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Verso Firenze perché non osare di più?

La Chiesa italiana ha cominciato la marcia di avvicinamento verso il Convegno ecclesiale del 2015. Ma mai quanto oggi c'è bisogno di andare oltre i soliti schemi

Lo confesso: leggendo le pagine dell'«Invito» al Convegno ecclesiale di Firenze 2015 verso cui la Chiesa italiana ci chiede di cominciare a camminare, ho pensato a Simone Sereni e al suo sogno del Sinodo al sugo. Mi sa proprio che lo stesso discorso che qui su Vino Nuovo proponevamo qualche giorno fa riguardo al Sinodo sulla famiglia si potrebbe replicare pari pari per l'appuntamento che dal 9 al 13 novembre 2015 vedrà la Chiesa italiana riunita per il suo Convegno che - nel decennio dell'educare - verterà sul tema "In Gesù Cristo il nuovo umanesimo". Meno enunciazioni di principio o partite al Risiko-ecclesiale ("Come schierare al meglio le nostre forze? Su quali ambiti andare in avanscoperta?"...). E più storie, più volti, più celebrazione di quella quotidianità dell'umano di cui grondano i Vangeli.

Non che non si veda la voglia di tutto questo nel testo diffuso l'altro giorno, che chiede a diocesi, organismi ecclesiali, associazioni e movimenti di preparare un loro contributo per il Convegno di Firenze. Mi sembra - ad esempio - che emerga abbastanza chiaramente la voglia di andare un po' oltre una certa ritualità di questo tipo di eventi. Come pure mi pare interessante che la prima cosa richiesta a chi invierà il proprio contributo sia quella di indicare un'esperienza positiva vissuta nel proprio contesto: siamo tutti stanchi di un pessimismo ecclesiale che porta solo a chiuderci su noi stessi.

Eppure - proprio per questo motivo - io mi chiedo se non varrebbe la pena di osare un po' di più. Intanto sul linguaggio: non c'è niente di più lontano dall'umanesimo dell'ecclesialese. Proporrei agli uffici Cei di adottare un metodo drastico: almeno per tutto ciò che avrà a che fare con l'appuntamento di Firenze ciascuno scelga come consulenti un paio di ragazzi tra quelli che sono andati alla Gmg di Rio - quelli che abbiamo detto che rappresentano la speranza e il futuro della nostra Chiesa. Chiediamo loro un piccolo servizio: facciamogli leggere in anteprima i documenti prima di diffonderli. Se non arrivano in fondo, però, poi li riscriviamo insieme a loro. Perché o cominciamo sul serio a fare così, oppure a chi è che rivolgiamo i nostri inviti?

Osiamo di più sulle forme. Proviamo ad esempio a ragionare su un Convegno che vada al di là del pensatoio, dello schema relazioni-lavori di gruppo-sintesi. Immaginiamo un percorso in cui si vive anche qualche esperienza forte insieme e in questo modo si celebra l'umano. Inoltre in vista di Firenze vedo che non si è voluto dare uno strumento di lavoro pre-confezionato ma invitare piuttosto a un percorso di partecipazione in cui ciascuno da qui a maggio 2014 porta liberamente il suo contributo sul tema dei percorsi per far incontrare Cristo. Questo è molto bello. Però, allora, se mettiamo in circolo tutta questa ricchezza bisogna mettere in conto anche che il Convegno ecclesiale non può esaurirsi nei cinque giorni in cui i delegati sono tutti fisicamente a Firenze. Perché non immaginare fin da subito uno sbocco che non sia solo l'ennesimo documento? Perché non prevedere una serie di percorsi da costruire a partire dalle esperienze positive messe in comune, che rendano in qualche modo permanente l'idea che si cammina insieme sostenendosi a vicenda? Alla fine non è stato questo ciò di cui più si è sentita la mancanza dopo il Convegno di Verona?

Sono idee forse un po' impertinenti buttate lì all'inizio di questo cammino. Ma nascono dalla convinzione che il Convegno di Firenze sia una grande opportunità per la Chiesa italiana. Provochiamoci a vicenda per farlo diventare realmente qualcosa che tutti nelle nostre comunità possano ricordare.

Giorgio Bernardelli

© www.vinonuovo.it, 24 ottobre 2013

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