Arcivescovo

S.E. Francesco

Cacucci

IN AGENDA

Dossier. Corno d'Africa, la fame che uccide

Si parla ormai di quasi 11 milioni e mezzo di persone a rischio sopravvivenza, in Somalia, Kenya, Etiopia. Ma anche Gibuti ed Eritrea. Mentre i Paesi donatori latitano

Emergenza fuori controllo?

 

Sale il numero delle persone colpite dalla carestia nell’Africa orientale. Undici milioni e 300.000 persone hanno bisogno di assistenza alimentare. Somalia, Etiopia, Kenya, Gibuti, Eritrea i Paesi già fortemente colpiti, Sud Sudan, Uganda e Tanzania quelli a rischio.

     Se la Somalia è il paese più colpito, a causa della situazione di anarchia e di conflitto in cui il versa da anni, anche negli altri Paesi la carestia si sta espandendo. I più vulnerabili sono l’Etiopia con 4,5 milioni di persone a rischio; il Kenya, con oltre 3,2; la Somalia con quasi 3,3 milioni. I numeri della crisi crescono, quasi di giorno in giorno. E le agenzie umanitarie dell’Onu, come pure le Ong si stanno mobilitando con il massimo spiegamento di forze.

     Per ottenere le prime reazioni della comunità internazionale e dei Paesi donatori c’è voluto però l’appello del Papa, Benedetto XVI: «Con profonda preoccupazione», aveva detto all'Angelus di domenica scorsa, «seguo le notizie provenienti dalla regione del Corno d'Africa e in particolare dalla Somalia, colpita da una gravissima siccità e, in seguito, in alcune zone, anche da forti piogge, che stanno causando una catastrofe umanitaria». «Innumerevoli persone», aveva aggiunto, «stanno fuggendo da quella tremenda carestia in cerca di cibo e di aiuti».

     Gli ha fatto subito eco l’Amministratore apostolico di Mogadiscio e vescovo di Gibuti monsignor Giorgio Bertin: «Siamo di fronte a una tragedia», ha dichiarato. «Non ho altre parole per definire quanto sta accadendo in Somalia in queste settimane». Mons. Bertin spiega che «le prime avvisaglie della carestia le abbiamo avute lo scorso anno. Nel periodo di ottobre-novembre non è quasi piovuto. La carenza di acqua ha messo a repentaglio il raccolto primaverile. E anche le grandi piogge che di solito arrivano verso aprile e maggio si sono risolte in due o tre acquazzoni violenti, ma che non sono bastati a tamponare la carenza idrica. In Somalia, un Paese con un’economia di sussistenza, senza alcuna autorità pubblica (da vent’anni non esiste un governo centrale) e devastata da una guerra civile, due stagioni senza pioggia possono velocemente tramutarsi in siccità e carestia».

Per fuggire alla fame i somali fuggono in tre direzioni. Molti – nelle ultime settimane 2.000 al giorno – cercano di raggiungere Mogadiscio, dove arrivano aiuti delle organizzazioni internazionali. Molti altri si dirigono oltre confine, cercando di raggiungere il campo rifugiati di Dolo Ado, nell’Ogaden etiopico, che conta ormai oltre 90 mila profughi, e lo sterminato agglomerato di Daadab, in Kenya, considerato oggi il campo più grande del mondo (le ultime cifre parlano di 440 mila presenze).

     La crisi somala è ovviamente aggravata dalla guerra civile, che perdura da 20 anni ma che negli ultimi mesi si è intensificata. Per molto tempo le milizie fondamentaliste islamiche degli “Shabab” (che controllano una significativa parte del Paese) avevano negato l’autorizzazione all’ingresso degli aiuti umanitari. Solo da pochi giorni, di fronte all’emergenza dilagante, è stato annunciato che il divieto sarà tolto.

     Le notizie che giungono dal terreno parlano di raccolti perduti e di bestiame più che dimezzato. Inoltre la drammatica carenza di generi alimentari ha fatto lievitare i prezzi, al punto che con la vendita di una capra una famiglia somala non riesce ad acquistare cibo per più di due giorni.

     Ai campi strutturati, come quelli di Dolo Ado e Daadab, se ne affiancano altri, anche informali: gli sfollati che arrivano non trovano più posto e si accampano come possono, con tende improvvisate. «In questi agglomerati la percentuale di bimbi denutriti è tre volte superiore a quella registrata nei campi veri e propri», dice Caroline Adu Sada, coordinatore di Medici senza frontiere (Msf) in Kenya, che sta intervenendo i diverse aree della crisi.

