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Crociata: la dottrina sociale della Chiesa illumina l'impegno politico dei credenti

Incontro con parlamentari cattolici di diversi schieramenti politici. Roma, Camera dei deputati, lunedì 30 maggio 2011

Vengo forte del mandato che il Santo Padre Benedetto XVI ha rinnovato soltanto pochi giorni fa all’episcopato italiano, invitandoci a far sì che la nostra parola e la nostra azione «siano di incoraggiamento e di sprone per quanti sono chiamati a gestire la complessità che caratterizza il tempo presente». Voi in quest’opera siete certamente in prima fila. Continuava il Papa: «In una stagione, nella quale emerge con sempre maggior forza la richiesta di solidi riferimenti spirituali, sappiate porgere a tutti ciò che è peculiare dell’esperienza cristiana: la vittoria di Dio sul male e sulla morte, quale orizzonte che getta una luce di speranza sul presente»  . Animato da questa luce, sono contento di essere tra voi e vi ringrazio dell’invito.

0. A nessuno verrà in mente di mettere in discussione l’opportunità di un confronto tra cattolici, che va piuttosto salutato con senso di vivo apprezzamento, in quanto espressione di una intenzione e di una volontà di propiziare l’incontro e costruire dialogo. Nondimeno è difficile cancellare del tutto una sensazione di disagio prodotta dal termine ‘confronto’ riferito ai ‘cattolici’. Il disagio si spiega con l’idea di unità che, in una pre-comprensione diffusa e tutt’altro che immotivata, fa corpo con l’identità cattolica. In realtà i cattolici – e non solo quelli impegnati in politica – si collocano in tanti  campi su “fronti” diversi, perciò hanno bisogno di ritrovare sempre di nuovo le fila di un legame che precede ogni differenziazione.
Quella punta di disagio può diventare, perciò, un prezioso indicatore, se riconduce alla unità fondamentale e attinge da essa il metodo per rinsaldare il legame costitutivo che sussiste tra credenti e saggiarne – o, anche meglio, promuoverne – la fecondità anche nei campi più diversificati di presenza e di impegno. Nell’esigenza di richiamare questo metodo potrebbe essere visto il motivo principale della mia presenza in questo raduno, al quale va l’incoraggiamento per l’iniziativa promossa e per gli intendimenti che esprime.

1. Non sarebbe improprio partire dai problemi e dalle questioni di immediata attualità per cercarne una valutazione condivisa alla luce della fede comune. E, in realtà, proprio così bisogna procedere in tanti casi, appunto nel ‘confronto’ ordinario a cui la vita politica e parlamentare chiama giorno per giorno. Questo modo di procedere tuttavia ne presuppone un altro, e non solo in questa sede in cui ci misuriamo con la questione più generale del confronto fra cattolici impegnati in politica.
Il primo e fondamentale modo di procedere discende dalla natura della fede e dalla sua esperienza. Il credente, rinato al fonte battesimale dentro la comunione ecclesiale, vive tutta la sua esistenza nella relazione fondante con Dio Trinità. Da questa relazione egli dipende e alla sua pienezza tende, alimentandosi alla sorgente viva della comunità ecclesiale, della Parola e dei sacramenti.

Già su questo punto possiamo rilevare un deficit di comprensione e di giudizio sulla realtà, non solo dalla parte di osservatori esterni, ma non raramente anche tra di noi credenti. Il nostro sguardo, infatti, cade più facilmente sugli aspetti divisivi e sulle differenze, quando invece questi vengono comunque dopo. Il primato è della comunione in cui siamo costituiti per grazia mediante la fede e i sacramenti.

Ciò significa che la realtà della comunione ci precede. Essa ci è donata in Cristo, nel quale «la carità nella verità diventa il Volto della sua Persona, una vocazione per noi ad amare i nostri fratelli nella verità del suo progetto».
Fin dall’inizio della nostra vita di fede, allora, si innesca un movimento di responsabilità che attinge la sua origine in Dio stesso, resosi presente in un mondo dentro il quale attende di essere riconosciuto e accolto. 
Se accostiamo alla categoria di comunione quella di dialogo, possiamo vedere meglio come stanno le cose (e vorrei aggiungere che parlare di dialogo sarebbe già un modo più adeguato di porre il confronto tra gli stessi cattolici). La comunione è dono di Dio, il dialogo è impegno degli uomini. Certo, anche per vivere la comunione con Dio ci vuole impegno da parte dei credenti e, d’altra parte, senza la grazia nessun impegno umano di dialogo va a buon fine; ma il punto di partenza, la presenza di Dio nel mondo, il suo dono in Cristo morto e risorto e la condizione che esso istituisce tra i credenti e con tutti, suscita e rende possibili propositi e impegni.

