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Bomba o non bomba

Non è che il disagio con cui seguiamo le notizie di questi giorni è figlio anche di troppi passi indietro che abbiamo fatto tutti rispetto a un tema importante come quello della pace?

Sono molto a disagio di fronte a questa guerra in Libia. Non mi piacciono affatto il modo in cui si è materializzata e le ambiguità del mandato dell'Onu. Ma nello stesso tempo so anche che senza questo intervento Gheddafi sarebbe già a Bengasi, con il seguito che è terribilmente facile immaginare. E quindi? Bombardamenti sì o bombardamenti no?

È la domanda che in queste ore spacca anche il mondo cattolico: di prese di posizione perplesse ne ho viste parecchie e non tutte provengono dalla solita area «pacifista». Tante delle argomentazioni sollevate le condivido. Se dovessi tracciare un'analisi politica mi verrebbe da dire che c'è stata una colpevole disattenzione rispetto a quanto stava succedendo e che per affrontare davvero la questione Libia si è aspettato il momento in cui probabilmente non c'erano più alternative alle armi. Il che, comunque, è una sconfitta. Anche perché i possibili sbocchi dell'intervento militare in atto sono tutt'altro che chiari.

Ma ai lettori di Vino Nuovo - giustamente - le nostre analisi politiche interessano solo fino a un certo punto. E allora preferisco porre un altro tipo di domanda, che chiama in causa direttamente il nostro vissuto ecclesiale: non è che il disagio di questi giorni è figlio anche di troppi passi indietro che abbiamo fatto tutti rispetto a un tema importante come quello della pace? Perché finiamo sempre per parlarne solo quando ci sono i motori dei caccia che rullano già sulla pista? Perché non sappiamo più alzare la voce prima per dire con chiarezza che situazioni di ingiustizia come quelle che da troppo tempo si consumavano in Libia sono inaccettabili per la comunità delle nazioni?

Viviamo in comunità cristiane dallo sguardo sempre più ristretto. Ascoltiamo gli appelli che quasi ogni domenica il Papa lancia all'Angelus con l'indifferenza di chi ascolta «uno che fa il suo mestiere»: parla di sofferenze che non ci toccano più di tanto. Ci siamo stufati persino di ascoltare le notizie sul conflitto che insanguina la Terra di Gesù: israeliani e palestinesi non si mettono mai d'accordo, e allora che se la sbrighino un po' loro... E dire che «pace in terra agli uomini che Dio ama» è stata la prima parola che ha accompagnato il Verbo che si faceva carne.

Dobbiamo tornare a parlare di pace e a confrontarci su come la si costruisce davvero. Dobbiamo tornare a dire anche le cose più scomode. Ad esempio che la pace non è mai gratis: noi abbiamo questa stupidissima idea della pace come l'happy end del cinema, la soluzione che si impone da sé. Quando c'è una guerra guardiamo sempre i popoli che la subiscono con una certa commiserazione, pensiamo sempre che in fondo sarebbe così facile mettersi d'accordo. Ma non è affatto così: la pace costa, la pace ha sempre un prezzo che bisogna essere disposti a pagare. E noi, oggi, a che cosa siamo disposti a rinunciare perché i nostri fratelli in Libia possano vivere in pace? Oppure pensiamo davvero che - una volta rimesse a posto le cose con i caccia bombardieri - tutto potrà ricominciare come prima? Che potremo utilizzare nello stesso modo le loro risorse naturali, vendere loro le stesse nostre armi, chiedere loro di fare da diga contro quei "pezzenti" che stanno sull'altra sponda del Mediterraneo?

Speriamo che finisca presto la guerra in Libia. E speriamo che l'onda che sta scuotendo il Maghreb e i Paesi arabi sia davvero l'inizio di una trasformazione positiva per quest'area del mondo. Ma speriamo soprattutto che la nostra coscienza non si addormenti fino al prossimo briefing del generale di turno. Sarebbe la sconfitta peggiore.

Giorgio Bernardelli

© www.vinonuovo.it, 22 marzo 2011

 

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