Gli aiuti, attualmente, sono largamente insufficienti a far fronte al fiume umano che scappa dalla carestia. Nei campi rifugiati per ora l’Hcr (Alto Commissariato per i rifugiati dell’Onu) riesce a garantire non più di 3 litri d’acqua per persona. Molto meno negli accampamenti informali, dove si scende un litro o anche mezzo (il minimo per le necessità quotidiane è considerato 20 litri al girono per persona).

     «Le conseguenze sono drammatiche», spiega Caroline Adu Sada, di Msf: «Stanno aumentando casi di diarrea, varicella, morbillo, malattie della pelle e infezioni respiratorie». Per la popolazione locale, quella preesistente all’arrivo dei profughi, non va molto meglio. «I casi di malnutrizione sono tanto numerosi quanto negli accampamenti informali di profughi. La siccità ha dimezzato gli animali. La gente non ha cibo a sufficienza», spiega la responsabile di Msf. «Tanto che chiedono di poter entrare nei campi».

     Caritas Italiana, in stretta collaborazione con Caritas Internationalis e con quelle nazionali (somala, etiope e kenyana), ha lanciato un appello urgente per raccogliere fondi e messo a disposizione da subito un primo contributo di 300.000 euro per aiuti immediati. Ma ha anche «invitato a riflettere sulle cause strutturali di queste sofferenze: la dipendenza dall’esterno per l’approvvigionamento di cibo, l’innalzamento dei prezzi di cibo e acqua, le situazioni di conflitto, i cambiamenti climatici».


 

Amnesty: bambini somali

vittime di crimini di guerra

 

Anche i più piccoli in Somalia sono vittime di crimini di guerra. In un rapporto diffuso in questi giorni Amnesty International ha denunciato il coinvolgimento di bambine e i bambini in questo tipo di violazioni, tra cui il sistematico arruolamento di soldati di età inferiore a 15 anni da parte dei gruppi armati islamisti, ma anche l’impossibilità di accesso all’istruzione, nonché le uccisioni e i ferimenti nel corso degli attacchi indiscriminati contro aree densamente popolate.

     Il rapporto, intitolato “Sulla linea del fuoco. Bambine e bambini sotto attacco in Somalia” rivela l’impatto complessivo del conflitto armato in corso nel Paese. «Quella della Somalia non è solo una crisi umanitaria. È una crisi dei diritti umani e una crisi delle bambine e dei bambini», ha commentato Michelle Kagari, vicedirettore per l’Africa di Amnesty International.

     «Se sei un minore in Somalia rischi la vita in ogni momento: puoi essere ucciso, reclutato e spedito al fronte, punito dagli Shabab perché ti hanno trovato mentre ascoltavi musica o indossavi “vestiti sbagliati”, costretto ad arrangiarti da solo perché hai perso i genitori. Oppure puoi morire perché non hai accesso a cure mediche adeguate», ha aggiunto Kagari. «La crisi umanitaria che ha colpito l’infanzia somala è anche la conseguenza del fatto che negli ultimi due anni i gruppi di estremisti islamici hanno impedito l’accesso agli aiuti».

Il rapporto analizza oltre 200 testimonianze di rifugiati somali, bambini e adulti, che si trovano attualmente in Kenya e a Gibuti. Molti hanno affermato di essere stati costretti a fuggire dalle regioni centromeridionali per evitare l’arruolamento da parte dei gruppi armati.

     Anche il Governo federale di transizione della Somalia è a sua volta accusato dall’Onu di aver reclutato, impiegato, ucciso e ferito i bambini nel conflitto armato. «Sebbene si sia impegnato a rispettare i diritti dei minori», scrive Amnesty, «non ha ancora preso alcuna misura concreta per porre fine all’uso dei bambini nei ranghi delle forze che combattono dalla sua parte».

     «L’istruzione», sottolinea ancora il rapporto, «è stata compromessa dagli attacchi indiscriminati che hanno distrutto o danneggiato gli edifici scolastici. Nella capitale Mogadiscio, molte scuole sono state chiuse perché gli alunni e gli insegnanti hanno paura di essere uccisi o feriti lungo il percorso per raggiungerle.

     Inoltre, gli Shabab hanno imposto severe limitazioni al diritto all’istruzione, impedendo ad alcune alunne di frequentare la scuola, vietando l’insegnamento di alcune materie o usando le scuole per indottrinare i bambini e farli partecipare ai combattimenti. Il gruppo ribelle sta ricorrendo sempre più a metodi minacciosi per reclutare i bambini, offrendo loro telefonini o danaro o compiendo raid e rapimenti nelle scuole o in luoghi pubblici».

