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A lezione di famiglia da chi ci crede davvero

All'Incontro mondiale in cattedra il Sud del mondo

Accade che di colpo circostanze imprevedibili ci pongano come davanti a uno specchio, indotti a scorgere un’immagine inattesa di noi stessi. Pensavamo di essere fatti di una certa pasta, e invece episodi o incontri inattesi smascherano le illusioni, e rendono una visione finalmente più realistica. Si torna con i piedi per terra, e si capisce qualcosa di nuovo su di sé.

È quel che è accaduto in questi giorni di Congresso teologico-pastorale a Milano, evento d’avvio dell’Incontro mondiale delle famiglie che si compie sino a domani con la visita del Papa. Partecipare agli appuntamenti congressuali, visitare gli stand allestiti alla Fiera, o semplicemente aggirarsi nei paraggi dei padiglioni, da martedì a ieri, è stata, per i milanesi e non solo, un’esperienza illuminante proprio in questa chiave: conoscerci meglio, guardando il volto dei nostri ospiti. Abbiamo visto famiglie ricche di colori, allegria, bambini. Famiglie gioiose che portavano a spasso per gli spazi della Fiera i loro profili di ogni colore, insieme a bandiere e zaini, striscioni e cappelli, tutta la nota ma sempre nuova coreografia delle giornate mondiali vissute seguendo la rotta tracciata dalla barca di Pietro. Arresi all’evidenza di vedere un pezzo di casa propria occupato da perfetti sconosciuti che si percepiscono però profondamente amici – l’impatto visivo di migliaia di famiglie al completo, dai nonni ai nipoti, riesce a mettere chi ospita persino in soggezione –, i milanesi hanno preso atto con vero e diffuso stupore che c’è un culto della famiglia in continenti dei quali si fatica a vedere abitualmente in mezzo a noi un aspetto credibile.

Genti d’Africa e del Sudamerica Milano le conosce e le frequenta da tempo: sono gli immigrati, che consentono alla metropoli di tenere il passo per non affondare tra i flutti della crisi, e alle famiglie di far quadrare i ritmi della quotidianità. Ma in Fiera si sono visti gruppi africani e latinoamericani, come di tanti angoli d’Asia, organizzati in famiglie più che numerose, figli per ogni mano di adulti lieti, persone perlopiù semplici che immagini arrivate da città remote, gruppi folti con sacerdoti al seguito che hanno varcato un oceano e un continente non per fare comitiva turistica ma per dire con la loro semplice presenza a noi occidentali, italiani, milanesi che la famiglia è decisiva nella vita e nella cultura, è una risorsa straordinaria e vitale, alla quale ancora un’umanità che abitualmente – e colpevolmente – in fondo continuiamo a snobbare tiene invece come il tesoro più prezioso. Tanto da portarselo dietro tutto intero in un viaggio oneroso e lungo come questo – dall’Angola o dall’Ecuador sino al Nord Italia – che si fa una volta nella vita. Non avanguardie o singoli inviati a nome di tutti, ma interi nuclei familiari dall’Africa nera e dal sud del continente americano.

A colpo d’occhio le platee del Congresso, affollatissime e intente con zelanti cuffie per la traduzione simultanea, hanno visto primeggiare per presenze le famiglie del pianeta più apparentemente periferico, che nessuno qui si sarebbe aspettato così ampiamente rappresentato. È la famiglia al naturale, che arriva da dove è ancora indiscussa protagonista, facendosi incrociare nella nostra città convulsa, presa dalla tentazione di appiattire ed equiparare tutto. E ci mostra che non è così, non tutto è uguale: sposarsi o no, lanciarsi in un progetto di vita stabile e duraturo o no, decidere di avere più figli o no. C’è un mondo di gioia che semplicemente tracima per la propria naturale forza, e che parla alla nostra natura profonda. In questo spettacolo ci specchiamo, confusi: e vediamo, nitidamente, quanto abbiamo da ripassare, da recuperare, da reimparare, e quanto poco ancora forse crediamo in quello che ci viene mostrato con tanta fierezza.

 
Francesco Ognibene
 
© Avvenire, 2 giugno 2012
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