Ciò ha due conseguenze: una di carattere immediatamente personale e l’altra interpersonale. Sul piano personale, la relazione fondante del credente con il Signore, che si è rivelato e donato in Cristo, conferisce ad ogni sua scelta, in modo particolare a quelle di orientamento per l’esistenza, una dimensione vocazionale. Il credente vive sotto la chiamata di Dio e assume le sue scelte e decisioni in risposta a tale chiamata. Non ci sono aspetti dell’esistenza e della storia esterni alla relazione con Dio, e se ve ne fossero o qualcuno ne restasse fuori, vorrebbe dire la fragilità o l’inconsistenza, e quindi la non verità, della fede di chi dice di credere. Questo significa che, come il mio ministero di pastore, anche la vostra responsabilità di rappresentanti eletti dal popolo per l’azione legislativa e politica alla guida del Paese è, per noi credenti, una vocazione, la risposta ad una chiamata di Dio.
Quella che ho indicato come conseguenza di carattere interpersonale consiste nella precedenza oggettiva e nella presupposizione consapevole che la comunione di grazia accolta e partecipata nella vita della Chiesa è fondante in ordine allo svolgimento della propria attuazione vocazionale. Così, ciò che unisce i credenti tra di loro (qui ci atteniamo a questa cerchia, ma si potrebbe guardare oltre i suoi confini) è più importante e maggiore rispetto alle differenze determinate dalla realtà sociale e politica. Non si tratta di una disposizione dell’animo alla benevolenza e alla comprensione; queste cose potranno andar bene, ma solo come conseguenza.

La comunione di grazia non dipende dalla buona volontà, bensì rende buona la volontà, crea la buona volontà. È in questione la fede, prima della buona volontà. Siamo in presenza di un vero credente, se questi sa di trovarsi in una relazione di comunione divina con i fratelli nella fede dovunque essi si trovino ed operano; da questa consapevolezza credente non possono, poi, non scaturire atteggiamenti e decisioni corrispondenti, tali da coltivare e accrescere quella comunione. La fede si manifesta così per ciò che è: luce e forza per ogni scelta e per la vita intera.

Il compito decisivo e assolutamente prioritario di ogni credente, allora, è coltivare la propria fede e curare la sua espressione e coerenza in tutti gli ambiti dell’esistenza, primi fra tutti quelli in cui si esplica la dimensione vocazionale della sua identità personale. Tale impegno trova espressione nell’ascolto della Parola, nella preghiera, nella vita sacramentale, e poi nello sforzo di tradurre negli ambiti della vita sociale le esigenze della vocazione cristiana con coerenza di giudizio, di atteggiamenti, di scelte e di comportamenti. Qui sta il primo e fondamentale sostegno che anche un credente impegnato nella vita pubblica può ricevere e si deve attendere dalla comunità ecclesiale a cui appartiene. Non è spiritualismo o intimismo, e tanto meno devozionismo, rinviare alla dimensione ordinaria della vita della Chiesa come costitutiva anche di un impegno in politica da credenti. Senza il sostegno della preghiera, dell’ascolto della Parola, della grazia sacramentale, nessuna vita cristiana è possibile, in qualunque genere di condizione essa si conduca. Perciò è un errore interpretare la tensione vitale tra fede e scelte con le categorie di privato e pubblico, come se la fede non incidesse su tutti i tipi di scelta o lo facesse solo su alcuni di essi. Come riconoscere la presenza di Dio nello spazio pubblico consegue al riconoscimento della sua presenza decisiva nella vita dell’uomo  , così fare spazio alla fede in tutte le scelte è implicato nella natura onnicomprensiva della fede come orientamento alla relazione totalizzante con Dio. E questo, sia chiaro, senza equivoci integralistici, bensì mantenendo lo statuto secolare autonomo delle realtà terrene, per riprendere una categoria di epoca conciliare.

2. Dal dono della fede e dalla sua esperienza personale ed ecclesiale scaturisce anche una comprensione nuova della realtà. Tale comprensione non si aggiunge estrinsecamente a una sapere umano impermeabile o estraneo, ma illumina la condizione umana non solo mostrandone l’integra verità e lo splendore che rispecchia il disegno del creatore, bensì rivelandone anche la piena e definitiva destinazione. La fede abbraccia in sé nativamente una comprensione penetrante che incontra e feconda ogni autentica intelligenza del reale. Per questo non disdegna, ma al contrario ricerca, l’incontro con la ragione e con tutto ciò che di autentico essa elabora attraverso la filosofia e le scienze. In particolare la costitutiva dimensione sociale della persona umana ha richiamato l’attenzione dell’intelligenza credente nell’ultimo secolo, che a partire dall’enciclica Rerum novarum di Leone XIII ha elaborato un corpo di conoscenze e di principi sotto la guida del magistero della Chiesa. La dottrina sociale della Chiesa oggi costituisce un punto di riferimento imprescindibile nel giudizio sulla realtà sociale e nella prassi che vi si riferisce, sia sul piano personale che su quello pubblico e istituzionale.