     La casistica riportata nel rapporto racconta di minori vittime di fustigazioni e spettatori di violenze terrificanti, tra cui amputazioni, lapidazioni e uccisioni compiute in pubblico. Come pure casi di bambini che hanno assistito all’uccisione e alla tortura di parenti e amici. «A causa delle violazioni subite o a cui hanno assistito», scrive ancora il documento, «la dimensione del trauma tra i rifugiati somali, inclusi i bambini, è elevata».

     Amnesty International trae alcune conclusioni: «La comunità internazionale deve aumentare le misure di protezione riguardanti il crescente numero di bambini somali separati dalle loro famiglie e accrescere il sostegno psicosociale e i programmi d’istruzione». «Questo è un conflitto senza fine, in cui ogni giorno i bambini vivono orrori inimmaginabili. Il rischio di diventare una generazione perduta è concreto, se il mondo continuerà a ignorare i crimini di guerra che colpiscono così tanti di loro», ha concluso Michelle Kagari.

 

La denuncia di Oxfam: donatori insensibili

 

Mancano 800 milioni di dollari per poter rispondere in modo adeguato all’emergenza nell’Africa orientale. Il ritardo è in buona parte colpa di diversi paesi industrializzati che stanno ignorando la crisi nel Corno d’Africa. La denuncia di Oxfam è senza mezzi termini. L’organizzazione non governativa internazionale chiede «ai donatori internazionali e ai governi della regione di mettere subito a disposizione più risorse».

      Occorre, secondo le stime, un miliardo di dollari per evitare una catastrofe umanitaria nel Corno d’Africa, ma finora sono stati stanziati solo 200 milioni. «È inaccettabile che diversi Paesi ricchi non siano in grado di dare un contributo più generoso. Non c’è tempo da perdere se vogliamo salvare la vita di tantissime persone», sottolinea Fran Equiza, responsabile regionale di Oxfam.

     «Non possiamo restare a guardare mentre questa tragedia si svolge davanti ai nostri occhi. Non ci sono più scuse per non agire». Soltanto il Regno Unito, finora, ha risposto prontamente e generosamente all’emergenza: si è impegnato per 145 milioni di dollari nelle ultime due settimane.

     La risposta europea, invece, è stata sorprendentemente lenta, insiste Oxfam. «Donatori come l’Italia e la Danimarca non hanno ancora stanziato nuovi fondi. La Francia è stata forte a parole, chiedendo un vertice straordinario del G20 sull’emergenza, ma finora non è stata capace di darvi seguito con nuove risorse». La Germania ha stanziato soltanto 8,5 milioni di dollari, la Spagna poco meno di 10 milioni.

     Quanto all’Italia, fa ancora la parte dell’ultima della classe: «Ci auguriamo che l’Italia, un paese che ha forti legami con la regione, si accorga di quanto sta accadendo nel Corno d’Africa», dice Francesco Petrelli, presidente di Oxfam Italia. «Gli 800 mila euro di aiuti annunciati nei giorni scorsi dal sottosegretario agli Esteri Alfredo Mantica sono una goccia nel mare rispetto a quanto hanno donato altri Paesi e soprattutto alle dimensioni dell’emergenza».

     Oxfam punta il dito anche sulle ragioni strutture che stanno a monte della crisi: «Vanno affrontati alla radice i problemi che rendono queste popolazioni vulnerabili. In alcune zone, la capacità di far fronte alla siccità è stata minata dalle politiche territoriali che limitano l'accesso alle aree di pascolo e dal conflitto in corso in Somalia, che ha distrutto gran parte delle infrastrutture del paese ed esacerbato la crisi dei rifugiati».

     «Solo quest’anno, ben 135mila persone sono state costrette a fuggire dalla Somalia. I tassi di malnutrizione dei rifugiati somali nei campi di Dolo Ado in Etiopia sono quattro volte superiori al livello considerato d’emergenza, mentre in alcune zone una percentuale del bestiame variabile tra il 60-90% è già deceduto».

 

Le Ong avevano lanciato l'allarme

già nel maggio scorso

 

Già nel maggio scorso 31 Ong italiane e internazionali avevano lanciato un appello per rispondere in tempo all’emergenza che si profilava. Appello rimasto inascoltato. Eccone il testo.

     Due milioni e 400 mila somali, quasi un terzo della popolazione del Paese, vivono attualmente in crisi a causa di una delle peggiori siccità nella storia recente, anche per il conflitto in corso.

