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Comunicazione e Misericordia: un incontro fecondo

50a Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali

La Chiesa ha la missione di annunciare la misericordia di Dio, cuore pulsante del Vangelo, che per mezzo suo deve raggiungere il cuore e la mente di ogni persona […] Il suo linguaggio e i suoi gesti devono trasmettere misericordia per penetrare nel cuore delle persone e provocarle a ritrovare la strada per ritornare al Padre. (Misericordiae Vultus, 12)

La scelta del Tema di quest’anno è stata, chiaramente, determinata dalla Celebrazione del Giubileo Straordinario della Misericordia e, senza dubbio, il Santo Padre ha voluto che la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali offrisse una occasione propizia per riflettere sulle sinergie profonde tra comunicazione e misericordia per una promozione della cultura dell’incontro.

In un tempo di profondi mutamenti mediatici è possibile una comunicazione “misericordiosa”? L’invito che ci viene fatto è quello di “convertire” la stessa comunicazione. Ogni uomo e ogni donna, nella propria comunicazione, nell’andare incontro all’altro o all’altra, devono essere animati da una profonda dimensione di accoglienza, di disponibilità, di perdono.

Una buona comunicazione può aprire uno spazio per il dialogo, per la comprensione reciproca e la riconciliazione, permettendo che in tal modo fioriscano incontri umani fecondi. Parole e gesti per superare le incomprensioni, per guarire le memorie, per costruire la pace e l’armonia.

Nella comunicazione al primo posto vi è soprattutto una profonda dimensione umana. Comunicazione che non è solo un’attuale o aggiornata tecnologia, ma una profonda relazione interpersonale.

Questo il “cuore” del messaggio di papa Francesco: la comunicazione ha il potere di creare ponti, di favorire l’incontro e l’inclusione, arricchendo così la società. Le parole possono gettare ponti tra le persone, le famiglie, i gruppi sociali, i popoli. E questo sia nell’ambiente fisico sia in quello digitale.

«L’incontro tra la comunicazione e la misericordia è fecondo nella misura in cui genera una prossimità che si prende cura, conforta, guarisce, accompagna e fa festa. In un mondo diviso, frammentato, polarizzato, comunicare con misericordia significa contribuire alla buona, libera e solidale prossimità tra i figli di Dio e fratelli in umanità», spiega il Santo Padre, valorizzando l’importanza dell’ascolto nella comunicazione: «Ascoltare non è mai facile. A volte è più comodo fingersi sordi. Ascoltare significa prestare attenzione, avere desiderio di comprendere, di dare valore, rispettare, custodire la parola altrui. Saper ascoltare è una grazia immensa, è un dono che bisogna invocare per poi esercitarsi a praticarlo».

In un epoca in cui “l’arte della parola è senza cuore e senza amore” (Ferdinand Ebner), dove le parole parlanti si sono rarefatte e sempre più frequenti sono le parole parlate, è necessario e urgente recuperare un vocabolario, chiamiamolo “misericordioso”, che consenta di entrare nel cuore e nella mente, in definitiva nella persona.

Per fare questo, il primo passo – scrive il Papa nel messaggio – è aprirsi all’ascolto. La comunicazione, infatti, presuppone l’ascolto, che è fonte di relazioni vere. Di più: l’ascolto sta alla base di un linguaggio autentico, leggero, libero, non appesantito da parole che raccontano solo il proprio “ego”.

Anche la comunicazione ecclesiale, deve essere capace di «toccare i cuori delle persone e sostenerle nel cammino». Dobbiamo comunicare da figli di Dio con altri figli di Dio, senza distinzione di credo, idea, visione del mondo. Dobbiamo dunque arrestare il processo di svilimento delle parole.

La gente è stanca di parole senza peso proprio, che non si fanno carne, che nella nostra predicazione fanno sì che Cristo non si manifesti più come persona, bensì come idea, concetto, astratta teoria dottrinale. Si restituisca alla parola — specialmente a quella della predicazione — la sua «scintilla» che la rende viva e che dà calore e odore umano alle parole della fede.

«La Chiesa, portatrice della memoria di Gesù, non può declinare le parole del suo annuncio, se non in rapporto alla misericordia. Sono parole attese da chi pensa di essere lontano dal Dio della misericordia di cui spesso abbiamo un’immagine deformata. Ma sono parole urgenti per la Chiesa stessa, che viene rigenerata da queste parole; d’altronde la Chiesa non deve dimenticare che è posta sotto il segno della misericordia senza la quale neppure esisterebbe.

Scrive Francesco: «Come vorrei che il nostro modo di comunicare, e anche il nostro servizio di pastori nella Chiesa, non esprimessero mai l’orgoglio superbo del trionfo su un nemico, né umiliassero coloro che la mentalità del mondo considera perdenti e da scartare!». Ed ancora ricorda che «la misericordia può aiutare a mitigare le avversità della vita e offrire calore a quanti hanno conosciuto solo la freddezza del giudizio». Per questo, sottolinea, «lo stile della nostra comunicazione sia tale da superare la logica che separa nettamente i peccatori dai giusti. Noi possiamo e dobbiamo giudicare situazioni di peccato – violenza, corruzione, sfruttamento, ecc. – ma non possiamo giudicare le persone, perché solo Dio può leggere in profondità nel loro cuore».

