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Yulia Timoshenko: “Nella prigione del regime ho sentito la presenza di Dio”

Due volte premier dell’Ucraina, la pasionaria della «rivoluzione arancione» è in carcere, condannata a 7 anni per «abuso di potere». L’Ue ha chiesto di liberarla. Questo articolo è stato scritto in cella.

Si dice che non esistono atei nelle trincee. Dopo il mio processo-spettacolo, e quattro mesi e mezzo in cella, ho scoperto che gli atei non esistono nemmeno in prigione.

Quando, nonostante un dolore insopportabile, venite interrogati per decine di ore, senza intervallo, e quando l’intero sistema coercitivo di un regime autoritario cerca di screditarti e annientarti una volta per tutte, la preghiera resta l’unica conversazione rassicurante, intima e confidenziale che uno può avere. Scopri che Dio è il tuo unico amico, e l’unica famiglia che ti rimane. Non ti permettono nemmeno la visita di un prete di fiducia, e non resta nessun altro a cui confidare paure e speranze.

In questa stagione dedicata all’amore e alla famiglia, la solitudine di una cella di prigione è quasi insopportabile. Il grigio, mortificante silenzio della notte (con i secondini che ogni tanti ti sbirciano, come voyeur, attraverso lo spioncino), le improvvise urla dei detenuti, grida di disperazione e rabbia, il distante clangore delle serrature: tutto questo rende impossibile dormire, o trasforma il sonno in un tormento di inquietudine. Ma la cosa strana è che i vostri sensi non vengono storditi da questo mondo morto e terribile. Al contrario, ne vengono riaccesi. La mente si libera dai problemi quotidiani per rivolgersi ai valori inestimabili e al tuo rapporto con essi: la libertà di spirito, il regalo veramente a sorpresa di questo Natale. Nell’oscurità della cella ricevo forza e speranza dal fatto che Dio, in qualche modo, è vicino a me. Dove dovrebbe essere Cristo, se non con quelli che soffrono e sono vittima di persecuzioni?

Ho letto di recente le meravigliose «Lettere dalla prigione» di Dietrich Bonhoeffer, nelle quali invocava un Cristo in grado di offrire carità al mondo che in quel momento veniva martirizzato. Scritto in una cella stretta, umida e putrida, è un libro ricco di fede, aperto all’opportunità e, sì, alla speranza, perfino nell’ora più oscura di una vita umana. Un passaggio in particolare continua a tornarmi in mente mentre osservo il calvario dell’Ucraina. Mentre aspetta di venire giustiziato da nazisti, Bonhoeffer scrive che in prigione «l’assenza di Dio dal mondo non viene occultata, ma al contrario svelata, esposta in una luce nuova».

In questo Natale traggo conforto dalla consapevolezza che l’assenza di Dio, l’inumanità e la criminalità del regime che oggi governa a Kiev, vengono esibite al mondo in piena luce. Le sue finzioni democratiche sono state smascherate come cinico teatrino politico, il suo dichiarato desiderio di un futuro europeo svelato come una bugia, e la rapacità dei suoi cleptocrati viene messa a nudo. Il disprezzo del regime per la Costituzione e il governo della legge è ormai innegabile, e questa certezza mi dà forza.

Ma, quello che è più importante, le sofferenze degli ucraini sono sempre più conosciute nel mondo, non siamo più da soli nel nostro calvario. E per alleviarlo si sono uniti in tanti in Europa e nel mondo. L’oppressione quotidiana, i media imbavagliati, l’estorsione di tangenti agli imprenditori, sono tutti fenomeni di uno Stato mafioso al confine con l’Europa. I nostri amici europei non possono più negare l’arrogante viltà del regime con il quale sono costretti a trattare. E sono felice che questo Natale posso credere che l’Europa democratica non tollererà questo stato delle cose. Gli ucraini si sentiranno più forti quando sapranno che non sono più soli nella loro lotta.

Non mi spaccio per esperta di fedi religiose e valori spirituali. Sono soltanto una credente che non accetta l’idea che la nostra esistenza sia la conseguenza di uno strano incidente cosmico. Io credo che siamo parte di un disegno misterioso e complesso, di un atto la cui fonte, direzione e obiettivo, per quanto difficili da cogliere certe volte, hanno un senso, anche quando uno sta dietro le sbarre di una prigione. C’è solo fede nell’idea che le nostre vite valgono qualcosa, e che le nostre decisioni devono venire giudicate dal loro contenuto morale, che noi, in Ucraina e altrove, riusciremo a trovare una via d’uscita dall’infelicità, dall’afflizione e dalla disperazione che ci consumano da due anni. E’ in nostro potere riprenderci e rafforzare le nostre libertà e le nostre società, non grazie a sforzi individuali, ma unendoci con persone che la pensano come noi, in tutto il mondo. So che ci riusciremo.

Questo Natale chiedo alla mia famiglia e ai miei amici, dovunque siano, di non preoccuparsi per me. Come disse Anna Akhmatova, la grande poetessa e cronista del terrore di Stalin, «Sono viva in questa tomba». In effetti, so di essere più viva di quelli che mi hanno chiusa qui.

Il Natale è simbolo della possibilità di un nuovo inizio per tutte le donne e tutti gli uomini. Le ultime parole di Bonhoeffer furono: «Questo per me… è l’inizio della vita».

Yulia Timoshenko

© La Stampa, 27 dicembre 2011

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