Per chi è impegnato in tali ambiti, la dottrina sociale costituisce una preziosa piattaforma di orientamenti e di criteri condivisi sulla base dell’unica fede e del giudizio credente via via maturato sulla realtà sociale sotto la guida del magistero. Tale insegnamento presenta più che mai carattere dinamico, per la natura stessa della realtà sociale a cui si applica. Tale realtà, infatti, è essenzialmente mutevole e richiede un discernimento costante da parte dell’intelligenza credente, la quale deve coniugare i principi e i criteri ispiratori che attinge dalla divina rivelazione e l’osservazione della realtà sociale soggetta a continua evoluzione e quindi ad adattamenti di valutazione e di intervento.

Anche la dottrina sociale si è avvalsa di un magistero puntuale che ha accompagnato gli sviluppi storico-sociali fino alla più recente enciclica di Benedetto XVI Caritas in veritate. La peculiarità della dottrina sociale della Chiesa corrisponde al carattere contingente di molteplici aspetti della realtà sociale, nella quale pure sono implicati aspetti intangibili della persona umana e della sua vita, la cui integrità rischia di essere irreversibilmente compromessa quando si tenda a manipolare la vita nel suo sorgere e nel suo declinare, a disconoscere e alterare la figura naturale di famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, a comprimere la libertà religiosa e la libertà di educazione  ; e rischia di essere gravemente ostacolata quando non vengano garantite le esigenze fondamentali per una vita dignitosa mediante il lavoro, la casa, la tutela della salute. In questo contesto andrebbero richiamati anche tutti quegli aspetti di collaborazione della famiglia umana su cui si sofferma la Caritas in veritate, e quindi il carattere plurale della socialità umana, come pure – in una prospettiva di più specifica attualità – i temi dell’agenda di speranza della Settimana sociale di Reggio Calabria  .  Ci sono attenzioni, in questo orizzonte, che in questo contesto possono essere soltanto evocate, ma il cui rilievo è non trascurabile. Mi riferisco al tema indicato dall’enciclica Caritas in veritate circa la necessità di integrare la società e la cultura dei diritti con quella dei dover; e poi ancora al tema del rapporto, e della necessaria autonomia, della politica rispetto all’economia, alla finanza, alla tecnica  .
Questo plesso di valori e di beni, che si ordinano secondo una interna gerarchia e si condensano nel concetto di bene comune  , rappresenta una piattaforma suscettibile di essere condivisa da tutti sulla base della ragione e del retto giudizio; ancor di più essa deve costituire la base di un comune sentire e agire da parte dei credenti, in particolare dei cattolici impegnati in politica e nelle pubbliche istituzioni. La dottrina sociale della Chiesa costituisce una forma di mediazione culturale condivisa che accomuna in un unico fondamentale sentire e pensare quanti rivestono responsabilità pubbliche in qualsiasi sede le esercitino. Un cattolico arriva in politica con questo retroterra e con questo bagaglio.
Ciò non toglie lo spazio per una differenziazione delle sensibilità e per una ponderata considerazione del carattere contingente delle situazioni e delle conoscenze nello spazio della vita sociale e politica. Ma dovrebbe trattarsi di differenziazioni che fanno spazio ad un pluralismo legittimo all’interno di un quadro che ci è consegnato da una comunità ecclesiale di cui siamo parte. Questa si sentirebbe snaturata e tradita dai tentativi di mutilazione o rimozione degli elementi costitutivi della sua dottrina sociale.

3. Di un diverso ordine e su un altro piano si colloca la scelta che porta un cattolico a impegnarsi in politica nell’uno o nell’altro schieramento. Su questo vanno tenuti fermi alcuni punti chiave.
Il primo riguarda il carattere contingente della scelta politica di schieramento. Contingente vuol dire che nessuna scelta politica può tradurre compiutamente la visione cristiana e farlo in una forma sociale definita perfettamente corrispondente ad essa. Nella scelta politica entra in gioco il discernimento personale e di gruppo nell’esercizio concreto della responsabilità vocazionale in ambito socio-politico alle determinate condizioni di tempo e di luogo. Ma la comunità ecclesiale non ha il compito di assumere un impegno politico diretto o di dare indicazioni circa il progetto politico di volta in volta e di luogo in luogo da realizzare.
 
A questo riguardo, la stessa scelta di esprimere l’impegno dei cattolici in una qualche forma di unità politica o in una pluralità di formazioni partitiche o simili, ha un carattere discrezionale dettato da un prudente giudizio sulle circostanze storiche; come del resto risulta avvenuto, anche gettando solo uno sguardo sommario alla situazione di tanti Paesi negli ultimi decenni fino ad oggi. È certo che ci si aspetta che ogni scelta sia dettata da un discernimento che abbia una continuità e una coerenza con quella visione d’insieme che l’insegnamento sociale della Chiesa prepara e rende possibile.

