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Chiesa e social media: primo lasciar parlare

Se vuoi essere onesto sui social media devi rispondere alle domande. Devi discutere. Devi accettare e anche cogliere come un'opportunità il fatto di essere sfidato

Apriamo la settimana con un testo sulla Chiesa e i social media che suor Mary Ann Walsh - la religiosa che è responsabile delle relazioni con i media per l'Ufficio per le comunicazioni sociali - ha pubblicato qualche giorno fa sul blog della Conferenza episcopale degli Stati Uniti. Una riflessione interessante su come i nuovi media chiedano sempre di più di accettare di fare i conti davvero anche con chi ci contesta.

Il fenomeno dei social media offre alla Chiesa tanto una sfida quanto un'opportunità. I social media raggiungono la gente - milioni di persone ogni giorno sono su Facebook e su Twitter. La Chiesa non può ignorarli. Però queste persone sono interattive e non accettano conversazioni a senso unico. Il che implica dialogo, che è qualcosa di non sempre benvenuto da parte del clero, dei maestri e di altri leader.

La frase «Perché ho detto così» non funziona nei social media. Cosa questa che non fa molto piacere a quei genitori o a quei leader che per anni se la sono cavata così, esasperati da petulanti «Ma...» o lamentosi «Perché?».

I vegliardi devono abituarsi a questo tipo di dialogo. Alcuni anni fa ho frequentato un corso di dottrina sociale. Pensavo che sarebbe stato un viaggio intellettuale, finché non mi sono ritrovata in una classe di studenti che volevano discutere ogni lezione. Il docente - sì - amava quest'interattività, ma io gemevo interiormente a ogni divagazione. Da ex insegnante apprezzavo il botta e risposta che aiuta ad aprire la mente, ma volevo un insegnamento chiaro e capace di far emergere i contenuti che aveva da offrire. Forse era il mio dinosauro interiore che veniva fuori...

La Chiesa ha una lunga tradizione di questa didattica dall'alto in basso. Ha biblioteche intere di tomi che esplorano le verità teologiche. Ma questa è solo una parte del nostro essere Chiesa.

Un altro suo volto - quello pastorale - è aperto al dialogo. Ed è un atteggiamento che ha il suo fondamento nel Vangelo stesso (si veda ad esempio la samaritana che conversa con Gesù al pozzo). Sul livello personale, il dialogo che nasce a partire dalle parole «Possiamo parlarne?» è da anni parte integrale dell'essere Chiesa, un conforto a genitori spaventati, a mogli frustrate, a lavoratori abusati, a ragazzi confusi.

Forse i social media possono aiutare la Chiesa a impegnarsi di più in questo dialogo. Ma non è facile. Richiede energie, specialmente energie emotive. Perché parlare - e dialogare - è un lavoro.

Molti capitani d'azienda sbandierano il fatto di avere una presenza sul web, ma non accettano domande ed evitano l'interattività, anche se magari mandano una risposta automatica del tipo «Grazie per il tuo messaggio». Sarebbe molto meglio se puntassero su un annuncio pubblicitario, con l'onesta implicazione che non vogliono un feedback. Se vuoi essere onesto sui social media devi rispondere alle domande. Devi discutere. Devi accettare e anche cogliere come un'opportunità il fatto di essere sfidato.

Qui alla Conferenza episcopale degli Stati Uniti abbiamo account su Facebook e su Twitter. Offrono l'opportunità di condividere, ma fanno anche sorgere i punti di attrito che sono inevitabili in ogni dialogo. Alcune persone sono d'accordo con te, altre no. Alcune vogliono contrastarti. Tutti loro, però, appartengono alla nostra comunità virtuale e per questo meritano rispetto. Alcune persone che scrivono un post sulla nostra bacheca chiedono alla community di condividere il loro dolore, forse anche la morte di un coniuge. Altri postano riflessioni su una festa liturgica o sulle letture del giorno, aggiungendo così una nuova prospettiva a un momento della Chiesa. Ma c'è anche chi scrive per darti battaglia e la prima reazione sarebbe quella di schiacciare il tasto «cancella». Noi cerchiamo di non farlo, dal momento che l'essenza della comunità virtuale è il dialogo. Se scoppia una mischia virtuale, la nostra speranza è che tutti - compresi i nostri compagni virtuali - possiamo uscirne più illuminati. È un rischio che vale la pena di correre. Anche perché le conversazioni virtuali crescono di importanza quando la frequenza alle nostre chiese diminuisce e meno persone entrano in relazione con una parrocchia a cui legarsi nelle tempeste della vita.

Internet - ovviamente - non può sostituire la comunità che celebra l'Eucaristia, dove puoi riconoscere gli altri dalla panca che scelgono o da come i loro figli crescono. C'è un calore che nutre anche nella conoscenza molto vaga di coloro con cui preghi ogni settimana.

I social media, però, hanno un posto nella Chiesa del XXI secolo, anche se alcuni vegliardi saranno costretti a entrarci con colletti, rosari e croci messe di traverso. Facebook, Twitter e gli altri social media possono essere strumenti degni del Vangelo per nutrire la nostra vita di fede, anche se qualcuno con loro sta ancora solamente scaldando i motori.

Mary Ann Walsh

© www.vinonuovo.it, 10 ottobre 2011

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