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Camminare insieme? Strategie per riuscirci

I 203 «tavoli» nei quali ieri a Firenze si è tenuta la discussione sulle cinque vie (uscire, abitare, annunciare, educare, trasfigurare) il quinto Convegno ecclesiale nazionale ha sicuramente offerto un esempio e una scuola di «metodo ecclesiale».

Vescovi, sacerdoti, laici, religiosi, giovani e adulti, infatti, si sono seduti uno accanto all’altro e, senza timore, hanno messo sul piatto il proprio vissuto e quello delle proprie comunità. E così hanno iniziato a delinearsi i primi nodi critici accanto alle richieste e alle proposte per scioglierli. Non sono mancati gli orizzonti coraggiosi, indicati con l’intento di rendere la Chiesa italiana sempre più presenza profetica nel Paese. Ad aiutare i delegati nel lavoro di confronto c’erano le riflessioni offerte dalla Traccia elaborata all’inizio del cammino di preparazione. Un sussidio che è stato sintetizzato in un opuscolo più breve inserito nelle sacche dei partecipanti ai lavori nella Fortezza da Basso. In questa pagina diamo conto delle linee comuni emerse nel corso della prima fase dei lavori di gruppo di ieri pomeriggio. Ovviamente non si tratta di sintesi esaustive ma solo di una raccolta di suggestioni che permette di capire lo stile e la direzione imboccata da questo Convegno. Oggi il confronto proseguirà e poi si passerà alle sintesi: i “facilitatori” dei tavoli presenteranno i risultati del dibattito ai 20 moderatori, che elaboreranno una sintesi dalla quale i cinque relatori trarranno le conclusioni.

TRASFIGURARE: una fede che sia lievito, capace di trasmettere gioia (Umberto Folena)
Trasfigurare. Nervi saldi, la parola non deve incutere timore. Chi non fa esperienza concreta, quotidiana, di «trasfigurazione»? Trasfigurare significa guardare al mondo, alle persone e alle cose con gli occhi della fede. È entrare in relazione con il mistero di Cristo quando si prega, e con Cristo risorto durante la liturgia eucaristica. Trasfigurare è la bellezza nella sua espressione più alta. Ma come hanno concretamente affrontato la quinta via i delegati ieri pomeriggio?
Pina De Simone, membro del Comitato, animatrice del “trasfigurare”, è della diocesi di Nola in Campania, insegna filosofia alla Facoltà teologica dell’Italia meridionale e ha una lunga e importante esperienza maturata nell’Azione cattolica. Conferma la bontà del metodo, con piccoli gruppi di dieci elementi appena: «Nessuno si nasconde, tutti partecipano». E il tema? «È stato accolto forse con curiosità, sicuramente con interesse. Ci ha messi alla prova». Bisogna essere sinceri, la parola non è “facile”… «È vero, però è anche affascinante. Indica un orizzonte alto a cui guardare e verso cui protendersi. I delegati l’hanno capito perfettamente».
Un buon aiuto è venuto dai videoclip di presentazione. Quel «voce del verbo», osserva Pina De Simone, «indica un dinamismo e suggerisce tensione, forza, energia provenienti dallo Spirito. E in questo ci siamo sentiti in sintonia con Francesco, che martedì ci ha detto come la fede possa essere rivoluzionaria proprio per impulso dello Spirito». La parola “trasfigurazione”, dunque, è tutt’altro che disincarnata. «Proprio così. Consente di compiere uno sforzo di immaginazione creativa. Induce a immaginare, insieme, una fede umanizzante, una fede che sia lievito, fermento e profezia, una fede capace di trasmettere gioia di vivere».

Il metodo dei piccoli gruppi sembra dunque indovinato. Però è anche laborioso proprio per l’enorme quantità di gruppi e la varietà dei contenuti. «La sinodalità – spiega Pina De Simone – ha bisogno di tempo, di pause, di attese, di silenzi. Per giungere a una sintesi felice». E i delegati qualche sintesi felice l’hanno proposta, quando hanno declinato il verbo trasfigurare in altri verbi: chiamare per nome, guardare negli occhi, accogliere, accompagnare, incoraggiare… «Che altro non sono – conclude De Simone – che i verbi della vita».

