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C'è un Sud depresso e catatonico Eppure qualcosa si muove

Sarà che sono "terrone" per sempre, non solo per nascita ma anche per vocazione, ma questa volta la performance dell’onorevole Cetto la Qualunque (alias Antonio Albanese) non mi ha fatto "solo" sorridere. C’è stato un momento, nella sua esibizione nel salotto di Fabio Fazio, che mi ha raggelato il sangue. Il sorriso ha lasciato il posto allo sgomento che ti prende quando avverti che la verità sbattuta in faccia fa male. Eccome se fa male.

A un certo punto l’impresentabile Cetto, parlamentare dotato di pelo sullo stomaco, teorico e praticante dell’illegalità diffusa, parla del Sud. Del "suo" Sud, ma anche del "nostro" Sud. Ma questa volta lo fa con la freddezza dell’elenco telefonico, tanto che non riesce a strappare neppure l’applauso del pubblico simpatizzante. E come potrebbe, visto che non si nasconde dietro il personaggio della simpatica canaglia, ma in poche battute offre un affresco del Mezzogiorno d’Italia senza vie di fuga?
Ecco le sue parole: «È ora di finirla con i pregiudizi, il Sud è anche altro. Non solo disprezzo delle regole, pizzo, minacce, caporalato, malasanità, abusi edilizi. Cosa sia esattamente, però, non lo so». Ecco la domanda: ma noi lo sappiamo cos’è oggi il Sud? Se è vero – come è vero – che a quel drammatico elenco potremmo ancora aggiungere dell’altro, come la fuga dei giovani e dei cervelli, la disoccupazione a tassi drammatici, lo sperpero delle risorse pubbliche, la cattiva amministrazione, allora dovremmo al più presto tornare al Sud per tentare di dare una risposta convincente a quella domanda.

Per avviare una nuova narrazione sul Mezzogiorno e sui meridionali, fuori dagli schemi di una politica rattrappita e silenziosa che ha ormai declassato il Sud a mera "espressione geografica" (vi ricorda qualcosa, in questo 150esimo anno dell’Unità d’Italia?). Fuori anche da tutti i luoghi comuni che hanno devastato la rappresentazione del Sud e che hanno fatto solo la fortuna di qualche comico (dal lombardo-siculo Antonio Albanese al barese Checco Zalone) e di qualche abile narratore (da Andrea Camilleri a Roberto Saviano). Fuori anche dalle spirali del silenzio che avvolgono il destino di questa parte d’Italia (Italia?) che sembra rassegnata a tutto.

Ai meridionali, paradossalmente, oggi non restano che alcune certezze: di partecipare al processo generale di stabilità finanziaria promosso e strenuamente difeso dal ministro dell’Economia, anche attraverso una formidabile contrazione di risorse destinate al Mezzogiorno; di garantire con il proprio voto popolare la stabilità dei governi senza avere la possibilità concreta di incidere su nessuna scelta strategica; di partecipare da cittadini portatori di handicap secolari (anche per proprie endemiche colpe, naturalmente) alla vita pubblica; di dover applicare una riforma dello Stato in senso federalista alla quale hanno garantito solo il voto parlamentare, ma alla cui ideazione non hanno fornito alcun contributo originale; di dovere, in una parola, obbedir tacendo. Ed è proprio questo silenzio che spaventa e ci dice, molto più di qualunque altro indice socio-economico, dello stato di depressione psicologica in cui versa la società civile del Sud. E con essa il suo sistema economico, la sua università, i suoi giornali, le sue articolazioni intermedie.

Questo Sud catatonico non ci piace e ci offende. Ma resta pur sempre il "nostro" Sud, dove tanto si muove a livello locale ma senza riuscire a farsi progetto nazionale. Del resto, basterebbe chiedersi da quanti decenni il Sud non produca un solo leader nazionale… Ma aspettando Godot, si può invecchiare all’infinito e consegnarsi definitivamente al destino delle "due Italie".

Domenico Delle Foglie
© Avvenire, 7 gennaio 2011
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