Arcivescovo

S.E. Francesco

Cacucci

IN AGENDA

SPERANZA COME CERTEZZA

Meditazione dell’Arcivescovo Mons. Francesco Cacucci in preparazione alla Pasqua. Bari, Cripta della Cattedrale, Lunedì Santo, 6 aprile 2020

La vita ci riserva non solo momenti di gioia e di soddisfazione, ma anche, come quelli che stiamo vivendo, di prova, di sofferenza, di malattia, di morte. E se, come ci ricorda la Gaudium et spes del Concilio ecumenico Vaticano II, «qualsiasi immaginazione vien meno di fronte alla morte» - aggiungerei di fronte ad una epidemia -, carissimi fratelli sacerdoti e diaconi, carissimi fratelli e sorelle, in questo giorno tradizionalmente dedicato nella nostra diocesi alla preparazione delle solennità pasquali, vorrei rivolgermi a tutti, per una parola di serenità e di speranza.

È questo il tempo in cui prendiamo coscienza che scienza e politica non bastano. Il Vangelo, però, non è solo fonte di una speranza individuale che va al di là di questo mondo; è anche annuncio che deve tendere, secondo le stesse parole del Concilio, a creare la materia per il regno di Dio, attraverso una giustizia e un amore che possano realizzarsi già quaggiù, concretamente in questo tempo di emergenza, sia pure in modo incompleto.

Sant’Agostino afferma che Dio non fa altro che allargare il nostro cuore. E allora la sofferenza, in questa settimana santa, diventi luogo di speranza, soprattutto quando essa non è subita, ma aperta alla croce di Cristo, diventando espressione di amore.

Di qui la mia riflessione sulla speranza come atteggiamento di fondo che deve accompagnarci in questo passaggio pasquale.

Nella sua prima lettera, così si rivolge Pietro ai cristiani: «Siate sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» (1 Pt 3,15). Rendere ragione significa annunciare, testimoniare. Come vescovo, come sacerdoti e diaconi, dobbiamo esercitare, oggi, il «ministero della speranza». Ascoltiamo la Scrittura, la tradizione dei Padri della Chiesa, ed anche i «segni dei tempi».

Quando la domanda più ricorrente è: che ne sarà del nostro futuro?, prendiamo coscienza che la speranza non riguarda solo il futuro ma anche il passato e il presente.

Intendiamoci, la speranza cristiana non è alleggerire il peso di ciò che incombe, una sorta di «distrazione», di palliativo al male che resta un’ineluttabile realtà, per non cedere alla disperazione.

La Parola di Dio ci offre un cambiamento di prospettiva. «Non deludermi nella mia speranza» ci fa cantare il Salmo 119. A fondare la speranza è la promessa di Dio, che ha connotati umani, assume un volto: Gesù Cristo «nostra speranza» (1 Tim 1,1).

 

Il passato (memoria)

 

Normalmente pensiamo alla speranza come proiezione verso il futuro. Che c’entra il passato?

Aristotele dice che i giovani sono più capaci di speranza perché non sono ancora stati delusi dalla vita; sono i vecchi a fare più fatica a sperare. La mortalità che invade maggiormente la vecchiaia in questo periodo sembra cinicamente dargli ragione.

Coloro fra noi che hanno sulle spalle più anni devono dimostrare che la speranza nasce da un’esperienza. Ma da quale esperienza? Diceva Giovanni Climaco: «La speranza è generata dall’esperienza dei doni di Dio: chi infatti non li ha sperimentati, non può mai rimanere senza dubbi».

Anche chi non crede non può fondare la speranza in un futuro aleatorio. Di qui l’esercizio della memoria. Chi non sa ricordare non sa neppure sperare.

Quando nella liturgia della Parola della Veglia pasquale leggiamo il memoriale dell’esodo, della liberazione dalla schiavitù d’Egitto del popolo di Israele (Es 14,15-15,1), mai come in questo momento di smarrimento dobbiamo camminare ritrovando la forza di alzare lo sguardo verso la liberazione.

Spesso non sappiamo ricordare. I padri del deserto considerano l’oblio come uno dei mali più grandi della vita spirituale. Come allora non fare memoria delle dolorose epidemie della storia e considerare che sono state superate?

