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Una sentenza contro l'embrione

La Corte di Strasburgo dà ragione a una coppia italiana: è incoerente la parte della nostra legge che vieta la diagnosi preimpianto. L'opinione contraria del Movimento per la vita.

Riprende forza il dibattito mai sopito sulla legge 40 sulla fecondazione artificiale. Questa volta lo spunto nasce da una sentenza della Corte Europea dei diritti umani che ha giudicato incoerente la parte della legge che vieta la diagnosi preimpianto dell’embrione, una metodica che permetterebbe di eliminare gli embrioni malati o “difettosi”. Rispondendo a una coppia portatrice sana di fibrosi cistica, i giudici di Strasburgo (la cui decisione diverrà definitiva entro tre mesi se nessuna parte farà ricorso per ottenere una revisione davanti alla Grande Camera) affermano che il divieto della diagnosi prenatale sarebbe in contrasto con la possibilità di abortire prevista dalle legge 184 sull’interruzione di gravidanza: da una parte infatti è permesso abortire, mentre dall’altra non è possibile selezionare gli embrioni prima dell’impianto, una contraddizione messa in luce già da tempo anche da chi sostiene i diritti dell’embrione, la cui dignità di essere umano è stata proprio di recente riconosciuta da un’altra recente sentenza europea in materia di brevettabilità degli embrioni.

«Una sezione di primo grado della Corte europea si è accorta oggi che tra la legge 40 sulla fecondazione artificiale e la legge 194 sull'interruzione di gravidanza c'è una incongruenza. È la scoperta dell'acqua calda», commenta Carlo Casini del Movimento per la vita. «La legge sull'aborto, figlia del '68 e del femminismo, si preoccupa soltanto della donna mentre l'altra, decisamente più recente e figlia delle nuove evidenze scientifiche, punta a tutelare tutti i soggetti coinvolti nelle procedure di procreazione assistita, quindi i genitori e il bambino, anche se tanto piccolo da essere invisibile». Lo afferma, in una nota, il presidente del Movimento per la vita Carlo Casini che precisa: «Tra l’altro neppure la legge 194, almeno a parole, consente l'aborto eugenetico perché l'interruzione è permessa in presenza di un pericolo serio e grave per la madre e la diagnosi prenatale è funzionale anche a un intervento risanatore sul bambino malato. Viceversa la diagnosi genetica programma l'uccisione di molti figli-embrioni per trovare quelli sani».

Mentre tra i detrattori della legge 40 la sentenza europea (che tra l’altro prevede un versamento di 15mila euro da parte dello Stato italiano “per danni morali” nei confronti della coppia che ha presentato ricorso) dovrebbe portare a un cambiamento della legge, il Movimento per la vita mette in guardia contro la dolorosa consonanza con le leggi naziste che pretendevano di stabilire chi aveva diritto a vivere e chi no: «Bene farà, quindi, il legislatore a portare anche nella legge 194 la logica dell'articolo 1 della legge 40, che riconosce il concepito anche in provetta come un soggetto titolare di diritti al pari degli adulti coinvolti». Da più parti si chiede che il Governo scelga di fare ricorso contro la sentenza di questa mattina, «che difficilmente la Grand Chambre della Corte europea di Strasburgo potrà rigettare, vista la sentenza del novembre scorso che, cancellando la decisione di primo grado, si è avvicinata alla logica della legge 40».

 

 

«In ogni caso - conclude Casini - la decisione di oggi prova quanto sia importante l'iniziativa europea "Uno di noi" che sta mobilitando i cittadini dei 27 Paesi della Ue per raccogliere milioni e milioni di firme con l'obbiettivo di chiedere alle Istituzioni comunitarie un deciso riconoscimento del bambino titolare di diritti fin dal concepimento. I giudici non potranno non tenere conto della volontà di tanta parte dei popoli europei che per la prima volta fanno ricorso a questo strumento di democrazia diretta».

 

 

Renata Maderna
 
© Famiglia Cristiana, 29 agosto 2012
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