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Cosa festeggiamo?. Credimi: la Pace si fa coi piedi. Pasqua difficile e scomoda e bella

Che significano l’uovo di cioccolato, l’agnello, il capretto sui nostri tavoli? Che festa complicata. Oscura. Incredibile. Nel senso che è quasi impossibile credere a quel che accade in questo giorno

Che cosa festeggiamo? Che significano l’uovo di cioccolato, l’agnello, il capretto sui nostri tavoli? Che festa complicata. Oscura. Incredibile. Nel senso che è quasi impossibile credere a quel che accade in questo giorno: ci arrendiamo alla devozione, in noi credenti vince il desiderio di non tradire la forma, il rito, di non mostrare incertezze a coloro che non credono, ma non capiamo, forse non crediamo nemmeno noi. È più comodo il Natale: nasce come noi, il supposto figlio di Dio, e lo sforzo che ci viene chiesto è di credere che sia colui che dice di essere: il non credente non si scandalizza, ci consente di avere la nostra opinione come lui possiede la sua, di opinioni – si sa – se ne possono avere quante se ne vogliono. Non sono impegnative, le opinioni. Ma a Pasqua tutto cambia: non muore come noi, cioè, muore ma poi vince la morte, ricompare, dicono alcuni; del resto nella tomba non c’è più: "Bella forza, lo hanno portato via, nascosto, sepolto altrove".

Ma come si fa a credere? Ci si sente stupidi, fragilissimi, imbarazzati, viviamo nel terrore che qualcuno ci domandi "in cosa stai credendo?" e noi dovremmo rispondere con una gioia incontenibile nel cuore "nella risurrezione dei corpi".
Sappiamo che l’evidenza è contro quello che noi andiamo sostenendo: finché c’è da credere in qualcosa che sembra la somma degli Avengers il mondo ci tollera, ma a tutto c’è un limite: se timidamente avanziamo l’ipotesi che la morte è sconfitta, tutti girano le spalle e si convincono che piuttosto che perdere tempo in una chiesa è meglio andare a un happy hour o a una conferenza sull’intelligenza artificiale.

Com’è difficile, la Pasqua. Com’è scomoda la Pasqua per noi credenti, sotto sotto si spera sempre che passi in fretta. Meglio andare al mare, in montagna, a distrarsi. A distrarsi, sì, anche da quella cosa che dicono i preti, che sta scritto in quel libro, il Vangelo. Ma come è possibile credere che qualcuno la scampi dalla morte? Come è possibile crederlo quando, ormai, non siamo certi nemmeno dell’efficacia di un vaccino? Quando ormai il mantra universale è "non fidarti di nessuno e vivi tranquillo"?
"Ma va a dar via i piedi !". Un mio amico quando è arrabbiato arriva a dirmi questa frase; altri più scurrili di lui invitano a dar via altre parti del corpo, ma lui, forse senza saperlo – o come fa il popolo talvolta, con una profondissima conoscenza delle cose –, mi invita a liberarmi della cosa più preziosa, i piedi, senza i quali non camminerei: senza i piedi sarei costretto all’immobilità; e contemporaneamente i piedi sono quella parte del corpo che, proprio perché cammina, si impolvera, suda per ore, e alla fine della giornata puzza, il piede è la parte meno bella da mostrare, da esibire.

L’altro giorno il mio amico, saputo che avrei partecipato alla Via Crucis, mi ha detto affettuosamente: "Ma va a dar via i piedi!" come lo si dice a chi legge l’oroscopo tutte le mattine, o a chi pensa che le polpette di kamut siano una squisitezza. Vuoi vedere che anche gli insulti hanno la loro utilità? Forse potrei cominciare da qui. Dai piedi. Mica per spiegarlo a lui, il mistero della Pasqua. No, per cercare di capirlo io. Neanche glielo dico al mio amico che noi squilibrati mentali cominciamo la nostra festa tre giorni prima con un rito dove il sacerdote lava i piedi a 12 persone: beh, lì mi manderebbe a dar via qualcos’altro.

Allora diciamolo: finché c’è da farlo quella sera lì, dove le persone sono state informate e si son lavate prima, ci sta, è spettacolare, e via dicendo. Ma nella vita cosa vuol dire? Mi sta forse dicendo che devo armarmi di pazienza, mettermi nella condizione non solo di attenzione verso un amico, un parente, per modo di dire, ma anche di accudimento? Tradotto in parole povere, "non sono più solo affari suoi" ma "gli affari son di tutti, perché gli affari di tutti condizionano tutti": è questo? E poi, lavare i piedi mi sa che possa voler dire anche "ueh, guarda che io son qui, anche se ti senti un povero pistola, io che sono più pistola di te, magari, messi insieme, tiriamo fuori qualche cosa di intelligente", e poi forse quel rito lì dei piedi sta anche a significare "è inutile che ce la tiriamo, anche se io sono il Chief Executive Officer (amministratore delegato) e tu il Chief Marketing Officer (il capo dell’ufficio fuffa) se non ci laviamo i piedi a vicenda l’inferno è già qui, la morte vince ancora". È difficile la nostra fede, bisogna ammetterlo, è più difficile che imparare a usare un foglio di Excel, o scaricare l’ultimo driver per la stampante.

È sempre una sconfitta quando non riesco a replicare al mio amico. Mi piacerebbe proprio incominciare con lui quest’anno, umilmente, a partire dai fondamentali: "Dai, ascolta, vieni qua, ti racconto la storia dei piedi, l’anno prossimo parliamo della crocifissione e poi tra due anni, facciamo tre, così ripassiamo meglio la storia dei piedi, parliamo della risurrezione". Devo trovare le parole per diglielo, al mio amico: che noi squilibrati mentali forse a Pasqua celebriamo la Pace, e la pace la si fa con i piedi.

Giacomo Poretti

© Avvenire, sabato 31 marzo 2018

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