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Atei nel tempio

Da quando, su impulso di un discorso di Benedetto XVI, il Pontificio Consiglio della Cultura ha fatto partire l’iniziativa del “Cortile dei gentili”, si è assistito a una fioritura di iniziative autonome in tante città, che spesso sorprendono per la loro originalità e che hanno avuto un loro suggello nell’incontro di Assisi dello scorso ottobre con Benedetto XVI

Da Bucarest a Firenze, da Tirana a Barcellona, da Stoccolma a Palermo, da Praga a Marsiglia, fino al Québec e agli Stati Uniti gli incontri si moltiplicano. Qualche polemica talvolta si accende perché alcune forme di ateismo di taglio popolare e aggressivo si sentono escluse, quasi il confronto si svolgesse solo a livello intellettuale e di “atei devoti” (questi ultimi, a loro volta, si lamentano perché si ritengono poco considerati). In verità, si sta pensando anche a una risposta a questa richiesta non di rado provocatoria perché sappiamo quanto reale sia l’audience che un simile ateismo-agnosticismo-razionalismo suscita, creando interrogativi, critiche, dubbi in molti.

Su questo, però, si interverrebbe in futuro. Questa volta vogliamo proporre – sulla base di domande di alcuni lettori del nostro supplemento – una questione molto più marginale e quasi “filologica”. Essa nasce proprio da alcune obiezioni sulla metafora “Cortile dei gentili” che in coloro che non ne conoscono le ascendenze biblico-giudaiche crea qualche imbarazzo. Infatti se stai nel “cortile”, sei sempre un esterno, quasi un emarginato. Si cerca, però, di recuperare il valore di questo simbolo affermando che il “cortile” è in realtà uno spazio libero, ove scorre il vento, brilla il sole e si affaccia il cielo, senza la necessaria chiusura e autoreferenzialità che impongono il Tempio, sede del sacro, e il Palazzo, sede della laicità. L’immagine ha, però, una sua storia da molti già conosciuta. Ora cercheremo di riproporla ma soltanto in un suo particolare che non è però secondario.

È noto, infatti, che il tempio eretto da Erode, a partire dagli anni 20 a.C. e completato molto tempo dopo la sua morte avvenuta nel 4 a.C. (in Giovanni 2,20 si parla di 46 anni impiegati per l’erezione dell’edificio), comprendeva oltre al santuario vero e proprio quattro cortili o atri: dei sacerdoti, degli israeliti, delle donne, dei gentili, secondo le diverse gradazioni delle varie classi rituali. Il più esterno era, dunque, riservato i gentili, alle gentes, ai “pagani”, che agli occhi degli ebrei di allora erano automaticamente equiparati a quelli che noi oggi chiamiamo atei, anche se in verità veneravano i loro dei, come aveva riconosciuto lo stesso san Paolo attraversando le vie di Atene («Ateniesi, vedo che in tutto siete molto religiosi: passando infatti e osservando i vostri monumenti sacri, ho trovato anche un altare con l’iscrizione: A un dio ignoto», Atti 17,22–23).

Ebbene, stando alla descrizione dello storico Giuseppe Flavio nella sua Guerra giudaica, una balaustra alta tre cubiti (circa 1,40 m) – ma la Mishnah, testo contenente antiche tradizioni giudaiche, la misurava solo in dieci palmi (0,75 m) – separava quel cortile dal resto dell’area templare. Su di essa, scriveva lo storico ebreo filoromano, «erano collocate a eguale distanza lastre di pietra (stêlai), alcune in caratteri greci e altre in latini, le quali dichiaravano la legge della purità, e cioè che nessuno straniero entrasse dentro il luogo santo» (V,5,2). Eccoci davanti al particolare sul quale ci soffermeremo brevemente, le “stele”, ossia le targhe di marmo col divieto di valicare la balaustra-frontiera tra sacro e profano. Nel 1871, infatti, l’archeologo francese Charles Simon Clermont-Ganneau scoprì nel settore nord dell’attuale spianata delle moschee a Gerusalemme una lastra di calcare alta 56 cm, larga 86 e spessa 37, con qualche scheggiatura dovuta forse all’assalto delle truppe romane nella distruzione del Tempio avvenuta nel 70 d.C.

