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Assisi, «la pace richiede cambiamenti»

Oltre 500 leader religiosi, personalità della politica e della cultura e migliaia di partecipanti sono ad Assisi per l'Incontro "Sete di Pace", promosso dalla Comunità di Sant'Egidio in collaborazione con la diocesi di Assisi e dalle Famiglie Francescane. Il Papa all’Angelus: «Martedì, tutti uniti in preghiera: ognuno si prenda un tempo, quello che può, per pregare per la pace. Tutto il mondo unito»

Se la pace attende i suoi artefici, ieri il Papa all’Angelus è ritornato sul cantiere e «sull’esempio di san Francesco, uomo di fraternità e di mitezza – ha detto – siamo tutti chiamati ad offrire al mondo una forte testimonianza del nostro comune impegno per la pace e la riconciliazione tra i popoli. Così martedì, tutti uniti in preghiera: ognuno si prenda un tempo, quello che può, per pregare per la pace. Tutto il mondo unito». Queste sono le parole con le quali si è rivolto all’incontro interrelegioso “Sete di Pace. Religioni e culture in dialogo” che ieri si è aperto ad Assisi e che vedrà martedì la sua presenza con oltre 500 leader religiosi e personalità del mondo civile e culturale a trent’anni dal profetico invito di Giovanni Paolo II.

In continuità diretta con papa Francesco, hanno fatto eco le parole del patriarca ecumenico Bartolomeo che è intervenuto nel pomeriggio di ieri all’assemblea d’inaugurazione delle tre giornate ad Assisi. Un momento inaugurale che ha registrato una rassegna particolarmente intensa di contributi e testimonianze. «La pace è un evento comune, un’ impresa collettiva e possiamo preservare la pace e salvaguardare il nostro pianeta soltanto attraverso una cultura del dialogo» ha detto il patriarca di Costantinopoli alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Lo ha poi ribadito: non c’è alternativa a questo metodo. «Il principio sottostante all’apertura ed al dialogo è che tutti gli esseri umani si trovano davanti alle stesse sfide».

Per il patriarca ecumenico di Costantinopoli costruire la pace è una questione di scelta individuale ed istituzionale, oltre che di cambiamento individuale ed istituzionale perché la pace richiede una sorta di conversione interiore per un cambiamento nelle politiche e nei comportamenti. «L’unica domanda alla quale siamo chiamati a rispondere – ha detto il Patriarca – è: “Vogliamo guarire?” Se non lo vogliamo, rimarremo immobilizzati ed incapaci a dare una risposta alla sofferenza paralizzante attorno a noi. Ma se lo vogliamo, ci è stato assicurato che il più piccolo seme di pace può avere un impatto grandissimo sul mondo».

Nell’affollata sala del teatro Lyrick a Santa Maria degli Angeli, l’intervento di Bartolomeo è stato preceduto da quello Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, che ha ripercorso trenta anni di storia di dialogo, di iniziative ed esiti di pace a partire da quella che «indispettiti zelanti cristiani e di altre religioni considerarono una stravaganza di un grande papa». «Molte volte, di fronte agli atti terroristici, di fronte a conflitti, ci siamo sentiti dire: ma a che serve il vostro dialogo? Si potrebbe dire: a che serve la preghiera? La preghiera segretamente illumina il mondo, mentre il dialogo tiene insieme la realtà sempre a rischio di frammentarsi in odi e incomprensioni. Questo spirito ha camminato – ha concluso Riccardi – ha affratellato, ha fatto crescere azioni di pace, ha creato la consapevolezza del legame tra comunità religiose differenti, ha contrastato l’asservimento della religione alla guerra e al terrorismo».

Ed è quanto ha testimoniato il presidente della Repubblica Centrafricana Faustin-Archange Touadera, dove è stato da poco firmato un trattato di pace e il Paese si sta risollevando da una crisi politico militare durata molti anni, nella quale forze oscure hanno tentato di sfruttare la religione per portare odio e guerra. «Perché non hanno prevalso? Perché uomini e donne di fede centrafricani non hanno accettato la logica dello scontro di religione» ha detto il presidente centroafricano ricordando la visita di Papa Francesco a Bangui e ringraziando tutte le autorità musulmane e cristiane che nel suo Paese hanno dato prove di grande coraggio.

Il libanese Mohammad Sammak è stato incisivo invece nel mettere in luce come sia un compito prioritario dei musulmani affrontare adesso il problema dell’estremismo islamico: «L’Islam – ha affermato - non è cambiato. Il testo coranico è costante e gli Hadith (le parole del Profeta) sono chiari. Non è cambiato né prima né dopo l’incontro di San Francesco con Al-Kamel in Egitto. Ciò che è cambiato è che un gruppo di estremisti vendicativi e disperati ha dirottato l’Islam e lo sta usando come strumento di vendetta. Sono diventati un nuovo movimento totalitario, ma stavolta in nome della religione». Per questo è urgente che siano gli stessi musulmani a «liberare la nostra religione da questo 'dirottamento' e riorganizzare l’Islam al suo interno, in allineamento con i principi spirituali dell’Islam e con i principi generali che costituiscono le fondamenta della civiltà umana nel ventunesimo secolo».

