viene questa saggezza in lei che non ha i fondamenti filosofici che hanno questi ragazzi? Viene proprio da questa Sapienza bella che è il Vangelo, che è l’ascolto dei testi, che è questa preghiera, questo sapore che rende presente Dio nella storia e ti rende sapiente.

Oggi come coltivare la preghiera?

R. -Oggi è tanto difficile pregare - perché siamo tutti immersi in una società estremamente frenetica e frettolosa - che rimanere ad adorare il Santissimo, a leggere la Scrittura, in questo tempo gratuito, sembra, appunto, una perdita di tempo; non è tempo sfruttabile, non ha un utile. Coltivare la preghiera vuol dire, intanto, imparare che solo prendendosi del tempo, prendendosi degli spazi durante la giornata, si arriverà a quella Sapienza che ci ha insegnato Monica, che è far sì che in tutte le cose che facciamo ci sia quel riverbero di eternità che ci regala Dio. Allora c’è uno spazio sacro da custodire - a partire dalla propria interiorità, da un ascolto della Parola, da una preghiera anche vocale, da quella che è la forma personale di preghiera -, ma per arrivare a questa connessione con la realtà, questo comprendere tutta la realtà, con le sue fatiche e con le sue gioie, con le malattie e con i dolori, con le solitudini, i vuoti. É in questa realtà che ci parla Dio. A Monica Dio ha parlato proprio attraverso una sofferenza che era la lontananza di Agostino da Dio, anche del marito. E l’ha portata a farsi carico nella preghiera di questo grido materno. Quindi lo stare ancorati davvero alla propria storia, alla propria vita, fa sì che regalarsi spazi di silenzio renda la vita piena, bella, piena di Dio. Perché, ci ricorda Agostino stesso, siamo inquieti, abbiamo un cuore continuamente ansioso, preoccupato, finché non troviamo Lui, finché non riposiamo in Lui. Vuol dire raggiungere, far arrivare qui, accogliere qui quel Paradiso e quell’eternità che il Signore ci vuole regalare in ogni frammento di giornata. Questo dalla preghiera possiamo imparare e possiamo coltivare se impariamo a scoprire quel desiderio di fondo che è una felicità che ci inabita, che è scritta nel nostro cuore. Quindi far rifiorire questo desiderio che abita nel nostro cuore, vuol dire poi imparare, pian piano, a prendersi del tempo e stare dentro a questa bella scuola di vita.

E a proposito di preghiera, in questo mese voi avete proposto l’iniziativa “E-state con noi”. L’avete definita un tuffo nella preghiera nel vostro monastero, ogni sabato dalle 19:30 alle 22. Come avete pensato questi incontri?

R. - É già la nostra quarta edizione, nata nel vedere e constatare che tanta gente nei periodi caldi, luglio e agosto, rimaneva a Roma e veniva a pregare con noi. La domenica alla Messa c’era sempre tanta gente, anche nei giorni feriali la preghiera era frequentata, e ci si è chiesti che cosa fare per queste persone che non possono, magari, concedersi del riposo in luoghi di villeggiatura. Offriamo noi un tempo di riposo, che è questa preghiera un po’ prolungata, appunto dalle 19.30 alle 22, con l’esposizione del Santissimo, il vespro e la proposta di testi agostiniani alternati a testi della Sacra Scrittura, a brani musicali, tutti a tema. Quindi è nata proprio dal vedere che alla fine questo desiderio di preghiera c’è, questa voglia di scoprire che c’è nel cuore questa sete di Dio. Quest’anno, per via del confinamento, di queste limitazioni legate al Covid, abbiamo avanzato la proposta di pregare nel nostro cortile che offre una cinquantina di posti, e c’è veramente una voglia di alzare lo sguardo, da parte di tutti, verso il cuore di Dio.

Come è stato accolto questo ciclo di incontri?

R. - Eravamo partite tutte timorose il primo anno, non pensando che cosa sarebbe successo, e già il primo anno – gli incontri li facevamo in basilica - la chiesa era sempre molto, molto piena, con gente che, magari, non si fermava a tutte le due ore di preghiera, ma veniva solo al vespro, o veniva per il tempo di meditazione agostiniana. Ma tanti, invece, si fermavano proprio per tutta la durata della preghiera. Quindi questa insistenza e questo desiderio ci ha spinti a riproporlo anche per gli altri anni. E ogni volta il riscontro era sempre molto, molto positivo. Noi avevamo timore che il tempo molto lungo, anche gli spazi lunghi di silenzio, fossero impossibili, perché c’è sempre bisogno di riempire il silenzio, magari con qualcosa. E invece no, c’è proprio voglia di spazio di silenzio, di ascolto, di ascolto di cose buone: la parola di Dio, testi di Agostino. Quindi il riscontro è sempre stato molto, molto positivo, hanno tutti molto, molto accolto questa proposta.

Cosa ci insegna Santa Monica in questo particolare momento in cui la pandemia da coronavirus genera incertezze e paure?

R. -Quest’anno i temi proposti nell’”Estate in città” erano proprio legati a questa pandemia: solitudine e fragilità, la casa, il senso di appartenenza. Per far scoprire come queste dimensioni - forse per tanti vissute come limitazione, peso, grande fatica - hanno in Dio, grazie anche alla luce che ci sta dando Sant’Agostino, tanta, tanta positività. Santa Monica, quindi, ci insegna, come Agostino, a scoprire - anche in questo tempo di grande incertezza, comunque di dolore, di morte e di sofferenza - che ogni realtà è roba di Dio, cioè la realtà, ci dice San Paolo, è Cristo. Quindi, quando anche la realtà si presenta in questa tempesta che ci è arrivata a febbraio, marzo, aprile, e che tuttora prosegue, non è un inciampo, non è un ostacolo al nostro percorso verso Dio e incontro con Dio, ma è davvero comprendere questa realtà, anche faticosa; come ci insegna Monica nell’aver compreso, nel senso di avere abbracciato e fatta sua tutta, la sofferenza del figlio nella sua ricerca appassionata verso Dio. Questo, forse, ci aiuta a entrare dentro al dolore di questa pandemia - ma anche in ogni tipo di sofferenza che incontriamo durante il cammino della vita -, a entrarci scoprendo sempre il sapore di Dio, attinto da questa scuola di ascolto, scuola di dialogo con la Parola, che Monica ha imparato e da cui attinge continuamente per dare sapore alla sua vita. Credo che questo possa insegnarci molto, non solo in questo periodo di grande smarrimento legato al coronavirus, ma per ogni situazione di fatica che viviamo. Ecco, scoprire questa presenza buona e bella di Dio, che ci chiama a suonare la sua musica anche quando c’è un momento di pausa, c’è una battuta di accidenti, qualche nota che ci sembra fuori posto. É tutta una realtà che appartiene a Dio e che ci è chiesta di abbracciare così com’è, per scoprirne la grande direzione che viene da Dio. Monica credo questo ci insegna, come donna, come madre, come figura bella che ha vissuto, in fondo, per Agostino ma anche per tutta la Chiesa.

Tiziana Campisi – Città del Vaticano

© www.vaticannews.va, giovedì 27 agosto 2020

Prossimi eventi