Oggi per trovare nuovo slancio, per andare avanti dobbiamo anche volgere il nostro sguardo al passato. E lì sapremo riconoscere che come Dio, nonostante tutto, è stato nel passato fedele alle sue promesse, lo sarà ancora. Perciò la Pasqua di quest’anno possiamo viverla più intensamente come memoriale della morte e risurrezione di Gesù, e nostra. Ma «memoriale» non significa solo un richiamo per noi delle grandi opere di Dio, ma significa ricordare a Dio che il Suo amore, culminato nella Pasqua di Gesù, «epaphax» una volta per tutte, non può abbandonarci nella tristezza del momento presente.

 

Il presente (fedeltà)

           

Il tempo del «qui e ora», quello dell’«attimo fuggente», senza orizzonti, non ha lasciato finora molto spazio alla speranza. Anche in questo tempo di crisi, il rischio della chiusura individualistica è in agguato. Senza speranza rischiamo di sbranarci per quello che resta.

Non hanno futuro, sul piano personale, comunitario, politico, internazionale le nostre chiusure e le nostre grettezze, le nostre ambizioni, le nostre durezze, le nostre ipocrisie, le nostre avidità. La speranza condivisa diventa, come dice San Paolo, forza di camminare: «un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati» (Ef 4,4).

È la speranza della risurrezione. Nella notte pasquale incontreremo la frase che si ispira alla lettera agli Ebrei (13,8): Cristo ieri, oggi e sempre. La celebrazione eucaristica, partecipata spiritualmente, è il momento privilegiato del nostro inserimento in questo «oggi» pasquale.

 

Futuro (Profezia)

 

È il tempo al quale siamo più soliti riferire la speranza. Essa, però, può avere un futuro se è fondata nel nostro passato ed è attiva nel nostro presente.

La speranza non è illusione, rifugio, arrogante certezza che sbandieriamo contro chi non ce la fa a sperare e fa fatica a vivere.

La speranza è innanzitutto un dono. La speranza, insieme alla fede e alla carità, non è una conquista, ma un dono che, come cristiani abbiamo ricevuto nel battesimo; è una virtù «infusa» in noi da Dio e che già ci portiamo dentro. E che, soprattutto in questo periodo, dobbiamo «annunciare». Non siamo noi a fabbricarla, ma la riceviamo. Perciò la vera speranza è sempre umile.

Di fronte ai morti di questi giorni dobbiamo testimoniare che la risurrezione di Cristo e il Suo corpo glorioso sono la certezza non solo della beata eternità dello spirito, ma della risurrezione della carne.

Curiosamente le più grandi speranze sono nate nei contesti più cupi. San Paolo dice che è proprio la tribolazione a forgiare la speranza: «La tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata, la speranza» (Rom 5,3-4). Spesso si costruisce sulle rovine delle attese umane.

Come la profezia, la speranza nasce da un nuovo modo di vedere la realtà. Non è cieca, ma vede in un altro modo.

Infine la speranza, per crescere, ha bisogno della perseveranza. Richiede capacità di rimanere (anche in casa) … e di attendere. Richiede durata (quanta insofferenza!). Un altro difetto della nostra società contemporanea è quello del «tutto e subito».

Carissimi sacerdoti e diaconi, soprattutto noi dobbiamo esercitare, in questi giorni, il ministero della speranza nel mondo.

San Paolo associa la speranza alla fede e alla carità. Anche se è solo la carità ad infrangere il limite della morte, la fede e la speranza ci accompagnano fino a quell’estremo traguardo.

Non dobbiamo solo coltivare la speranza per noi stessi, ma dobbiamo sperare anche per chi non ce la fa a sperare, nella fiducia che quando non saremo noi a farcela, qualcuno possa sperare per noi.

È un ministero faticoso, forse più di quello di amare, perché senza alcuna ricompensa immediata.

A volte, secondo la curiosa espressione del profeta Zaccaria 9,12, ci sentiremo «prigionieri della speranza». Anche questo fa parte del ministero cristiano: sperare, sperare per noi, ma anche sperare per tutti, e comunicare questa speranza.

† Francesco Cacucci

Prossimi eventi