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“Non è uno straniero… è Charlie!”

Si tratta non tanto di dare qualche aiuto che lascia però l’altro sempre sulla soglia, ma di farlo entrare in casa. Mi piacerebbe che almeno nelle nostre parrocchie i migranti potessero sentirsi “a casa”: celebrarvi le proprie feste, mettere a disposizione i propri talenti e sentirsi chiamare per nome.

In questi ultimi anni uno dei fenomeni che sta cambiando più vistosamente il volto delle nostre città è l’ingresso di un gran numero di migranti, fra i più alti in Europa. Attualmente in Italia sono circa 4,5 milioni gli immigrati regolari (7,2%), senza contare quelli irregolari (o “clandestini” come vengono detti spesso con una brutta parola). Si tratta di un fenomeno nuovo per il nostro paese, tradizionalmente piuttosto paese di emigranti (solo fra il 1860 e il 1960 sono emigrati circa 60 milioni di italiani).

Purtroppo il nostro paese è ai primi posti in Europa anche per gli episodi di razzismo e di intolleranza nei confronti degli immigrati come attestano i rapporti annuali dell’Unar. Sarebbe utile un po’ a tutti consultare il dossier statistico sull’immigrazione che ogni anno pubblica la Caritas/Migrantes, che non a caso quest’anno ha come titolo “Conoscenza e solidarietà”, per sottolineare come è proprio la scarsa o distorta conoscenza che produce spesso razzismo e intolleranza. Si farebbero delle scoperte interessanti, come ad es. che gli immigrati sono in maggioranza cristiani o che il tasso di criminalità fra di essi non è più alto di quello fra gli italiani.

Voglio ora dire qualcosa in preparazione al meeting della pace 2010 dei giovani di A.C. dal titolo: “Oggi devo fermarmi a casa tua. Immigrazione: dalla diffidenza della soglia alla ospitalità di casa”. Un tema che individua bene quella che deve essere la testimonianza di noi cristiani in questa realtà; e cioè riconoscere: In primo luogo che coloro che approdano nel nostro paese per cercarvi sicurezza, lavoro, una vita dignitosa, non sono degli intrusi, o delle semplici braccia, o tubi digerenti, ma degli esseri umani, dei fratelli; sono Cristo. “Risuonano nel nostro cuore le parole di Gesù: “Ero forestiero e mi avete ospitato” (Mt.25,35), come pure il comandamento centrale che Egli ci ha lasciato: amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente, ma unito all’amore del prossimo (cfr Mt.22,37-39)” (dal Messaggio di papa Benedetto XVI per la giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2010). E’ lui che oggi bussa alla nostra porta.

In secondo luogo che si tratta non tanto di dare qualche aiuto che lascia però l’altro sempre sulla soglia, ma di farlo entrare in casa. Mi piacerebbe che almeno nelle nostre parrocchie i migranti potessero sentirsi “a casa”: celebrarvi le proprie feste, mettere a disposizione i propri talenti e sentirsi chiamare per nome. Questo a mio avviso avrebbe una ricaduta straordinaria nella società, e anche nella risoluzione delle numerose questioni insolute di ordine giuridico, economico, abitativo, ecc. che li riguardano (pensate solo alla questione del diritto di cittadinanza, a cominciare dai bambini nati nel nostro paese da genitori stranieri, o a quella relativa ai ricongiungimenti, sempre più difficili).

E’ questo anche l’impegno che la Migrantes intende svolgere nella nostra città. Questo cambio di mentalità che la comunità cristiana potrebbe contribuire a produrre, è espresso bene da un episodio che ho sentito raccontare da padre Adolfo Nicolàs, generale della Compagnia di Gesù, che per molti anni è vissuto da “straniero” in Giappone: “Ricordo il caso di una famiglia giapponese il cui padre lavorava con un americano e aveva l’ufficio accanto alla sua casa; in Giappone tutto è piccolo, non è come qui. Una domenica sono arrivati i cugini per visitare la famiglia giapponese; i bambini stavano giocando insieme e uno dei piccoli ospiti ha aperto la porta dell’ufficio e ha visto l’americano. Allora ha chiuso la porta spaventato. “Che succede?”, gli chiedono. “C’è uno straniero là, un forestiero”, dice il bambino. In giapponese la parola straniero ha una connotazione fortemente negativa, vuol dire “chi non appartiene” a un determinato luogo. Allora un bambino della casa è andato a vedere e ha risposto al cugino: “Quello non è uno straniero, è Charlie”. Questa è una lezione per tutti noi: quello non è uno straniero, è una persona come noi, con un nome, è un amico, noi giochiamo con lui, non abbiamo barriere. Quell’americano biondo, così diverso dai giapponesi, è Charlie, appartiene a noi”. Questo l’ho sperimentato personalmente quando due anni fa ho accompagnato 13 bambini rom in una scuola di Poggiofranco. La direttrice mi ha detto: “Ma lei crede veramente che i genitori accetteranno di farli sedere accanto ai loro bambini? Se vuole delle offerte o delle adozioni a distanza, gliene procuro quante ne vuole, ma non mi chieda…”.

Eppure questi bambini sono stati accolti e ancora frequentano felicemente la scuola, forse perché prima per le famiglie della parrocchia e poi anche per le altre non erano più degli zingari, ma Rebeca, Senada, Nargis, Simona, Denis,…

Ma, lo sappiamo, non è quello che accade più di frequente nel nostro paese. E, come hanno reso evidente i recenti fatti di Rosarno, dobbiamo ancora fare nostra la richiesta di perdono scritta da don Tonino Bello più di 20 anni fa: “Perdonaci, fratello marocchino, se pur appartenendo a un popolo che ha sperimentato l’amarezza dell’emigrazione, non abbiamo usato misericordia verso di te. Anzi ripetiamo su di te, con le rivalse di una squallida nemesi storica, le violenze che hanno umiliato e offeso i nostri padri in terra straniera. Perdonaci, se non abbiamo saputo levare coraggiosamente la voce per forzare la mano dei nostri legislatori. Ci manca ancora l’audacia di gridare che le norme vigenti in Italia, a proposito di clandestini come te, hanno sapore poliziesco, non tutelano i più elementari diritti umani, e sono indegne di un popolo libero come il nostro. Perdonaci, fratello marocchino, se noi cristiani non ti diamo neppure l’ospitalità della soglia. Se nei giorni di festa non ti abbiamo braccato per condurti a mensa con noi. Se a mezzogiorno ti abbiamo lasciato sulla piazza, deserta dopo la fiera, a mangiare in solitudine le olive nere della tua miseria…”.

Tuttavia don Tonino poi concludeva: “P.S. Se passi da casa mia, fermati.

Un’ultima cosa vorrei dire. Sono però convinto che se lasceremo che essi entrino a pieno titolo nella nostra casa, accadrà anche a noi, alle nostre comunità, quello che il Vangelo ci dice di Zaccheo: ritroveremo la gioia e la capacità di fare scelte di giustizia e di condivisione. Soprattutto ritroveremo il senso di Dio e il gusto della preghiera così vivo fra loro: “Gesù alzò lo sguardo e gli disse: “Zaccheo scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua”. In fretta scese e lo accolse pieno di gioia” (Lc.19,6).

 

Don Gianni De Robertis

Fondazione Migrantes

 

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