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Arabia, cristiani sommersi

Il famoso poeta preislamico Labid, vissuto nella Penisola arabica tra il VI e il VII secolo, in un poema composto prima della sua conversione all’islam raccontava che, durante un viaggio dalla Mecca verso lo Yemen, avvicinandosi ad alcuni villaggi lungo la costa veniva sempre salutato dal canto del gallo e dal suono di speciali nacchere di legno usate al posto delle campane per chiamare i fedeli alla preghiera

Nei primi secoli dell’era cristiana, la fede in Gesù era ampiamente diffusa fra le tribù nomadi d’Arabia. Dalla Siria, i fedeli che percorrevano le rotte carovaniere trasmisero il loro credo fra le tribù che incontrarono costeggiando il Mar Rosso.

Le vie del Vangelo seguirono l’annuncio di discepoli e mercanti, vescovi e re. Nel cuore della Penisola arabica – e soprattutto nello Yemen, nell’attuale Oman e nei paesi e nelle isole del Golfo Persico – vivevano numerose e ferventi comunità, sorgevano monasteri ed erano state istituite diocesi.

Testimonianze di questa vita cristiana, coperte per secoli dalla sabbia del deserto, sono giunte fino a noi. Nel 1986, in una duna a ovest di Jubail, città industriale sulla costa orientale dell’Arabia Saudita, fu scoperta per caso una chiesa ben conservata, datata all’era preislamica. Fino a oggi, tuttavia, il ritrovamento è stato tenuto quasi sotto silenzio e il sito esatto, inaccessibile persino agli archeologi, non è stato reso noto dalle autorità del regno ultraconservatore islamico, anche per paura di vandalismi da parte dei fondamentalisti. È stato invece aperto al pubblico alla fine del 2010 il complesso archeologico cristiano scoperto sull’isola di Sir Bani Yas, negli Emirati Arabi: un monastero risalente al 600 d.C. (che comprendeva anche una chiesa, una cappella e una torre) in cui vivevano dai trenta ai quaranta monaci e che, secondo gli esperti, fu costruito da pellegrini provenienti dall’India. Il complesso accoglieva infatti un flusso continuo di fedeli, che probabilmente erano attratti sull’isola dalla presenza della tomba di un santo locale.

L’aspetto più interessante della straordinaria scoperta è che il monastero restò attivo fino intorno al 750, nel periodo della dinastia Omayyade, quando l’islam si era ormai diffuso anche negli stati del Golfo: una testimonianza di un’iniziale convivenza armonica tra le due religioni, che si verificò in alcune zone ma, purtroppo, ebbe vita breve. Per oltre mille anni, la presenza di cristiani nella regione fu limitatissima, e le strutture ecclesiastiche inesistenti. Fu solo a metà del XIX secolo che la storia della Chiesa tornò a incrociare quella di queste terre, ormai considerate “la culla dell’islam”. I cristiani affidati alla responsabilità del primo vicario d’Arabia, il cappuccino francese monsignor Luis Lasserre, erano circa quindicimila su una popolazione di dodici milioni di abitanti.

Oggi, nella stessa area, si calcola che solo i cattolici abbiano raggiunto i tre milioni, a cui va aggiunto il mezzo milione di cristiani del Kuwait, che ha rappresentato un vicariato a sé dal 1954 al 2011. Mentre tutto il Medio Oriente assiste a un più o meno drammatico esodo dei cristiani, in queste terre, sacre per l’islam, il numero dei fedeli di Gesù cresce senza sosta. Nel vicariato d’Arabia, che con i suoi oltre tre milioni di chilometri quadrati e sessanta milioni di abitanti è il più esteso al mondo, i cristiani secondo le stime ufficiali rappresentano, nei diversi Paesi, tra il sette e il dieci per cento della popolazione, ma semplici calcoli empirici suggeriscono che negli Emirati essi superano addirittura il trenta per cento. A fianco a loro una sessantina di preti e una settantina di suore, che fanno riferimento a sette parrocchie negli Emirati Arabi Uniti, quattro in Oman, altrettante piccolissime nello Yemen, una in Qatar, due in Bahrein e quattro in Kuwait (mentre in Arabia Saudita non esistono parrocchie).

Che cosa è successo, allora, negli ultimi cento anni? Padre Eugenio Mattioli mi accoglie calorosamente nella parrocchia di San Francesco, a Jebel Ali. Siamo alla periferia di Dubai. «Tutto iniziò con la scoperta del petrolio e con quello che viene chiamato il boom petrolifero, negli anni Cinquanta, quando il Qatar e gli Emirati iniziarono l’estrazione», ricorda padre Mattioli. I primi lavoratori stranieri, da tutto il mondo, arrivarono nel Golfo Persico.

Di questo flusso facevano parte anche molti cristiani e cattolici: europei, americani ma soprattutto indiani. I pochi sacerdoti a disposizione facevano la spola tra le comunità sparse nel Golfo, usando piccoli e instabili aerei. «La grande svolta, poi, fu all’inizio degli anni Settanta, con il balzo nel prezzo del petrolio: da due dollari al barile si passò a trentacinque dollari. Allora la febbre dell’oro nero salì alle stelle, le multinazionali arrivarono in massa e da allora l’ondata dei lavoratori stranieri, in larga parte cristiani, non si è più arrestata».

Al venerdì, il colpo d’occhio fuori dalla cattedrale di San Giuseppe, ad Abu Dhabi, è straordinario. Fin dal primo mattino, intorno al complesso parrocchiale del quartiere di Al Mushrif, all’intersezione tra una larga via residenziale e la possente Airport Road bordata di grattacieli luccicanti, il via vai è continuo. Dai taxi che accostano fuori dal cancello scendono donne avvolte in sgargianti sari indiani, che si accodano a gruppetti di africani e a ragazze dai tratti asiatici che si riparano dal sole sotto degli ombrellini.

All’interno del complesso, centinaia di parrocchiani si avviano in fila sui gradini della cattedrale mentre, a pochi metri, giovani filippini appena usciti dalla celebrazione precedente si fermano a chiacchierare davanti a un minuscolo ristoro. Il grande cortile della parrocchia è invaso da migliaia di bambini appena usciti dal catechismo settimanale. In un angolo, davanti alla grotta della Madonna di Lourdes decorata con fiori e luminarie, sostano in preghiera fedeli di ogni etnia. Il venerdì è la domenica per i cristiani del Golfo Persico. Qui il precetto settimanale si adatta ai ritmi dell’islam. Ma, anche se le campane non suonano e i canti dei fedeli sono a tratti sovrastati dall’adhan del muezzin che richiama i musulmani alla preghiera, il giorno di festa non si celebra certo in tono minore.

Le messe elencate sulla bacheca della cattedrale sono dieci: si comincia alle sei e mezza di mattina mentre l’ultima celebrazione della giornata, quella in arabo, è alle 20.15. In mezzo, messe in inglese e tagalog, malayalam e urdu, tamil e singalese, seguite spesso da gruppi di preghiera carismatici che si tengono contemporaneamente nei vari saloni dello stabile. Per farsi un’idea di che cosa sia la vita in una grande parrocchia del Golfo, basta scorrere lo schema usato da padre Savariumuthu per calcolare il numero di ostie da preparare per le celebrazioni: la media è di trentamila particole alla settimana.

 
Chiara Zappa
 
© Avvenire, 3 ottobre 2011
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