USCIRE: catechesi nei condomini, serve il coraggio di osare (Mimmo Muolo)
Uscire come fuga dagli “egoismi” ecclesiali. Uscire come attenzione ai territori. Uscire come ascolto dell’ordine del giorno del mondo. Non sono mancati fin dalla primissima tornata di “tavoli” le molteplici coniugazioni del primo verbo (o prima via che dir si voglia) del Convegno di Firenze. «Intanto – fa notare monsignor Francesco Puddu, vicario generale della diocesi di Cagliari – uscire è stato inteso da tutti i delegati come l’abbandono di antichi cliché pastorali, per aprirsi a una missionarietà a 360 gradi». Puddu è tra i moderatori del “gruppo 1” e non nasconde la sua soddisfazione per l’andamento dei lavori. «Ciò che sta emergendo – sottolinea – è il coraggio di osare». Una formula che monsignor Filippo Sarullo, parroco della Cattedrale di Palermo, anch’egli tra i coordinatori del gruppo, traduce così: «Uscire è stato inteso come capacità di lasciarsi alle spalle la mentalità del "si era sempre fatto così" per esplorare nuove possibilità».
Lo spazio per le esplorazioni, del resto, non manca di certo. Quella in uscita è una Chiesa attenta alla realtà che la circonda, che si fa interpellare da essa, che non pensa di avere tutte le risposte pronte. «Intercettare le esigenze del territorio – afferma don Filippo – è uno degli elementi più sottolineati dai delegati. E per intercettare bisogna uscire», soprattutto valorizzando quelle “antenne” particolarmente sensibili che sono i laici. Tra le prime proposte emerse dai tavoli c’è, infatti, quella di valorizzare le consulte laicali, di promuovere catechesi itineranti nei condomini, di interagire con i cristiani presenti nei luoghi di lavoro, di formazione e anche di ricreazione. «Sono molte le povertà che ci sfidano – sintetizza don Sarullo –, ma anche le risorse non mancano». Importantissimo anche «uscire per andare verso i giovani» e «parlare con loro linguaggi nuovi».
Secondo monsignor Puddu, questo desiderio di partecipazione «è un segnale evidente della fecondità pastorale di papa Francesco. Nei miei gruppi – racconta – c’erano oggi 98 delegati su 100, una percentuale altissima che fotografa l’interesse molto alto suscitato dal Convegno». Anche questo in un certo senso è uscire. «Uscire da una mentalità pessimistica o incline alla lamentela, per andare verso la proposta, l’impegno, la gioia di annunciare il Vangelo».

EDUCARE: ragazzi, allarme solitudine. Urgente una nuova alleanza (Stefania Careddu)
Sinodalità: è la parola che anche in ambito educativo ritorna, come esigenza e come indicazione da seguire. La prima giornata dei lavori di gruppo, caratterizzata dalla forte eco delle parole di Papa Francesco, ha fatto emergere la necessità «di favorire sinergie per condividere ciò che si fa, evitando settorializzazioni e dispersioni», spiega Giuseppe Mari, docente di pedagogia generale all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, uno dei coordinatori di questa fase del Convegno. «La Chiesa è tonica e non passiva rispetto agli eventi: serve però un’effettiva integrazione che metta insieme le diverse proposte», afferma Mari, evidenziando che i delegati all’appuntamento di Firenze hanno «lavorato molto bene, con partecipazione, manifestando grande naturalezza nel confronto che si è svolto senza tensioni, con una notevole capacità di ascolto e comunicazione reciproca». Anche sulla via dell’educare, aggiunge il professore, «è stata rilevata l’esigenza di una sinodalità non solo sul piano delle idee, ma soprattutto delle attività che si fanno a livello di Chiese locali».
«È necessario creare alleanze tra famiglie, scuole, parrocchie, associazioni, istituzioni che si occupano di educazione a tutto tondo, con un invito a collaborare con le realtà non ecclesiali», conferma da parte sua Paola Dal Toso, segretaria generale della Consulta nazionale delle aggregazioni laicali. «Sta maturando – continua – la consapevolezza che occorre riappropriarsi dell’educazione, cioè che gli adulti si assumano la responsabilità educativa, mettendosi in gioco per dare risposte a chi chiede ragioni». Di fronte «a bambini e giovani sempre più abbandonati a loro stessi e molto soli», diventa fondamentale la presenza di «adulti preparati, pronti a capire i nuovi e diversi modi di esprimersi dei ragazzi, ad esplicitare l’implicito, a comprendere cosa si nasconde dietro determinati comportamenti». Secondo Dal Toso, che sintetizza gli umori dei delegati «entusiasti dell’intervento di papa Francesco e della possibilità di mettersi attorno ad un tavolo per discutere», «ci potrà essere un miglioramento solo se si investe sull’educazione e in particolare su un’educazione integrale rivolta all’uomo nella sua totalità e dunque pure nella sua dimensione religiosa». Il cammino riparte da questa consapevolezza, alimentata dall’appello del pontefice «al dialogo e alla relazione che sappia fare silenzio per ascoltare le voci impercettibili dei bambini e dei giovani».

