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Cei, nuovo testo per le esequie

Il sacerdote sarà ancor più vicino alla famiglia, sì alla cremazione ma no alla dispersione delle ceneri

 

Più vicinanza alla famiglia, un formulario più ricco per le preghiere, un’intera appendice dedicata alla cremazione. La Chiesa italiana rivede il rito delle esequie per adattarlo al mutare dei tempi.
«Abbiamo constatato», ha spiegato monsignor Domenico Pompili, sottosegretario della Cei e direttore dell’ufficio per le comunicazioni sociali, «che la nostra società ha messo a tacere la morte. Persino la parola è scomparsa sostituita da eufemismi. La morte è rimossa anche dal punto di vista percettivo mentre proliferano le sue spettacolarizzazioni mediatizzate, che trasformano in fiction anche la violenza reale che genera morte. I malati terminali stanno negli hospice, si muore per lo più in ospedale, ai bambini non si fa vedere la salma dei nonni perchè potrebbe turbarli, e così si resta analfabeti e muti di fronte a un evento che è parte della vita, sia perché inevitabile, sia perché contribuisce a definirne il senso».
Il nuovo rito, che segue le orme della prima traduzione, pubblicata nel 1974, della Editio typica del 1969, può essere usato da subito anche se diventerà obbligatorio il 2 novembre di quest’anno. «Questa nuova traduzione», ha sottolineato monsignor Alceste Catella, vescovo di Casale Monferrato e presidente della Commissione episcopale per la liturgia, «attesta la fede dei credenti, il rispetto per il corpo umano, l’importanza della memoria».
La prima novità è l’introduzione di un nuovo capitolo che prescrive la visita alla famiglia del defunto, la vicinanza nel delicato momento della chiusura della bara, l’ultima raccomandazione e il commiato con 12 proposte di esortazione. Inoltre, così come richiesto da molti vescovi, si anticipa la benedizione della salma alla fine della cerimonia in chiesa e non nel momento della tumulazione.
Scompare il capitolo quinto e con esso la possibilità di celebrare le esequie nella casa del defunto «per evitare», ha precisato monsignor Angelo Lameri, dell’Ufficio Liturgico Nazionale, «il rischio dell’individualismo e del ridurre la morte a fatto privato». Infine, un’appendice sulla cremazione, «alla quale la Chiesa non si oppone se non richiesta in spregio alla fede «anche se continua a ritenere la sepoltura del corpo il metodo più idoneo per sottolineare la fede nella resurrezione», ha spiegato monsignor Catella. Il testo prevede che ci sia l’accompagnamento del feretro alla cremazione e poi la deposizione dell’urna in un luogo certo. Solo con la deposizione dell’urna si conclude il rito delle esequie. Nessuna dispersioni delle ceneri che «rendono i morti utopici, senza luogo e senza memoria».

Annachiara Valle
 
© Famiglia Cristiana, 4 marzo 2012
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