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Tre grandi urgenze per ripensare la politica

La spinta a un maggior impegno dei cattolici. Che cosa si attende il Paese da un maggior impegno dei cattolici in politica? In questo periodo di disorientamento, perplessità, disagio, distacco, persino avversione per la politica, a causa dell’oscura fase che questa sta attraversando, cresce l’aspettativa per un più incisivo e organico apporto del mondo cattolico nella speranza che, come accaduto in passato, possa contribuire fattivamente a risollevare le sorti di un’Italia che – nonostante le sue risorse e le sue energie positive – sembrerebbe destinata a marginalizzazione e a degrado.

Più precisamente: che ci si può attendere dai cattolici, i quali dal canto loro mostrano un crescente senso di insofferenza per una situazione che sarebbe inaccettabile, senza concrete e condivisibili prospettive di superamento?

Come noto le idee al riguardo sono diverse, dalle nostalgiche e ricorrenti ipotesi circa un ritorno all’unità politico-partitica del passato alla spinta a ripensare e a riorganizzare in modo coerente e virtuoso il nostro sistema bipolare; così come molte sono le suggestioni sul terreno concreto – che poi è quello proprio della autentica politica – delle riforme istituzionali e sociali, di una nuova economia, di una rivalutazione della società civile in un rapporto nuovo con lo Stato. Tutto discutibile, ovviamente. E varie cose giuste.

Credo tuttavia che, prima e al di sopra delle cose concrete da fare, una più incisiva presenza dei cattolici in politica dovrebbe rispondere ad alcune urgenze. Qui vorrei concentrarmi su tre di esse che giudico assolutamente preliminari e che ritengo sia imprescindibile soddisfare, come condizione per poter poi rinnovare profondamente e concretamente l’azione politica.

La prima urgenza è quella di recuperare il senso etico nell’agire politico. Troppo spesso si è predicato in passato, non di rado nelle frenesie di un irrazionale laicismo che confonde l’etica con la religione, la separatezza tra etica e politica; troppo spesso si è predicata la distinzione e separazione tra etica privata ed etica pubblica, quasi che questa non sia ineluttabilmente la proiezione pubblica della prima. Non ci sono norme giuridiche che tengano, e neppure codici deontologici particolarmente raffinati o corti di disciplina rigorose, se non sono fondati su un sentire etico radicato e alto. Per evitare le degenerazioni che abbiamo conosciuto – o che abbiamo visto tentare – e non solo nel corpo politico ma anche in altre "sfere" di potere e della classe dirigente è necessaria una forte iniezione di elementi valoriali.

La seconda urgenza è quella di recuperare il senso dell’impegno politico come servizio. Di fronte ai cattivi esempi che sono sotto gli occhi di tutti e che finiscono per sovrastare quelli buoni (che pure non mancano), al cospetto di una concezione dominativa del potere politico che proietta l’immagine di una "casta" – come oggi si suol dire – preoccupata di perpetuare sé stessa e i propri privilegi, prendendo atto di un allontanarsi progressivo delle istituzioni politiche dal contatto con i cittadini e l’intera società, occorre reimmettere nel mondo politico il senso che, come diceva Caterina da Siena, «la città è prestata», non è cosa propria, della propria famiglia, del proprio gruppo; è data per un tempo determinato.

La terza urgenza riguarda il superamento di una concezione dell’agire politico forgiata dall’idea della contrapposizione tra amico e nemico, quasi che le democrazie siano campi di battaglia in cui la vittoria è lasciata alla forza materiale e non alla forza della ragione. Occorre lasciare da parte una volta per tutte le criminalizzazioni o le ridicolizzazioni dell’avversario politico, per tornare al confronto – anche serrato, anche forte, anche polemico, ma serio e costruttivo – delle idee, delle proposte, dei progetti concreti.

Giuseppe Dalla Torre
 
© Avvenire, 21 ottobre 2011
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