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Ciò che fu patito e visto. Ciò che ricordiamo

La tredicesima Giornata della Memoria

Celebriamo oggi, per il tredicesimo anno, il Giorno della Memoria. 68 anni fa, i soldati dell’Armata Rossa, nella loro avanzata da Est, liberavano il campo di Auschwitz, in Polonia. Ce lo dipinge con grande maestria Primo Levi, nell’apertura di La tregua, il libro che prende le mosse da quella liberazione: tre soldatini russi a cavallo che si imbattono quasi per caso nel campo, poche migliaia di detenuti rimasti in vita nell’infermeria, il senso di vergogna di tutti, dei prigionieri come dei loro liberatori, il pudore, il silenzio. Non ci fu gioia quel giorno.

Ma non aspettatevi che il mondo abbia subito risuonato di quel che pur era stato visto e toccato con mano. I sovietici non avevano né il desiderio né la capacità di smuovere l’opinione pubblica del mondo. Si era ancora in mezzo alla guerra, che sarebbe durata altri tre mesi, e oltre. I campi di concentramento in Germania erano ancora in mano ai nazisti e là, in terribili marce della morte, era stata condotta la maggior parte dei prigionieri ancora in vita ad Auschwitz. Gli altri campi della morte in Polonia avevano già smesso di funzionare, e anche ad Auschwitz non arrivavano più prigionieri da quando, nel novembre 1944, Himmler aveva fermato i trasporti a causa della sconfitta militare in atto.

Ma pur nella sconfitta, i nazisti non smettevano di sterminare gli ebrei, come le marce della morte e le vicende degli ultimi mesi a Bergen Belsen, Dachau. Mauthausen, ci dimostrano. Gli ultimi mesi della guerra furono i più atroci di tutti.

Ad Auschwitz, i nazisti avevano fatto saltare le camere a gas, in un tentativo di cancellare il delitto commesso che fu il preludio a quello che sarà poi, fino ad oggi, il negazionismo: mentire, negare, confutare i fatti senza vergogna. Ma, nella fretta di fuggire, avevano lasciato dietro migliaia di testimoni.

Il mondo, che pur già molto sapeva, non conosceva i meccanismi dello sterminio di massa, ciò che consentiva ancora qualche illusione.

A Roma, liberata il 4 giugno 1944 dagli angloamericani, i famigliari di quanti erano stati razziati il 16 ottobre del 1943 ancora speravano nel rientro dei loro cari, che erano finiti quasi tutti nella camera a gas già una settimana dopo l’arresto. Nel Nord dell’Italia, si stava affrontando l’ultimo inverno di guerra, che fu freddo e terribile. I bombardamenti degli alleati distruggevano case e vite, ma erano accolti quasi con speranza dagli abitanti delle città che vedevano avvicinarsi la fine della guerra. Solo con la primavera giunsero l’insurrezione e la liberazione. Tutti sapevano che i nazisti avevano ormai perso la guerra. Ma, nella rabbia provocata in loro dalla sconfitta, molti altri sarebbero morti, molti altri ebrei arrestati, molti partigiani assassinati. A Milano, le bande irregolari fasciste imperversavano con torture e assassinii, come avevano fatto prima a Roma. La banda Koch, che torturava nella terribile Villa Triste, era stata arrestata dai tedeschi stessi per gli eccessi commessi, su sollecitazione anche dell’arcivescovo Schuster.

No, il mondo non era ancora preparato allora, nel gennaio 1945, a capire fino in fondo. Più tardi, il 15 aprile 1945, con la liberazione da parte inglese di Bergen Belsen, le immagini delle decine di migliaia di cadaveri insepolti e di prigionieri moribondi furono diffuse e conosciute ovunque. Ci sarebbe voluto ancora molto però perché si potesse farne memoria, perché l’inimmaginabile prendesse forma agli occhi di tutti, perché la volontà di tutti di guardare avanti, verso la vita, si piegasse al ricordo dei morti e del dolore. Pochi, tornati, cominciarono a scrivere ciò che avevano visto, e fra loro in Italia Primo Levi. Sarebbero divenuti i testimoni. Il primo tassello per ricostruire e raccontare quella storia che oggi, pur a tanti anni di distanza, non vogliamo e non possiamo dimenticare perché ha segnato per sempre il Novecento e le generazioni che sono venute dopo.

 
Anna Foa
 
© Avvenire, 27 gennaio 2013
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