Arcivescovo

S.E. Giuseppe

Satriano

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Omelia di S.E. Mons. Giuseppe Satriano, Arcivescovo di Bari-Bitonto durante la Celebrazione della Parola per l'apertura del cammino sinodale. Cattedrale di Bari, sabato 16 ottobre 2021, ore 16.30

Carissime sorelle e carissimi fratelli,

nel salutarvi con affetto volgo lo sguardo e il cuore a chi ci sta seguendo da casa o rivedrà più tardi questo solenne momento di Chiesa che la Provvidenza ci chiama a vivere.

Ho il cuore ricco di fiducia e di speranza per il cammino che ci apprestiamo ad avviare.

Le rappresentanze presenti dicono la totalità della Chiesa di Bari-Bitonto che in questo giorno, denso della gioia che viene da Dio, sono qui a testimoniare la volontà comune di dare spazio all’azione di grazia che lo Spirito vorrà riversare in mezzo a noi.

Il Sinodo dei Vescovi ci consente di avviare anche il Cammino Sinodale delle Chiese che sono in Italia, con il fine di riflettere e comprendere meglio il nostro essere Chiesa in questo mondo, realtà in continuo cambiamento e capace di suscitare sfide sempre nuove per la nostra vita ecclesiale.

Lasciamoci illuminare dall’icona biblica ascoltata, che fotografa una scena centrale del libro degli Atti degli Apostoli, quella della conversione del centurione Cornelio.

Il racconto dell’incontro tra Pietro e il pagano Cornelio è un’immagine viva, palpitante di una Chiesa in uscita. Gli eventi spingono Pietro ad affrontare una situazione per nulla prevista e premeditata.

Il suo è un coraggioso atteggiamento di obbedienza alla vita, alla storia e ai suoi movimenti.

Pietro, infatti, si lascia interrogare da una visione teologica che esula dai suoi schemi personali, accogliendo una radicale re-interpretazione di ciò che di buono aveva già acquisito.

Ci colpisce che ad obbedire sia proprio lui, Pietro, a cui è stato affidato, nella comunità, il ministero dell’autorità.

Entrambi i protagonisti partono da due sogni, che restano oscuri al cuore di ciascuno, fino a quando non s’incontrano. È nell’incontro che le due visioni si illuminano reciprocamente, favorendo un percorso di crescita in entrambi.

Ciò che emerge con chiarezza è che quanto accade non è la risultante di un progetto umano, ma di un progetto divino.

Pietro comprende che quel pagano, incontrato nella sua carne e nella sua realtà storica, manda in frantumi il suo vecchio mondo teologico giudaico di riferimento, spingendolo a riflettere e ad operare una nuova sintesi.

Ciò che muove il cuore di Pietro non è un confronto teologico, una disquisizione sui principi, ma l’incontro con questo pagano, in carne e ossa, l’incontro con la sua storia di vita.

Dietro la figura di Cornelio, Pietro intravede la mano stessa di Dio: “Ma Dio mi ha mostrato che non si deve chiamare profano o impuro nessun uomo” (At. 10,28).

L’Apostolo non contraddice il pensiero teologico che lo ha contraddistinto, ma ne ha una comprensione più profonda. Aiutato dall’esperienza dell’incontro con Cornelio egli s’interroga, riflette, cresce, tanto da giungere ad affermare: “In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenza di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga” (At 10,34-35).

            Pietro, nell’esprimersi così, non dichiara la sua attrazione per i pagani, non tradisce un essere spinto da essi a modificare il suo pensiero. Il muoversi verso Cornelio non è neppure un piano di proselitismo missionario, ma solo l’incontro con un preciso essere umano che lo mette in discussione. La fede sincera e la vita di quest’uomo interroga e muove Pietro ad annunciare il kerygma, a lui e alla sua intera famiglia, ma la scena, tratteggiata da Luca, vede Pietro essere interrotto nella sua azione evangelizzatrice a causa dell’irrompere dello Spirito. Sembra quasi che Dio sia impaziente e desideroso di completare l’opera: “Pietro stava ancora dicendo queste cose, quando lo Spirito Santo discese sopra tutti coloro che ascoltavano la Parola” (At 10,44).

Ci troviamo dinanzi a una nuova Pentecoste che lascia stupiti i circoncisi e che vede Dio superare l’azione (missionaria) di Pietro. All’Apostolo non rimane altro che riconoscere come le vie di Dio superino le sue tanto da affermare: “«Chi può impedire che siano battezzati nell'acqua questi che hanno ricevuto, come noi, lo Spirito Santo?». E ordinò che fossero battezzati nel nome di Gesù Cristo. Quindi lo pregarono di fermarsi alcuni giorni” (At 10, 47-48).

Quella che noi chiamiamo teologia è qualcosa che si può dedurre da un messaggio vissuto nella vita concreta, nella storia: prima la storia e poi l’elaborazione. Ciò che emerge con forza per la nostra vita di Chiesa è il valore grande della vita degli uomini. È in essa che Pietro coglie l’appello di Dio al cambiamento. Attraverso la vita di Cornelio, Pietro discerne una Parola che gli viene da lontano.

Ricordiamolo: anche la storia, e la storia dei nostri fratelli, è storia di Dio; senza questa attenzione il cristianesimo rischia di divenire un sistema di pensiero frutto di speculazioni umane.

Per tale ragione il Santo Padre invita a mettersi in cammino e ad aprire le “porte” e le “finestre” delle varie realtà ecclesiali, ma soprattutto quelle della vita di ciascuno. Come Pietro siamo chiamati a prendere la strada per andare a incontrare i fratelli. È dall’incontro, fatto di attenzione e di ascolto, che prendono vita nuove opportunità, nuovi orizzonti, nuovi slanci esistenziali.

Siamo chiamati a rimettere al centro dei nostri vissuti la cultura dell’incontro, per tornare ad appassionarci all’altro.

Vivere il Sinodo sia per ciascuno di noi un esercizio di umiltà e non uno spazio di prepotenza; un esercizio di ricerca e di comprensione della realtà, sapendo accostare la storia profonda di chi ci cammina accanto.

Vivere il Sinodo ci purifichi da quell’io arrogante e presuntuoso sapendoci rendere accoglienti e disponibili nel rispettare e amare anche quelli che spesso giudichiamo distanti o estranei.

Vivere il Sinodo ci riconsegni l’altro come dono e non come nemico, come ospite caro e non come realtà da giudicare.

Vivere il Sinodo ci aiuti a riascoltare la voce dello Spirito che precede la Chiesa e la orienta nel suo cammino.

Con voi tutti mi affido alla Vergine Santa Odegitria:

Tu Madre amorevole,

donna premurosa,

guidaci sulla via della prossimità,

aiutaci a tessere reti di fraternità.

Dona gioia e ardore al nostro cammino,

rendici docili all’ascolto dello Spirito,

donaci di essere grembo accogliente e generoso,

discepoli credibili del Figlio tuo.

 

Amen.

don Giuseppe, Vescovo

 

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