Contingente non vuol dire, perciò, privo di riferimento con i principi della dottrina sociale che indirizza l’approccio e l’impegno dei credenti, qualunque sia la forma politica in cui questi si trovino a operare. Infatti la comunità ecclesiale tutta si sente impegnata ad elaborare costantemente una visione della realtà cristianamente ispirata nella articolazione di tutte le sue componenti. Perciò una scelta di schieramento non può essere adottata come un atto di autoconsegna senza riserve, poiché il cattolico dovrebbe portare dovunque, per così dire, l’organizzazione, insieme ad altri, del fermento della sua ispirazione e della visione e ricerca del bene comune.

4. Qui si inserisce l’istanza imprescindibile del dialogo. Da questo punto di vista ritengo che bisogna tenere distinti almeno due orizzonti di dialogo tra cattolici impegnati in politica. L’orizzonte più immediato è quello politico in senso tecnico, che si consuma tra le sedi dei partiti e le aule parlamentari. Questo però è l’ultimo approdo di un processo di elaborazione che si costruisce ad almeno altri due livelli. Innanzitutto il livello del dibattito pubblico. L’opinione pubblica, ma anche l’ambito sociale intellettuale in senso lato umanistico, tecnico, scientifico, comunicativo e artistico, sono il luogo di un confronto in cui non soltanto si guadagna consenso, ma si costruiscono correnti di opinione e si fanno fermentare temi e progetti di vita sociale.
Ma c’è anche un livello più interno; là dove il politico cattolico si confronta all’interno della comunità ecclesiale, non ultimo con lo stesso magistero, alla ricerca di una visione e di criteri che meglio esprimano la comprensione del bene comune e i criteri della sua attuazione politica e istituzionale. Perciò, un incontro come questo chiede e attende, per sua natura, ripresa e continuità.

Su queste premesse può prendere avvio una riflessione sul confronto da politici cattolici militanti in diversi schieramenti. Qui la sfida più grande è non farsi fagocitare dalle logiche conflittuali interpartitiche, ma far agire la logica del confronto costruttivo. In questo senso la presenza dei cattolici nei vari partiti è una scommessa e una chance affinché la politica prenda la piega di un concorso costruttivo e non lacerante, alla ricerca del bene comune e non solo di quello di una parte. L’interesse di parte non può oscurare la visione e la ricerca del bene generale: di questo i cattolici in politica devono sentire la primigenia e irriducibile responsabilità, come testimonianza di fede e di una appartenenza ancora più originaria e discriminante. Le diverse rappresentazioni del bene generale e la ricerca di tutti per un qualche interesse di parte devono trovare una forma di composizione che non cancelli le differenze, ma evolva verso la visione di un bene più grande in cui sia possibile riconoscere l’apporto di ciascuno senza penalizzare il bene di tutti.
La cosa più triste sarebbe vedere cattolici per i quali è maggiore la forza conflittuale dell’appartenenza partitica piuttosto che la capacità di dialogo che scaturisce dalla fondante comunione ecclesiale. C’è bisogno di trovare forme e percorsi di trasformazione della politica. A questa capacità si lega la volontà e lo spirito di iniziativa e di inventiva nel fare spazio a giovani che possano apprendere sul campo un modo costruttivo di operare in politica, partendo dall’alleanza con altri credenti e fecondando le dinamiche partitiche di lungimiranza e di progettualità in vista della realizzazione crescente del bene di tutti.
Alla fine vorrei tornare a far mie le parole di Benedetto XVI, che vorrei lasciarvi come segno di stima e come augurio d’incoraggiamento fraterno. Il Papa, affidando «tutto il popolo italiano» alla protezione di Maria, Mater unitatis, chiedeva che il Signore «aiuti le forze politiche a vivere anche l’anniversario dell’Unità come occasione per rinsaldare il vincolo nazionale e superare ogni pregiudiziale contrapposizione: le diverse e legittime sensibilità, esperienze e prospettive possano ricomporsi in un quadro più ampio per cercare insieme ciò che veramente giova al bene del Paese».

Ma forse, in ultimo, bisognerebbe non dimenticare mai che la politica non è un assoluto, che la politica non è tutto e non tutto dipende da essa, già soltanto in un’ottica sociale e antropologica, ma soprattutto in una prospettiva escatologica, che ci fa confessare fin d’ora che il nostro padrone è uno solo, il Figlio di Dio e Signore Cristo Gesù.
 


Mariano Crociata
Segretario generale della CEI

© Avvenire, 30 maggio 2011

 

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