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Tra ebrei e cattolici un'alleanza «sponsale»

Mentre la politica si confronta su legami e progetti normativi che dividono l’opinione pubblica, le due grandi fedi si ritrovano intorno a una prospettiva antropologica che affonda le sue radici nella Scrittura

È tutt’altro che un’indicazione soltanto morale. E per comprenderne la portata c’è bisogno di andare oltre la sinteticità della settima Parola del Decalogo o, secondo la tradizione cattolica, del sesto Comandamento. Non commetterai adulterio è la prescrizione al centro della Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo fra cattolici ed ebrei. L’appuntamento, giunto alla 24ª edizione, viene celebrato oggi in tutta Italia. «E quest’anno ci invita a riflettere sul rapporto fra uomo e donna aperto alla vita e inserito nell’istituto familiare», spiega il vescovo di Pistoia, Mansueto Bianchi, presidente della Commissione episcopale per l’ecumenismo e il dialogo. Lo rimarca Elia Enrico Richetti, presidente dell’Assemblea dei Rabbini d’Italia, che con Bianchi firma la presentazione del sussidio Cei per la Giornata: «Al di là del senso letterale del testo, il tema della fedeltà coniugale richiama al rispetto per il primo nucleo della società, ossia la famiglia, che si fonda sull’unione sponsale fra uomo e donna».

Mentre la politica si confronta su legami e progetti normativi che dividono l’opinione pubblica, le due grandi fedi si ritrovano intorno a una prospettiva antropologica che affonda le sue radici nella Scrittura. «E tutto ciò apre scenari interessanti nel dibattito di oggi»», afferma Richetti. «La settima Parola – aggiunge Bianchi – ci impegna a riconoscere la bellezza della vocazione familiare contro le attuali banalizzazioni. Del resto la famiglia è la grande rivelazione del progetto di Dio nella storia».

Secondo la legge affidata a Mosè, Non commetterai adulterio si trova nella seconda tavola e ha come corrispettivo nella prima Non avrai altre divinità al mio cospetto. Un parallelismo da cui emerge come l’unicità divina sia la fonte dell’unicità della relazione fra uomo e donna. «La fedeltà al Vivente – afferma il presidente dei Rabbini d’Italia – è specchio della fedeltà coniugale. E il rispetto della moglie e del marito è rispetto di Dio».

Ecco che il comandamento trova la sua espressione nel matrimonio e nella consacrazione dell’amore davanti al Signore. Già nei racconti della Creazione si fa riferimento all’unione santa fra uomo e donna. «Dio li benedisse», si legge nella Genesi. E disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi». «In queste pagine – dichiara il vescovo di Pistoia – lo statuto matrimoniale appare come impresso da Dio nell’ordine stesso della natura. Così viene sottratto alla fluttuazione delle percezioni culturali e solidamente ancorato all’essenza umana. La stabilità di questo vincolo che è esclusivo precede ogni riconoscimento sociale ma, al contempo, lo richiede da parte delle istituzioni che l’uomo si è dato».

Nella Scrittura la sacralità del patto nuziale trova la sua corrispondenza universale nell’alleanza di salvezza stabilita da Dio con il suo popolo. «Il Midrash, che all’interno della tradizione ebraica consente di approfondire il senso del testo sacro – spiega Richetti – ci dice che, quando l’Altissimo crea Eva, la presenta ad Adamo agghindata come una sposa. Ciò significa che nel rapporto fra uomo e donna dobbiamo vedere un dono di Dio e qualcosa di prezioso da custodire nell’esclusività di un legame a due. È anche il rapporto che siamo chiamati ad avere con Dio. Non a caso il Cantico dei Cantici rappresenta la relazione fra l’Onnipotente e l’uomo come l’amore fra gli sposi». E la santità entra nella vita coniugale. «Per l’ebraismo – chiarisce il presidente dei Rabbini d’Italia – il termine "santità" rimanda al valore etico e spirituale che può essere dato a quanto è di materiale. Pertanto anche l’amore sessualmente intimo degli sposi è benedetto da Dio e va elevato a una consapevolezza di importanza cosmica».

Il testo sacro presenta la fedeltà coniugale non solo come controllo delle passione ma anche come bellezza. «Nel nostro tempo – dichiara Bianchi – assistiamo a un istintivo timore verso la radicalità dell’amore. Si preferisce ritirarsi negli spazi del provvisorio sottraendosi alla dinamica dell’amore che, di per sé, chiede il "tutto" e il "per sempre". Uno stile precario che diventa seme di infelicità. Di fronte a una simile prospettiva, c’è bisogno della testimonianza di coniugi che sappiano mostrare la gioia di una relazione realizzata secondo la dimensione biblica. E, d’altro canto, occorre un impegno culturale per rileggere la persona nei suoi elementi costituiti».

La Giornata è occasione per la comunità cristiana di svolgere lo sguardo verso la tradizione del popolo eletto. «L’ebraismo – sottolinea il vescovo di Pistoia – è una presenza preziosa nelle nostre città, un patrimonio di pensiero filosofico, di riflessione mistica, di elaborazione biblica che non sempre viene adeguatamente avvertito. In fondo, conclude Richetti, «la conoscenza reciproca permette di contribuire all’armonia fra gli uomini anche quando ci imbattiamo nelle differenze che comunque rappresentano una ricchezza».

Giacomo Gambassi
 
© Avvenire, 17 gennaio 2013
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