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Confessioni di un prete

​Rileggo – lo faccio spesso – una lettera aperta ai sacerdoti di Enrico Medi, lo scienziato morto nel 1974 e per il quale è in corso la causa di beatificazione. Medi li esorta a sostare più tempo ai piedi dell’Altare, a interessarsi delle cose dello spirito, a lasciare ai laici le tante incombenze da cui vengono distratti inutilmente.

Il professor Medi è stato uno di quegli uomini che riescono per davvero a fare riflettere un prete, perché innamorato di Gesù e, da uomo di scienza cristiano, alla continua ricerca della santità.

Il prete sa di essere mistero a se stesso, abitato da una Presenza che immensamente lo supera e lo assimila. Se non fosse per quel pizzico di incoscienza che da sempre accompagna gli uomini, morirebbe. Di gioia, di dolore e di stupore. Credo che tante volte vada a ingolfarsi in mille cose belle, ma non proprio necessarie, per non rimanere schiacciato dal Mistero. Dio ha voluto scegliersi i preti non tra gli angeli, ma tra gli uomini: il dramma e la grandezza del sacerdozio sono da ricercare qui.

Il prete – a qualcuno potrà sembrare strano – è l’uomo della pace perennemente inquieto. Chiamato a essere presente dappertutto, dappertutto si sente come se fosse fuori luogo. È amico di chi ha fame, e di chi ha troppo da mangiare. Celebra i divini Misteri con fede, e con disagio: mai, infatti, se ne ritiene degno. Davanti a lui, peccatore tra i peccatori, gli uomini si inginocchiano e implorano il perdono. Sosta in adorazione davanti al Tabernacolo, consuma la corona del Rosario, salmeggia con la Chiesa le preghiere antiche. Di tutti si sente servitore. A tutti sa di essere debitore. Vorrebbe girare il mondo per gridare che "Gesù è il Signore!" e desidera non allontanarsi dalla mamma che si va spegnendo in ospedale. Vorrebbe imitare i certosini e i francescani; essere allegro e buono come don Bosco e come san Filippo Neri.

Un peccato in cui cade spesso è quello dell’invidia. Oh, Gesù non ne terrà conto nel Giorno del Giudizio. È santa invidia. Invidia papa Wojtyla e il dottor Moscati; Massimiliano Kolbe e don Puglisi. Invidia chi studia con impegno per meglio servire il prossimo e chi vi rinuncia per rimanere accanto ai reietti e agli immigrati.
«Mi sono sempre chiesto come fate a vivere dopo aver detto Messa. Ogni giorno avete Dio fra le mani…», scrive lo scienziato Medi. Che bello! Quante volte, giunto a sera, contemplo incredulo le mie mani. Chissà che ne sarebbe stato se Gesù non le avesse fatte sue. Invece. Le mie mani, la mia voce, la mia vita capaci di costringere il Figlio di Dio a diventare Pane. Pane da mangiare. Pane da adorare. Pane nella Chiesa per ricordarci che tutti siamo figli, tutti siamo poveri, tutti siamo peccatori. Dio ci brama. Solo chi ama può capire. «Siete grandi! Siete creature immense! Le più potenti che possono esistere. Sacerdoti, vi scongiuriamo: siate santi! Se siete santi voi, noi siamo salvi. Se non siete santi voi, noi siamo perduti», continua, come in estasi, il servo di Dio Medi.

È troppo. Troppa grazia è stata riversata nel cuore di un povero uomo per poterla contenere. Per non farla straripare. I preti, confusi e riconoscenti, abbassano umilmente il capo e supplicano i fratelli: «Aiutateci. Sosteneteci nella nostra – e vostra – vocazione. Usateci misericordia quando, senza volerlo, non apprezziamo appieno il dono ricevuto. La nostra è solo incapacità…». Permettere a Dio di riflettere la luce sfolgorante, in cui da sempre è avvolto, in un opaco frammento di terracotta non è facile. Per nessuno.
Se lasciamo che Gesù occupi il trono della nostra vita e saremo – preti, laici, consacrati, religiosi – uniti e disponibili nell’aiutarci a portare e sopportare il peso, le gioie e le speranze della vita, ci salveremo tutti. Ed è ciò che Dio, più di ogni altra cosa, vuole.

Maurizio Patriciello
 
© Avvenire, 16 febbraio 2012
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