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Settimana per unità, la giustizia al centro

​Passa dal crocevia che coniuga santità personale e ricerca della giustizia sociale il cammino verso la piena unità dei cristiani.

Una tappa che il profeta Michea racchiude nel versetto con cui indica a Israele la strada per superare gli scandali intorno ai quali è nato il «processo» dell’Altissimo al suo popolo: «Il Signore ha insegnato agli uomini quel che è bene e quel che esige da noi: praticare la giustizia, ricercare la bontà e vivere con umiltà davanti al nostro Dio». E oggi la pietra di scandalo fra i discepoli di Cristo è la divisione consegnata dalla storia. Ecco, quindi, che le parole di Michea possono essere rilette in un’ottica ecumenica. E diventano il tema per la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani che comincia oggi.

«Di fronte alla domanda sulla credibilità dell’annuncio del Vangelo in una situazione di divisione – spiega il direttore dell’Ufficio nazionale per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso della Cei, monsignor Gino Battaglia – uno dei campi in cui è possibile vincere le distanze è quello dell’impegno per la giustizia. E questa sfida si è già tradotta nell’ecumenismo dei martiri. Martiri di tutte le confessioni che Giovanni Paolo II definiva i "nuovi martiri" e che sono richiamo a offrire una testimonianza di comunione nel nostro tempo».

Il profeta invita a travalicare i rituali formali e impoveriti dalla mancanza di misericordia. «In questi anni – prosegue monsignor Battaglia – da più parti si è espressa la preoccupazione che ci stiamo abituando o rassegnando alle nostre divisioni. Mi chiedo se non si tratti di andare oltre i "riti" delle nostre contrapposizioni per affermare con più forza e speranza che l’unità visibile delle Chiese è possibile».

Sempre Michea ricorda l’essenziale rapporto fra giustizia e pace per creare una società costruita sulla dignità, sull’uguaglianza, sulla fraternità. E alla riconciliazione sono invitati i cristiani delle diverse confessioni. «La purificazione della memoria e il perdono sono autentiche vie della pace fra le Chiese. Del resto la pace è anche unità. E poi non c’è pace senza giustizia ma non c’è giustizia senza perdono».

Il richiamo alla giustizia si fa grido se si guarda ai dalit, gli «intoccabili» del sistema indiano delle caste. E questa comunità segnata dall’emarginazione è al centro della Settimana. Nel Paese asiatico oltre l’80% dei cristiani è costituito da dalit convertiti che vengono perseguitati per aver abbracciato la fede nel Risorto e rigettato le caste. «Molto opportunamente – sottolinea il direttore dell’Ufficio Cei – la riflessione si concentra su una realtà che ci domanda di unire annuncio del Vangelo e promozione umana. I poveri e gli oppressi, come insegna il Vangelo, rappresentano la misteriosa ma concreta presenza del Signore nella vita personale e sociale. Sull’amore e sulla solidarietà vissuti verso di loro saremo giudicati. In questo modo il Signore interroga tutti i suoi figli: e la solidarietà non può ridursi soltanto a un insieme di iniziative benefiche. I poveri sono i "fratelli più piccoli" di Gesù». Da qui l’esortazione a demolire i muri di separazione. «Il mondo in cui viviamo – chiarisce monsignor Battaglia – è caratterizzato dalla coabitazione delle differenze culturali e religiose. Il rapporto tra i cristiani può essere paradigmatico in questo contesto: vivere l’unità nella diversità, in una diversità riconciliata, rappresenta un segno del contributo all’unità della famiglia umana».

Il filo conduttore della Settimana prepara alla decima Assemblea generale del Consiglio ecumenico delle Chiese che si terrà quest’anno a Busan nella Corea del Sud. «Lo scorso maggio – fa sapere il direttore dell’Ufficio Cei – la Convocazione ecumenica internazionale è stata un passaggio significativo nell’impegno delle Chiese sulle questioni della pace, della giustizia, della custodia del creato. E l’evento si poneva come conclusione del decennio dedicato a "superare la violenza". La prossima Assemblea sul tema "Dio della vita, guidaci alla giustizia e alla pace" ha come intento quello di fare della pace giusta la priorità del cammino ecumenico. E queste grandi iniziative pubbliche, unite all’impegno quotidiano, delineano un percorso che deve coinvolgere sempre più i cristiani».

Giacomo Gambassi
 
© Avvenire, 18 gennaio 2013
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