ANNUNCIARE: rivedere la formazione a partire dai Seminari (Matteo Liut)
Tornare a portare l’annuncio «dentro» alla comunità per dare vita a una Chiesa in grado di «uscire» e offrire al mondo il Vangelo: è questa la richiesta condivisa emersa dai gruppi che ieri pomeriggio nei padiglioni della Fortezza da Basso a Firenze si sono concentrati sulla via dell’annunciare. «È emersa l’idea che solo una comunità attraversata da relazioni autentiche può portare un annuncio efficace del Vangelo – sottolinea Francesca Simeoni, già presidente nazionale femminile della Fuci (Federazione universitaria cattolica italiana), una dei quattro moderatori di questa via –. Tra le richieste che hanno animato il dibattito c’è quella di non avere paura di abbandonare il «già fatto» per innovare con coraggio. Da tutti è giunta l’esigenza di un «rinnovamento radicale della mentalità».
Conferma don Mariano Salpinone, parroco a Formia, anche lui moderatore della via dell’annunciare: «Le due linee dell’annuncio all’esterno e dell’evangelizzazione all’interno della comunità alle volte sono state concepite come contrapposte. La sfida è quella, quindi, di farle incontrare, di modularle. Un possibile itinerario che porta a questo obiettivo è stato indicato dai delegati nella cura della formazione dei formatori». Anzi, dai gruppi sull’annunciare, specifica Francesca Simeoni, è emersa «la richiesta di una radicale revisione del sistema della formazione a partire dai Seminari e dai cammini della catechesi. E anche le famiglie, nel loro ruolo formativo, necessitano di essere affiancate e aiutate dalle comunità».
Si tratta di richieste che però non sono fini a se stesse e non si riducono a un mero revisionismo: «L’esigenza espressa nei gruppi – notano i moderatori – è quella di annunciare ascoltando, di saper incarnare la Parola nei contesti in cui si è chiamati a portarla». D’altra parte anche nell’atteggiamento dell’ascolto è necessaria una «doppia via»: da un lato bisogna sapere entrare in dialogo con il mondo, dall’altro i delegati hanno espresso il desiderio di vivere in una Chiesa «che si lascia mettere in crisi, in discussione dall’annuncio». In definitiva, insomma, secondo i delegati annunciare il Vangelo non è solo questione di tecniche e pratiche sostenute da una formazione adeguata, ma anche il frutto di un «tessuto ecclesiale» di qualità. ABITARE: lavoro, scuola, politica, non basta agire da soli (Marco Iasevoli)
Questione di stile, verrebbe da dire. Perché se c’è una cosa che accomuna tutti i tavoli di lavoro sulla via dell’“abitare” è proprio questa: basta fughe in avanti e frenate fragorose, sulle tematiche sociali e politiche bisogna procedere insieme, imparando a leggere sul serio i problemi alla luce della Dottrina sociale della Chiesa e ad agire come comunità, non come singoli. E stare in dieci stretti intorno a un tavolo, laici, vescovi, sacerdoti e religiosi, aiuta a costruire con serenità, dando valore alla parola di ciascuno. Un metodo che piace.
Giuseppe Bacchi Reggiani, delegato di Bologna, è uno dei quattro moderatori dell’ambito e sottolinea questo elemento sopra ogni altro. «Forse qui più che altrove – sottolinea – emerge la necessità di procedere con stile sinodale e con la logica dell’accompagnamento, senza lasciare da sole le persone di fronte a sfide enormi». Lo stesso rilievo che fa Marco Cangiotti, dell’arcidiocesi di Pesaro, anche lui moderatore. «Mi pare si sia compresa l’esigenza di non fare lunghe analisi critiche – evidenzia – e di mettere in gioco le migliori pratiche, che sono tante».
Per carpire qualche tema emergente bisogna dialogare con i delegati. E uno viene fuori con più forza: l’accompagnamento alle persone impegnate in politica o che vogliono tentare questo servizio. Percorsi veri e propri, che innanzitutto colmino le “solitudini” degli amministratori, ma che contribuiscano anche ad un clima di collaborazione più che di contrapposizione. Percorsi che abbiano anche lo scopo di incoraggiare l’impegno diretto di chi magari ha passione sociale ma teme di essere abbandonato dalla comunità cristiana. Di certo si avverte un desiderio di presenza forte.
Non solo politica, però. La via dell’“abitare” richiama i luoghi. E i luoghi che più necessitano di presenza, secondo molti delegati, sono quelli più ordinari. Il lavoro, innanzitutto, con un potenziamento dell’impegno per orientare i giovani e aiutarli a elaborare progetti innovativi. Ma anche i social network, verso i quali prevale un atteggiamento non demonizzante. E le scuole, dove organismi di rappresentanza come i Consigli d’istituto sono stati via via sviliti e abbandonati. In diversi tavoli ci si è soffermati sul rapporto tra formazione e azione, con uno scopo: non ritardare o dilazionare il tempo delle scelte, il tempo di mettere in pratica e realizzare progetti.

© Avvenire, 12 novembre 2015

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