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Cacciari: relativismo, crisi, valori fondativi Gli intellettuali accettino il dialogo

Reazioni alla prolusione. «Considero l’appello del cardinale Bagnasco agli intellettuali non solo pienamente condivisibile ma anche importante per riscrivere taluni linguaggi della Chiesa e degli stessi intellettuali, forse un po’ datati. Io sono pronto a sedermi a un tavolo di confronto collaborativo».

Lo sostiene il filosofo Massimo Cacciari, già sindaco di Venezia, convinto – oggi ancor più di ieri – che per rispondere alle evoluzioni della società, e quindi non solo dell’economia, sia importante anche usare nuovi approcci linguistici e interpretativi.

Il presidente della Cei chiede alla classe intellettuale di voler accettare un libero confronto su temi decisivi come vita, famiglia, lavoro, partecipazione, libertà e relazione, politica e rappresentanza.
E io sono pronto a questo confronto, proprio perché oggi la famiglia non è più quella di una volta, il lavoro neppure, immaginarsi la libertà.
Bagnasco afferma che queste sono «parole antiche» ma sempre attuali e urgenti. È evidente che la Chiesa non può rinunciare alla sua identità per farsi ascoltare dagli intellettuali…
Non si può chiederle che smetta di essere se stessa, è giusto che tenga la barra dritta sui valori irrinunciabili. Ma ritengo che quanto meno si possa presentarli in termini nuovi, forse più comprensibili. E mi pare che, se non erro, proprio questo voglia significare tra l’altro il cardinale Bagnasco. Con la sua disponibilità si può aprire un capitolo nuovo di relazione tra la Chiesa e il mondo intellettuale. Mi permetto, però, di ampliare la mia riflessione....
In che direzione?
Questo nuovo approccio, linguistico e interpretativo, estendiamolo pure ai significati da dare oggi al relativismo, al nichilismo, ad altri concetti sui quali Chiesa e intellettuali sembrano ancora distanti, mentre di fatto non lo sono, come si potrebbe verificare se ci fosse la possibilità di quel confronto aperto che mi pare di cogliere nel discorso del presidente della Cei.
Soffermandosi sulla situazione politica, Bagnasco definisce il nuovo governo come un esecutivo di «buona volontà», autonomo non dalla politica quanto dalle complicazioni ed esasperazioni di essa, ma raccomanda anche che non ci sia sospensione della responsabilità della politica.
Lo penso anch’io. D’altra parte lo stesso Monti sa bene che non vi può essere una sospensione della democrazia. E la Chiesa per prima questo non lo vuole.
La politica, dice infatti Bagnasco, è assolutamente necessaria...
Che lo dica la Chiesa non mi sorprende: non ha mai avuto posizioni antipolitiche, nemmeno nei momenti in cui il suo timbro politico era più marcato. Ha sempre cercato il dialogo con il potere, persino nelle sue espressioni più lontane. E non ha mai smesso di pensare che l’economia e la finanza dovessero essere al servizio del bene comune.
A questo proposito Bagnasco afferma che la stessa categoria di crisi suona vuota e inefficace, alludendo alla necessità di darle una nuova interpretazione. Cosa ne pensa?
Che è una posizione davvero interessante, la condivido. Ormai non siamo più all’interno di un sistema che va dalla crisi alla stabilizzazione con un andamento ciclico. L’economia globale è un ripetitivo e sempre più prevedibile meccanismo critico, la crisi diventa in qualche misura endemica. Finora la regolazione dei cicli economici dipendeva in gran parte dal fatto che vi era un’effettiva sovranità politica, statuale, territorialmente determinata, in grado di competere con la potenza economico- finanziaria. Oggi il grande problema su cui tutti i politologi seri vanno insistendo è questo: venendo meno la sovranità statuale diventa sempre più difficile un governo politico dell’economia e della finanza, l’andamento del ciclo economico-produttivo-finanziario è sempre meno prevedibile e governabile, la crisi cessa di avere quell’andamento eminentemente ciclico che aveva in passato. E questo comporta un enorme problema.

Francesco Dal Mas
 
© Avvenire, 24 gennaio 2012
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