     È una coalizione di 31 agenzie umanitarie a sottolineare che la recente siccità ha influito sulla già precaria situazione della sicurezza alimentare, uccidendo il bestiame in gran numero e portando alle stelle i prezzi dei cereali nel Paese.

     Le piogge attese in Somalia quest’anno sono state finora in ritardo, e insufficienti per recuperare l’impatto  della siccità sulle comunità. Anche se l'Africa orientale è soggetta a siccità ricorrenti, questa del 2011 è stata particolarmente difficile. Le precipitazioni per questa stagione saranno al di sotto del normale. Le 31 agenzie umanitarie avvertono che molti somali rischiano di perdere la vita e i mezzi di sussistenza, con il peggioramento della siccità.

     La produzione agricola è stata massicciamente rovinata, e dipendendo dalle precipitazioni i raccolti della scorsa stagione sono andati persi. Il prossimo raccolto previsto in luglio e agosto, è probabile che sia al di sotto del normale e continui lo stato di crisi. Con le famiglie povere legate della produzione locale dei cereali più economici, un altro raccolto insufficiente porterebbe i prezzi a salire alle stelle ulteriormente. Questo aumenterebbe il prezzo per i beni di sopravvivenza, rendendo l'acquisto di prodotti alimentari estremamente difficile per la stragrande maggioranza dei somali che vivono con meno di un dollaro al giorno.

     «Ho perso tutto», ha detto Mohamed Ali, un pastore della regione lungo la costa del Basso Scebeli. Solo quattro mesi fa, Mohamed era un ricco pastore con 250 capi di bestiame. Il suo gregge forniva latte nutriente per i suoi figli, e reddito per la sua famiglia. Oggi, i campi intorno alla sua casa sono disseminati di carcasse di bestie morte. Mohamed è uno dei migliaia di pastori che hanno perso i loro mezzi di sostentamento, e sono diventati poveri. Recentemente, ha macellato la sua ultima vacca per vendere la pelle per 2 dollari. Questa è la sua ultima opportunità per trovare del denaro per alimentare i suoi bambini

     Un bambino su quattro è ormai affetto da malnutrizione acuta nelle regioni meridionali della Somalia, le più colpite. In alcune zone, la malnutrizione colpisce il 30 per cento della popolazione. Questo è uno dei più alti tassi di malnutrizione nel mondo, e il doppio della soglia di emergenza. Ci sono ora 241.000 bambini gravemente malnutriti in tutta la Somalia, di cui 57.000 sono gravemente malnutriti

     Il prezzo dei prodotti alimentari continua a salire, e questa tendenza è destinata a continuare per i prossimi mesi. Nella regione di Bay, i prezzi dei cereali sono aumentati del 135 per cento dal periodo dello scorso anno. Le persone hanno difficoltà a comprare ogni bene di base con i prezzi alle stelle. Per i più poveri in Somalia, i più colpiti da questa siccità, la situazione sta diventando insostenibile

     Più di 55.000 persone sono sfollate a causa della siccità e molti altri stanno migrando verso zone urbane in cerca di cibo e acqua. Per gli agricoltori e i pastori, ci vorranno molte stagioni per recuperare l'impatto devastante della siccità e assicurare la loro autonoma sussistenza.

     Con un deficit di finanziamenti rilevanti, le agenzie umanitarie non hanno risorse sufficienti per far fronte alle esigenze di chi soffre. Mentre l'accesso nel Paese rimane una sfida, molte Ong stanono ancora riuscendo a fornire assistenza d'emergenza ai più vulnerabili.

LE 31 ONG UMANITARIE FIRMATARIE DELL'APPELLO:

Agency for Technical Cooperation and Development (ACTED); Adventist Development and Relief Agency Somalia-ADRA; African Rescue Committee (AFREC); International Rescue Committee (IRC); Juba Foundation;  Kaalo; Baniadam Relief & Development Organization; Kisima; BTSC; CARE; CESVI; Concern Worldwide; COOPI; Danish Refugee Council (DRC); Intersos; Peace and Development Organisation; MEDAIR; Mercy Corps; Norwegian Church Aid (NCA); Oxfam; Social life and Agricultural Development Organization (SADO);  Save the Children Somalia/Somaliland; HAVOYOCO; Somali Family Services (SFS); HIJRA; SOCED; Horn Relief; Trócaire; Integrated Development Focus (IDF); Vétérinaires Sans Frontières– Germany (VSF Germany); International Solidarity Foundation (ISF); World Vision.

Luciano Scalettari
© Famiglia Cristiana, 24 luglio 2011
Prossimi eventi