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«Cattolici e ortodossi siano costruttori di pace». E Bartolomeo: «I cristiani non siano complici del sangue in Ucraina»

A Istanbul, nella festa di Sant’Andrea, il Pontefice e il Patriarca celebrano la Divina Liturgia nella Chiesa di San Giorgio e rilanciano il cammino di unità tra cattolici e ortodossi. Leone richiama pace, ecologia e tecnologie come sfide comuni, e ringrazia per l’accoglienza. Prima della partenza per il Libano, l’incontro con la comunità armena elogiata per la «coraggiosa testimonianza cristiana nel corso dei secoli, spesso in circostanze tragiche»

Cattolici e ortodossi debbono camminare insieme per essere nel mondo costruttori di pace. È il compito affidato da papa Leone XIV a tutti i cristiani nel suo ultimo giorno in Turchia prima di andare in Libano dove proseguirà il suo primo viaggio apostolico internazionale.

La Divina Liturgia nella festa dell’Apostolo Andrea, celebrata insieme al Patriarca Bartolomeo I nella Chiesa patriarcale di San Giorgio a Istanbul, non è stata solo un gesto di protocollo, ma il segno concreto di una fraternità che continua a rinascere, nonostante le ferite del passato e le complessità del presente.

«Ci sono stati molti malintesi e persino conflitti tra cristiani di Chiese diverse in passato, e ci sono ancora ostacoli che ci impediscono di essere in piena comunione, ma non dobbiamo tornare indietro nell'impegno per l'unità», ha detto Papa Leone. Quindi ha elencato tre «sfide» da affrontare insieme: «Innanzitutto, in questo tempo di sanguinosi conflitti e violenze in luoghi vicini e lontani, i cattolici e gli ortodossi sono chiamati ad essere costruttori di pace. Si tratta certamente di agire e di porre delle scelte e dei segni che edificano la pace, ma senza dimenticare che essa non è solo il frutto di un impegno umano, bensì è dono di Dio. Perciò, la pace si chiede con la preghiera, con la penitenza, con la contemplazione, con quella relazione viva col Signore che ci aiuta a discernere parole, gesti e azioni da intraprendere, perché siano veramente a servizio della pace».

Per il Papa poi «un'altra sfida che le nostre Chiese devono affrontare è la minacciosa crisi ecologica» che «richiede un'autentica conversione spirituale per cambiare direzione e salvaguardare il creato. Cattolici e ortodossi siamo chiamati a collaborare per promuovere una nuova mentalità in cui tutti si sentano custodi del creato che Dio ci ha affidato».

Infine, «una terza sfida che vorrei menzionare è l'uso delle nuove tecnologie, specialmente nel campo della comunicazione. Consapevoli degli enormi vantaggi che esse possono offrire all'umanità, cattolici e ortodossi devono operare insieme per promuoverne un uso responsabile al servizio dello sviluppo integrale delle persone, e un'accessibilità universale, perché tali benefici non siano solo riservati a un piccolo numero di persone e a interessi di pochi privilegiati».

Davanti ai membri del Santo Sinodo, ai capi delle Chiese e a tanti fedeli, papa Leone XIV ha ricordato con forza che «la fede dell’Apostolo Andrea è la nostra», la fede definita dai Concili e ripetuta ogni domenica nel Credo Niceno-Costantinopolitano, quella che «ci unisce in una comunione reale e ci permette di riconoscerci come fratelli e sorelle».

I conflitti, i malintesi, le divisioni che hanno segnato la storia non sono stati cancellati dalla memoria, ma il Papa ha spiegato che non possono essere il punto di arrivo, perché «non dobbiamo tornare indietro nell’impegno per l’unità» e soprattutto non possiamo smettere di amarci “come tali”, come fratelli e sorelle che condividono la stessa radice. È qui che il ricordo di un gesto di sessant’anni fa diventa luce per il presente: quando Paolo VI e Atenagora decisero di cancellare dalle memorie ecclesiali le reciproche scomuniche del 1054, aprirono una strada nuova, un cammino fatto di incontri, ascolto, teologia e abbracci fraterni.

Quel cammino oggi chiede nuovo slancio, e il Papa lo ha dichiarato senza esitazioni, ringraziando il Patriarcato ecumenico per la costanza nel dialogo e chiedendo che tutte le Chiese autocefale tornino a partecipare attivamente al lavoro comune. Ha riconosciuto che perseguire la piena comunione è «una delle priorità della Chiesa cattolica» e, in modo particolare, del suo ministero di Vescovo di Roma, chiamato, ha detto, ad «essere al servizio di tutti per costruire e preservare la comunione e l’unità».

Ma in queste giornate intense non si è parlato soltanto della Chiesa: lo sguardo del Papa si è allargato al mondo, alla storia che accade davanti ai nostri occhi e che chiede risposte coraggiose.

La celebrazione dell’anniversario del primo Concilio di Nicea, ha sottolineato Bartolomeo I nella sua omelia, «non può essere in alcun modo ridotto a interesse per un evento passato», rimane invece «il fondamento della nostra ricerca di unità dei cristiani oggi», una eredità attraverso la quale «i cristiani divisi si avvicineranno di più e raggiungeranno la loro tanto desiderata unità».

Bartolomeo quindi, così come anche evidenziato da Leone XIV, ha elogiato il lavoro condotto dalla Commissione mista internazionale per il dialogo istituita da Papa Giovanni Paolo II e dal Patriarca ecumenico Dimitrios, il 30 novembre di 45 anni fa, che consente alle Chiese «in questo momento critico della storia, di affrontare le questioni spinose del passato per superarle e condurci verso il ripristino della piena comunione».

L’unità dei cristiani «non è un lusso», ha ricordato il Patriarca, ma un «imperativo» poiché dai cristiani ci si aspetta «un messaggio unificato di speranza», che sia di condanna verso la guerra e la violenza e di difesa verso la dignità umana e il creato. I cristiani, è l'invocazione del Patriarca, non possono essere complici «nello spargimento di sangue che avviene in Ucraina e in altre parti del mondo, né tacere dinanzi all’esodo di cristiani dalla culla del cristianesimo», ma devono «agire come operatori di pace, mostrarci come coloro che hanno fame e sete di giustizia e comportarci come buoni amministratori del creato».

La Divina Liturgia si è conclusa con la dossologia finale e la benedizione impartita dal Papa e da Bartolomeo I.

Infine, Leone ha ringraziato per «la calorosa e fraterna accoglienza» ricevuta, ha invocato l’intercessione dell’Apostolo Andrea, di Pietro, di San Giorgio Megalomartire, dei Santi Padri del Concilio, e ha chiesto a Dio di «benedire abbondantemente tutti i presenti».

In mattinata, il Pontefice aveva incontrato la Chiesa armena nella Cattedrale armena apostolica di Istanbul sottolineando la «coraggiosa testimonianza cristiana del popolo armeno nel corso dei secoli, spesso in circostanze tragiche». Il popolo armeno, infatti, ha vissuto all'inizio del ventesimo secolo un genocidio, perpetrato dall'impero ottomano, riconosciuto come tale da molti Paesi. Il Papa ha poi concluso l'incontro ringraziando gli armeni per «i legami fraterni sempre più stretti» con la Chiesa Cattolica.

È l’ultimo giorno in Turchia per papa Leone XIV che nel primo pomeriggio vola in Libano, uno dei Paesi che più soffrono la travagliata situazione del Medio Oriente. Il primo appuntamento a Beirut sarà l'incontro con le autorità.

Antonio Sanfrancesco

© www.famigliacristiana.it, domenica 30 novembre 2025