Ora la targa è custodita al Museo dell’Antico Oriente di Istanbul. Nel 1935 sul lato est della stessa spianata ne è venuta alla luce un’altra frammentaria che conferma la precedente e che è ora conservata nel Museo Rockfeller di Gerusalemme. Ma ritorniamo alla prima. Essa su sette righe contiene questo divieto formulato in greco: «Nessun gentile (alloghené) oltrepassi la balaustra di recinzione del tempio. Chi vi fosse sorpreso, sarà causa a se stesso della morte che seguirà». Curioso è il termine che definisce il “gentile”, alloghenés, ignoto al greco classico e usato solo nel greco giudaico e cristiano, tant’è vero che ricorre anche nel Vangelo di Luca (17,18) per definire il samaritano lebbroso che ritorna a ringraziare Gesù dopo la guarigione, a differenza degli altri nove ebrei sanati. Di primo acchito la severità della pena in caso di violazione stride con la liberalità della stessa Torah che nel Levitico ha, invece, questa norma: «Ogni uomo, israelita o straniero (gher) dimorante in mezzo a loro [ebrei] offra un olocausto o un sacrificio e lo porti all’ingresso della tenda del convegno…» (17,8-9).

Molti studiosi ritengono che il divieto così netto e duro fosse il frutto del rigore degli scribi giudaici del Tempio di allora, preoccupati dall’eccesso di stranieri che accedevano a Gerusalemme durante l’epoca greco-romana, tenendo conto anche della politica erodiana che era al riguardo molto liberale. Simili divieti, comunque, erano in vigore anche in altri sistemi templari del Vicino Oriente e della stessa Grecia. A questo punto è legittima una domanda: le autorità romane di occupazione avevano avallato tale prassi che, a prima vista, ledeva la loro giurisdizione e il loro stesso interesse? Stando a Giuseppe Flavio sembrerebbe di sì perché egli dichiara di aver letto di persona (è noto che lo storico era un “collaborazionista”) agli ebrei assediati in Gerusalemme questo proclama di Tito, il comandante dell’esercito romano e futuro imperatore: «Non siete voi che collocaste questa balaustra davanti ai luoghi santi? Non siete voi che avete collocato a intervalli le stele incise con lettere greche e nostre, per ingiungere che nessuno oltrepassasse quel parapetto? Non vi demmo noi il permesso di mettere a morte coloro che l’oltrepassavano, anche se si trattasse di un romano?» (Guerra giudaica 6,2,4).

In queste righe è evidente l’autorizzazione romana a eseguire la condanna a morte da parte dell’autorità templare giudaica in caso di violazione grave del divieto, attraverso la “polizia” di custodia dell’area sacra. Si riconosceva, quindi, la competenza giuridica a emettere un’immediata e automatica sentenza capitale nei confronti di chi avesse varcato quel muro di frontiera tra sacro e profano, un atto che a noi sembra sproporzionato ma che in realtà rispondeva a una sensibilità allora molto spiccata riguardo al tema della purità rituale. Il potere imperiale romano voleva, d’altronde, evitare occasioni di contrasto, almeno in questo ambito, con un popolo di sua natura fieramente ostile alle truppe di occupazione. È ancora Giuseppe Flavio nella stessa opera (II, 12,2) a menzionare il caso dell’immediata condanna a morte comminata dal procuratore Cumano a un soldato romano che aveva provocatoriamente strappato un rotolo della Torah. È per questo che l’epigrafe era in greco, proprio perché il monito riguardava i gentili che ignoravano l’ebraico e leggevano o parlavano il greco (che era in pratica l’inglese di allora).

Tutto quanto abbiamo finora descritto trova conferma anche nell’episodio narrato dagli Atti degli apostoli che vede come protagonista san Paolo, accusato di «aver introdotto dei Greci nel tempio, profanando il luogo santo», dato che era in compagnia di un certo Trofimo da Efeso e, quindi, sospettato di aver seguito l’Apostolo nell’area sacra (21,27-30). Ma la figura di Paolo diventa decisiva per una ben diversa concezione di quel “Cortile”, quando ai cristiani di Efeso scrive: «Cristo è la nostra pace, colui che dei due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva, cioè l’inimicizia…, per creare in se stesso dei due, un solo uomo nuovo» (Efesini 2,14-15). L’“inimicizia” era la realtà implicitamente sottesa alle targhe di quella balaustra che divideva pagani ed ebrei, un’ostilità che Cristo aveva cancellato. Il nuovo simbolo del “Cortile dei gentili” vorrebbe continuare a eliminare questa separatezza in un incontro di pace, di dialogo, di ricerca.

Gianfranco Ravasi

© www.gianfrancoravasi.blog.ilsole24ore.com, 12 dicembre 2011

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