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Celibi per il Regno o scapoli a vita?

Il corpo celibe dei presbiteri, che rinunciano al sesso, ma non ai sentimenti, alla tenerezza, all’affetto – anzi sono chiamati a trasudarne – è assunto da Dio come parabola di un amore – il Suo amore – capace di desiderare senza possedere, accarezzare senza graffiare, abbracciare senza soffocare.

 

Eresse il recinto intorno alla Dimora e all'altare e mise la cortina alla porta del recinto. Così Mosè terminò l'opera. Allora la nube coprì la tenda del convegno e la gloria del Signore riempì la Dimora. Mosè non poté entrare nella tenda del convegno, perché la nube sostava su di essa e la gloria del Signore riempiva la Dimora. Per tutto il tempo del loro viaggio, quando la nube s'innalzava e lasciava la Dimora, gli Israeliti levavano le tende. Se la nube non si innalzava, essi non partivano, finché non si fosse innalzata. Perché la nube del Signore, durante il giorno, rimaneva sulla Dimora e, durante la notte, vi era in essa un fuoco, visibile a tutta la casa d'Israele, per tutto il tempo del loro viaggio (Es 40,33-38)

            L’immagine di quella tenda eretta nel deserto rimanda con forza al senso del celibato richiesto ai presbiteri nella Chiesa Latina. La Dimora, che Mosè costruisce, è colma di Jahvè. Ogni sua particella, persino le frange, la luce tremula delle lampade, i pani sovrapposti appoggiati sull’altare, il tessuto del recinto e le pelli che la ricoprono, sono impregnati di presenza. La gloria del Signore la pervade al punto che nulla e nessuno dall’esterno riesce a penetrarla. Dio occupa tutto lo spazio della tenda. Mosè, amico del Signore e guida di Israele, persino lui dovrà sostare davanti all’ingresso senza trovar posto al suo interno. Il presbitero, con la sua condizione di celibe, è chiamato a dare alla propria vita lo stesso senso che quella tenda aveva per Israele nel suo cammino esodale: il significato, cioè di una presenza e di una itineranza di Dio sui percorsi – anche i più impervi – che il suo popolo, in cerca di liberazione e di una terra finalmente sua, si trova a percorrere. La tenda dell’Esodo è segno efficace non in sé stessa, ma in quanto interamente riempita da Dio. Allo stesso modo la vita del presbitero troverà efficacia nella misura in cui egli si lascerà inabitare e possedere pienamente dal suo Signore.

Anche nella coppia, divenuta “una carne sola”, Dio abita pienamente. Grazie alla tenerezza che i coniugi si scambiano, attraverso la fatica e la gioia feriale dello scegliersi ed accogliersi ogni giorno, nel perdono, che mettono in circolo nella loro relazione, e nella cura reciproca fino alla consumazione dei loro giorni, Il Padre lascia intravvedere le proporzioni dell’amore appassionato che nutre per ciascuno di noi. Nella Scrittura, quando ha voluto dipingere i contorni dell’amore per il suo popolo, Jahvè ha intinto il pennello nei colori dell’amore umano e della coniugalità.

Se l’amore sponsale permette d’intuire la portata di quello di Dio per ciascuno dei suoi figli, la vita celibe dei presbiteri, dice con forza che davvero nessuno è escluso dall’amore del Padre, che la sua tenerezza è proprio per tutti, che non è importante volergli bene quanto lasciare a Lui la possibilità di volerci bene. Il corpo celibe dei presbiteri, che rinunciano al sesso, ma non ai sentimenti, alla tenerezza, all’affetto – anzi sono chiamati a trasudarne – è assunto da Dio come parabola di un amore – il Suo amore – capace di desiderare senza possedere, accarezzare senza graffiare, abbracciare senza soffocare.

La Sequela richiede di lasciare non solo case e campi, ma anche fratelli, sorelle, padre, madre, figli, tutta quella rete di relazioni affettive, che mentre sazia l’umano bisogno d’amore ci colloca nel mondo e c’identifica in un nome. Il celibato per il Regno – occorre esserne consapevoli – porta il presbitero ad assumere come cifra della propria vita la dimensione della fragilità, la stessa che appartiene alla tenda rispetto alla casa. Non è una condizione, infatti, “naturale” e chi la sceglie accetta di sperimentare nella propria umanità un’assenza, un vuoto, una ferita che solo il Signore può quotidianamente curare. Anzi, quel vuoto ha senso solo se assunto come spazio da destinare a Lui. Diversamente il celibato si ridurrebbe a sterile violenza sui corpi dei presbiteri. Occorre stare con Gesù, lasciarsi riempire da Lui, sentire con il Suo sentire, desiderare ciò che Lui desidera, sperare ed operare perché venga quel Regno al centro di ogni Suo respiro. Solo una relazione feriale e concreta con Gesù, capace di colmare anche sul piano affettivo, preserva il presbitero dal rischio di cancellare il proprio corpo e di distogliere lo sguardo da quello degli altri, di costringere le emozioni nella rigidità delle idee e dei gesti, di parcheggiarsi affettivamente nell’indecisione sessuale di una adolescenza perenne, di ricercare improbabili compensazioni sul versante della carriera, dell’autorità, del proprio io. Innamorarsi di Gesù, tenere con Lui il filo di un dialogo quotidiano, riempirsi di passione per il Regno e per la sua giustizia, renderà il presbitero felicemente celibe e non l’ennesimo triste single, scapolo a vita perché incapace di amare o spaventato dall’amore.

 

 

sac. Amedeo Cristino

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