Baleka Mbete, presidente dell’Assemblea nazionale della Repubblica del Sudafrica, ha fatto poi riflettere sull’arduo cammino sostenuto dal suo Paese per uscire da un sistema di oppressione dove tuttavia, se si è riusciti a costruire una nazione plurilingue, ora la disuguaglianza e la disperazione ne minacciano la sopravvivenza. Mentre il geniale interprete della società postmoderna, Zygmunt Bauman, ha voluto prendere come riferimento lo stesso papa Francesco evidenziando tre grandi contributi del Papa alla possibile integrazione fra i popoli.

Accanto ad altri interventi, come quello del rabbino Avrahm Steinberg, anche le testimonianze hanno avuto la loro rilevanza. Come quella tra i terremotati del vescovo di Rieti Domenico Pompili e quella del vescovo di Rouen, Dominique Lebrun, dopo la morte del padre Jacques Hamel. Il vescovo di Rouen ha voluto esplicitare che la sua venuta ad Assisi in questa occasione è «per chiedere la grazia di continuare il cammino del dialogo, un dialogo che sia più forte e più vero, più interiore». «Io chiedo la grazia – ha detto infine – che anche il riconoscimento del martirio del padre Jacques Hamel non venga strumentalizzato, «non sia una bandiera innalzata per combattere contro e condannare».

Stefania Falasca

© Avvenire, 19 settembre 2016

 

Le grazie richieste ad Assisi dal vescovo di Rouen

 

All’assemblea d’inaugurazione dell’incontro ad Assisi “Sete di pace” religioni e culture in dialogo l’arcivescovo di Rouen, Dominique Lebrun, ha dato questa toccante testimonianza venendo ad Assisi con la comunità diocesana dopo l’assassinio del padre Jacques Hamel.

La Provvidenza mi conduce ad Assisi qualche settimana dopo l’assassinio di padre Jacques Hamel, al termine della messa, per mano di due giovani che si proclamano di fede islamica. Il mistero del Male sembra venire a sopraffarci e a turbare ma certamente lo spirito di Assisi è presente e porta frutto ovunque nel mondo. Ora io sono qui ad Assisi per chiedere la grazia di continuare il cammino del dialogo, un dialogo che sia più forte e più vero, più interiore. Quattro sono le grazie: La prima: per intercessione di san Francesco e di padre Jacques Hamel, chiedo la grazia del perdono. Perdonare gli assassini? Non è così difficile perdonare due assassini, ma i mandanti, tutti quelli che li incoraggiano, che li approvano, questo è più difficile. Che si compia la parola di Gesù: « Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno » (Lc 23,34.)
Qual è il mio pensiero quando i capi di Daesh sono uccisi nei bombardamenti?: “Ricevono quello che si meritano”? “Finalmente, ecco che ne abbiamo eliminato qualcuno”? Oppure ci chiediamo che cosa succederà loro quando compariranno davanti a Dio. Sono io capace di pregare per la loro salvezza, di amarli? Io chiedo la grazia di amarli come dei fratelli, cioè di ritrovarli nel Regno dei Cieli. Che la Parola di Dio ci inciti: “Ma io vi dico: amate i vostri nemici” (Mt 5, 44).
Padre Jacques appartiene alla stirpe dei martiri. È beato, dice Papa Francesco. Ma non è ancora stato beatificato. Ricevo delle lettere che lo chiedono, alcuni m’incitano a richiedere la dispensa dai cinque anni. Io domando la grazia che il riconoscimento del martirio non sia una bandiera innalzata per combattere e condannare; ma la gioia di rendere grazie per il dono di un prete che ha donato la sua vita come Cristo. Che la Parola di Gesù abiti in me: “Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo ma perché il mondo si salvi per mezzo di Lui” (Gv 3; 17).

Infine domando la grazia di un dialogo nella verità con i miei amici musulmani. Sorgono domande sulle possibilità di convivenza. Nella vita sociale e familiare, tutto è compatibile fra le nostre religioni. Mi piacerebbe anche interrogarli, con infinito rispetto, a proposito della loro sottomissione a Dio che è al di sopra dell’umanità. Quello che essi percepiscono di Dio non è di un’assolutezza tale che ogni realtà, anche la vita umana, non avrebbe alcuna importanza al confronto? Io vorrei al tempo stesso testimoniare la mia fede in Dio che si è fatto uomo in Gesù: egli è entrato nell’umanità, e così nei suoi limiti. Che bel mistero: Dio che eleva l’uomo alla dignità divina e, al tempo stesso, si mescola alla sua storia caotica.

Domando queste grazie, non senza esprimere riconoscenza per quelle già ricevute dopo l’offerta della vita di padre Jacques Hamel. E voglio qui ricordare la visita di numerosi musulmani alle nostre assemblee domenicali il 31 luglio. Era proprio come una famiglia che si recava a far visita a una famiglia in lutto, e questo è bene. Noi apparteniamo alla stessa famiglia umana, promessi dunque alla stessa famiglia divina, per mezzo di Gesù il Cristo.

Stefania Falasca

© Avvenire, 19 settembre 2016