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Bari 2020. Incontro Mediterraneo, l'urgente nave della carità

Per capire l’incontro che si apre oggi a Bari bisogna partire da un biglietto. Dalla riflessione che le agostiniane di Pennabilli hanno consegnato al presidente della Cei, il cardinale Gualtiero Bassetti. «Dove la carità non fa da nave – hanno scritto le monache – ad affondare non sono solo i barconi, ma è la nostra umanità». Poche righe che riassumono tutto

A partire dallo scenario, il Mediterraneo, indicato nel titolo dell’evento pugliese come “frontiera di pace”. Che significa perimetro e insieme approdo di un sogno di vita nuova. Ma anche, di volta in volta, confine da superare, strada verso la salvezza, avvio, base per la costruzione di un ponte di fraternità. Un canale di speranza che spesso ostilità e indifferenza hanno trasformato in luogo di disperazione e di naufragio, in muro del pianto, in cimitero a cielo aperto senza croci e senza preghiera.

Se n’è parlato così tanto che molti al minimo accenno provano fastidio. Ma come, ancora profughi, rifugiati, richiedenti asilo? Certo, ancora. Perché anche una sola vittima è troppo, perché i bisogni non vanno in vacanza, perché l’umana accoglienza è un dovere non una gentile concessione. Ancora migranti dunque.

Ma non solo. Intorno e al centro delle cinque giornate di dialogo, che culmineranno domenica nell’abbraccio al Papa, ci sono le crisi, piccole e grandi nate e cresciute nell’area del Mare Nostrum. E che quelle fughe disperate alimentano. Un elenco che come in un mistero doloroso del Rosario parla di guerre, dal lunghissimo conflitto israelo-palestinese alla Siria, alla Libia, al Libano, all’Iraq. Denuncia le cicatrici rimaste aperte nel cuore dei Balcani, piange per le persecuzioni contro le minoranze religiose, chiede un cambio di rotta nelle politiche di sfruttamento da parte dei "grandi" della terra.

Un’agenda, come si capisce, molto articolata e complessa, che però si riassume in un’unica domanda: cosa vuole Dio oggi dalle genti del Mediterraneo? I 58 tra vescovi, patriarchi e cardinali che in queste ore sono arrivati a Bari, pastori delle Chiese affacciate sul Mediterraneo, cercheranno di rispondere usando la memoria e l’analisi del presente per coniugare l’annuncio del Vangelo con lo sguardo agli adulti di domani. E lo faranno senza preclusioni culturali o di credo, guidati dal desiderio di confrontarsi con la società civile. Il vero, grande rischio da evitare, infatti, è la superficialità, è il limitarsi al compitino, a un volenteroso elenco di buoni propositi, destinato a durare il tempo di un’impronta sulla sabbia.

A scongiurarlo il cammino di preparazione, lungo due anni, al forum ecclesiale, e l’invito alla concretezza arrivato dallo stesso Pontefice, cui il 23 febbraio, verrà consegnato il documento finale. Frutto davvero di un lavoro condiviso, sinodale. Non a caso lo stile delle giornate baresi ricorda quello delle assise episcopali, con la loro trama di colloqui e di ricerca di un linguaggio condiviso, soprattutto con la volontà, alimentata dall’ascolto dell’altro, di trovare una via maestra da percorrere insieme.

E, come accade per ogni sogno pronto a farsi realtà, il pensiero va a chi ha dato cuore e intelligenza a quella profezia, primo fra tutti Giorgio La Pira, il sindaco santo di Firenze, che nel 1958 parlando al presidente egiziano Nasser diceva che «il Mediterraneo può diventare, davvero, se pacificato, lo spazio più luminoso della Terra».

Ma da soli non ce la si fa. Serve il confronto, il dibattito anche acceso, soprattutto occorre che a parlare siano le lacrime di chi soffre. E che l’ascolto metta insieme mente e cuore, teoria e prassi, sentimento e pragmatismo, per diventare attenzione e impegno. Per diventare servizio. Sta al cristiano purificarlo e radicarlo in Gesù con la forza della preghiera, perché maturi in amore. O, meglio, in carità. L’unico bagaglio, ci ricordano le monache di Pennabilli, che non appesantisce nessuna barca, per quanto piena sia. Anzi ne facilita la rotta, la rinsalda nella navigazione, le impedisce di naufragare. E così facendo mette in salvo anche la nostra umanità.

Riccardo Maccioni

© Avvenire, mercoledì 19 febbraio 2020

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