Per Francesco, infatti, «solo parole pronunciate con amore e accompagnate da mitezza e misericordia toccano i cuori di noi peccatori. Parole e gesti duri o moralistici corrono il rischio di alienare ulteriormente coloro che vorremmo condurre alla conversione e alla libertà, rafforzando il loro senso di diniego e di difesa». Da qui, l’incoraggiamento a «tutti» a «pensare alla società umana non come ad uno spazio in cui degli estranei competono e cercano di prevalere, ma piuttosto come una casa o una famiglia dove la porta è sempre aperta e si cerca di accogliersi a vicenda».

Il 13 marzo 2015, annunciando il Giubileo straordinario, il papa ricordava che «Nessuno può essere escluso dalla misericordia di Dio. Tutti conoscono la strada per accedervi e la Chiesa è la casa che tutti accoglie e nessuno rifiuta. Le sue porte permangono spalancate, perché quanti sono toccati dalla grazia possano trovare la certezza del perdono. Più è grande il peccato e maggiore dev’essere l’amore che la Chiesa esprime verso coloro che si convertono».

Se le porte della Chiesa devono essere spalancate, può mai la sua comunicazione esprimere chiusura? Sarebbe una grave contraddizione!

Nel messaggio, Francesco auspica che «anche il linguaggio della politica e della diplomazia si lasci ispirare dalla misericordia, che nulla dà mai per perduto». Ecco il senso della «diplomazia della misericordia» per Francesco: non considerare mai nulla perduto nella relazione tra popoli e nazioni. A questo deve servire la comunicazione politica, dunque.

Il Papa invita coloro che sono intrappolati in vecchie ostilità ad intraprendere il cammino della misericordia; di riconoscere le proprie responsabilità, e di chiedere perdono e mostrare misericordia verso coloro che gli hanno fatto del male. Andiamo al di là della distinzione tra «vittime» e «carnefici».
Ma dobbiamo superare anche un’altra logica: quella che contrappone «vincitori» e «vinti». Viviamo in un mondo dove siamo abituati a dover provare quanto valiamo, a dover guadagnarci il rispetto e l’ammirazione degli altri. Spesso tale riconoscimento è riservato a coloro che hanno raggiunto il successo attraverso il benessere, il potere e la fama. Nella società le persone competono per imporre il proprio valore e dignità, e chi sta in alto vuole tenere gli altri in basso. Tale visione indebolisce la dignità delle persone e, in particolare, ha come risultato che coloro che hanno fallito o che sono giudicati non all’altezza delle aspettative, vengono marginalizzati e rifiutati. Il nostro modo di comunicare non deve dunque esprimere mai l’orgoglio superbo del trionfo su un nemico, né umiliare coloro che sono scartati, che sono considerati «perdenti» e sono abbandonati.

Infine, l’accento sulle nuove “frontiere” digitali. «Non è la tecnologia – afferma Francesco – che determina se la comunicazione è autentica o meno, ma il cuore dell’uomo e la sua capacità di usare bene i mezzi a sua disposizione». L’ambiente digitale è una piazza, un luogo di incontro, dove si può accarezzare o ferire, avere una discussione proficua o un linciaggio morale. Anche in rete si costruisce una vera cittadinanza». La rete stessa, ribadisce dunque Bergoglio nel messaggio, «può essere ben utilizzata per far crescere una società sana e aperta alla condivisione». E conclude: «La comunicazione, i suoi luoghi e i suoi strumenti hanno comportato un ampliamento di orizzonti per tante persone. Questo è un dono di Dio, ed è anche una grande responsabilità».

In un momento in cui la nostra attenzione è spesso rivolta alla natura polarizzata e giudicante di molti commenti sui social network, il Papa afferma che l’accesso alle reti digitali comporta una responsabilità per l’altro, che non vediamo ma è reale, ha la sua dignità che va rispettata. La rete può essere ben utilizzata per far crescere una società sana e aperta alla condivisione».

Stiamo vivendo il Giubileo della misericordia, quale Porta Santa dovrà essere varcata nell’ambito della comunicazione e dell’informazione? Sicuramente quella del silenzio e dell’ascolto!

Attraversarla, in particolare per gli operatori della comunicazione, significa invocare il perdono per essere divenuti “appendice del rumore”, domandando il dono del silenzio e dell’ascolto, «sorta di martirio» – dice il Papa -, «attraverso il quale possiamo condividere domande e dubbi, percorrere un cammino fianco a fianco, affrancarci da qualsiasi presunzione di onnipotenza e mettere umilmente capacità e doni al servizio del bene comune».

 

sac. Carlo Cinquepalmi

Direttore Ufficio Diocesano per le Comunicazioni Sociali

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